«Oh, santo cielo,» esclamò Amity, e si coprì la bocca con le mani.
Sherman guardò gli altri uomini.
«Davvero una storia fantastica, no?»
«Sono giovani,» disse Gutierrez. Pareva malato, malatissimo, e la sua voce era debole, ma sempre scontrosa. «Possiedono fede e fiducia».
«Lasciamo che la conservino,» disse Erdmann, in tono stridulo. «Per l’amor di Dio, che almeno qualcuno la conservi!»
Gentile, paziente, Sherman disse:
«Avete entrambi bisogno di riposo. Volete fare un grande favore a tutti? Andate a riposare, adesso».
«Oh, no,» disse Gutierrez. «Non lo farei per niente al mondo. Non posso perdere questo spettacolo. Voglio vedere i loro volti splendere, quando vedranno per la prima volta la città fatata».
Guardando i microfoni, Len disse:
«Avete detto che c’era una ragione per cui avevate deciso di lasciarci venire qui. È questa?»
«In parte,» disse Sherman. «La nostra gente è umana. La maggior parte di noi non ha contatti diretti con il lavoro principale, e così non si sente importante, né direttamente interessata. I nostri vivono un’esistenza da reclusi, qui. Comincia a serpeggiare il malcontento. La vostra storia è un potente strumento per ricordare com’è la vita fuori da qui, e per quale motivo noi dobbiamo portare avanti ciò che stiamo facendo. La vostra storia è anche un grande motivo di speranza, per noi e per tutti».
«In qual modo?»
«Serve a dimostrare che ottant’anni di controllo rigoroso e assoluto non sono riusciti a sradicare dal mondo l’antica arte del libero pensiero».
«Sii sincero, Harry,» disse Gutierrez. «Nella nostra decisione hanno avuto peso soprattutto i motivi sentimentali».
«Può darsi,» ammise Sherman. «Sarebbe stato un tradimento verso ogni cosa nella quale crediamo, verso tutto ciò che desideriamo simboleggiare, se vi avessimo lasciati impiccare perché avevate creduto in noi. Per lo meno, a Fall Creek tutti la pensavano così».
Li guardò, pensieroso.
«Forse è stata una decisione stupida e avventata. Nessuno di voi potrà, molto probabilmente, contribuire al nostro lavoro, e voi costituite un problema sproporzionato alla vostra importanza personale. Siete i primi stranieri che abbiamo accettato tra noi, da più anni di quanti ne possa ricordare. Non possiamo lasciarvi andare. Non vogliamo essere costretti a fare ciò che ho detto ieri sera, come minaccia. Così dovremo fare molta fatica, e avere molta pazienza, e sforzarci, più di quanto ci sia mai capