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Sospirò profondamente, e se ne andò. Qualche minuto dopo, Hostetter gli batté gentilmente la mano sulla spalla.

«Andiamo, Lennie,» disse. «A meno che tu non voglia dormire sul pavimento della casa di Wepplo».

Sembrava allegro, cordiale, come se il ritorno a casa non fosse stato così brutto come aveva temuto. Len si alzò, e lo seguì, attraverso la notte fredda e oscura. Fall Creek era immersa nella quiete, ora, e le lampade si spegnevano, una dopo l’altra, nelle case. Len riferì a Hostetter quello che gli aveva detto Gutierrez, e il suo bizzarro comportamento.

«Povero Julio,» sospirò Hostetter. «È in condizioni terribili. Ha il morale sotto i tacchi».

«Cosa gli è successo?»

«Ha lavorato per tre anni di seguito su un problema. In realtà, vi ha lavorato per quasi tutta la vita, ma su di un punto particolare ha trascorso gli ultimi tre anni, lavorando giorno e notte. Tre anni! E ha appena scoperto che non era quello il modo di affrontare il problema. Cancellare la lavagna, ricominciare da capo. Solo che Julio comincia a credere che la sua vita non gli sarà sufficiente».

«Sufficiente a che cosa?»

Ma Hostetter si limitò a dire:

«Dovremo alloggiare nel quartiere degli scapoli. Ma non è un brutto posto. C’è molta compagnia».

Il «quartiere degli scapoli» era un lungo edificio a due piani, il cui telaio era stato costruito agli inizi di Fall Creek, mentre altre ali erano state aggiunte in epoche successive. Hostetter lo condusse in una stanza che si trovava sul retro di una di queste aggiunte, e aveva una propria porta, con una finestra vicino alla quale dovevano sorgere dei pini, perché l’aria era vagamente impregnata del loro aroma, e i rami stormivano quando soffiava il vento. Avevano portato le coperte che Wepplo aveva loro imprestato. Hostetter sistemò la propria in uno dei due letti della camera, si mise a sedere, e cominciò a togliersi gli stivali.

«Che ne dici? Ti è piaciuta?»

«Piaciuta chi?» domandò Len, stendendo le coperte sul proprio letto.

«Joan Wepplo».

«Come faccio a dirlo? L’ho appena vista».

Hostetter scoppiò in una fragorosa risata.

«Non le hai staccato gli occhi di dosso per tutta la sera».

«Ho altro da pensare,» protestò Len, irato. «Che alle ragazze!»

Si avvolse nelle coperte. Hostetter spense la candela, e pochi minuti più tardi cominciò a russare rumorosamente. Len rimase sveglio, invece, e tutto il suo essere era un insieme di percezioni, acuite dal senso di trovarsi in un ambiente strano e sconosciuto. La cuccetta aveva una forma nuova. Tutto era strano: gli odori della terra e della polvere e degli aghi dei pini e della resina, delle pareti e del pavimento e della cucina, i suoni sommessi di movimento e di voci nella notte, tutto, tutto. Eppure non era così strano, in fondo. Era soltanto un’altra parte del mondo, un altro paese, e qualunque cosa fosse stata Bartorstown, non sarebbe stata certamente la cosa che aveva sognato. Si sentiva depresso, deluso, irato. Era così brutto, quello che provava, ed era così in collera contro tutto e contro tutti, che batté i pugni sul muro, e un istante più tardi si sentì stupido e infantile, per averlo fatto, e provò il desiderio di mettersi a ridere. E nel bel mezzo di quella risata immaginaria, la faccia di Joan Wepplo apparve, galleggiando nel nulla, e lo fissò con occhi neri, luminosi e pensierosi.

Quando si svegliò era già mattina, e Hostetter doveva già essere stato fuori, perché Len aprì gli occhi e vide che stava rientrando nella stanza.

«Hai una camicia pulita?»

«Penso di sì».

«Be’, allora fa’ presto a mettertela. Esaù vuole che tu gli faccia da testimone».

Len borbottò qualcosa, tra i denti, sull’inutilità di certe cerimonie, soprattutto tardive, ma si affrettò a lavarsi, e a radersi, e a indossare la camicia pulita, e uscì con Hostetter, diretto alla casa di Sherman. Il villaggio pareva calmo e silenzioso, e c’erano poche persone per le strade. Ebbe l’impressione di essere osservato dalle finestre delle case, ma non espresse questa idea ad alta voce.

Il matrimonio fu breve e semplice. Amity indossava un abito che qualcuno doveva averle prestato. Aveva un aspetto compiaciuto. Esaù non aveva un aspetto particolare: era là, e basta. Il ministro era un uomo giovane e piccolo, e aveva l’abitudine fastidiosa di alzarsi sulla punta dei piedi come se stesse cercando di stirarsi per diventare più alto. Sherman, sua moglie e Hostetter rimasero in disparte, a osservare. Quando la cerimonia finì, Mary Sherman abbracciò Amity, e Len strinse piuttosto rigidamente la mano a Esaù, sentendosi molto stupido. Stava per andarsene, ma Sherman disse:

«Se non vi dispiace, vorrei che rimaneste un poco. Tutti voi».

Si trovavano in una stanza piccola. Sherman la attraversò, e aprì una porta che dava nel soggiorno, e Len vide che c’erano sette od otto uomini, in attesa.

«Non vi è niente di cui preoccuparsi,» disse Sherman, indicando loro di passare nell’altra stanza. «Quelle tre sedie, là, alla tavola… bene. Sedetevi. Desidero che parliate con queste persone».

Sedettero, l’uno vicino all’altro, allineati. Sherman sedette vicino a loro, e accanto a Sherman si mise Hostetter, e gli altri si affollarono intorno alla tavola. C’erano penne e carta e qualche altra cosa, e al centro un grosso canestro con il coperchio abbassato. Sherman presentò gli uomini, ma Len non riuscì a ricordare i nomi, a parte quelli di Erdmann e Gutierrez, che conosceva già dalla sera prima. Erano tutti di mezza età, e avevano lo sguardo penetrante, e sembravano persone abituate a esercitare una certa autorità. Furono tutti molto cortesi con Amity.

Sherman disse:

«Questa non è una inquisizione, o cose del genere: siamo tutti, semplicemente, molto interessati. Quando avete sentito parlare per la prima volta di Bartorstown? Cosa vi ha deciso a venire qui, con tanta determinazione? Come è cominciata la faccenda, e che cosa vi è accaduto a causa della vostra decisione? Puoi cominciare tu, Ed? Credo che tu abbia vissuto la cosa dall’inizio».

«Ebbene,» disse Hostetter. «Io credo che tutto sia cominciato quella notte, quando Esaù rubò la radio».

Sherman si voltò a fissare Esaù, che parve molto a disagio.

«Probabilmente ho fatto qualcosa di male, ma allora ero soltanto un ragazzo. E avevano ucciso quell’uomo, solo perché dicevano che veniva da Bartorstown… è stata una notte terribile. E io ero curioso».

«Continuate,» disse Sherman, e tutti si protesero verso di lui, visibilmente interessati. Esaù continuò a narrare la storia, e ben presto Len fu chiamato a intervenire, e i due giovani parlarono della predica, e della lapidazione di Soames, e di come la radio fosse diventata per loro una vera e propria fissazione. E con l’aiuto di Hostetter, che si inseriva nei momenti dubbi, o fondamentali, e con Sherman o uno degli altri uomini che rivolgevano a volte delle domande, ben presto essi narrarono l’intera storia, fino al momento in cui Hostetter e i barcaioli li avevano salvati dal fumo e dall’ira di Refuge. Amity aveva qualcosa da aggiungere, a sua volta, e le sue descrizioni furono di indubbia efficacia. Quando ebbero finito, parve a Len che avessero affrontato troppe difficoltà, troppi pericoli e troppe avventure, per quello che avevano infine trovato una volta arrivati alla città dei loro sogni; ma questo non lo disse.

Sherman si alzò, e aprì un’altra porta, che si trovava dalla parte opposta della stanza. C’era una stanza piena di apparecchiature, là, e un uomo che sedeva al centro di quelle apparecchiature, con una cosa dall’aria buffa sulla testa. Tolse lo strano oggetto, e Sherman domandò:

«Tutto bene?»

L’uomo annuì.

«Tutto bene».

Sherman chiuse di nuovo la porta, e si voltò.

«Ora vi posso dire che avete parlato a tutto Fall Creek, e Bartorstown». Sollevò il coperchio del canestro, e mostrò cosa c’era all’interno. «Questi sono dei microfoni. Ogni parola che avete detto è stata raccolta e trasmessa». Lasciò cadere di nuovo il coperchio, e li guardò negli occhi, uno dopo l’altro. «Volevo che tutti ascoltassero la vostra storia, narrata con le vostre parole, e mi è parso questo il modo migliore. Avevo paura che, mettendovi su un palco, con quattrocento persone intente a fissarvi, sareste rimasti muti e paralizzati. Così ho fatto questo».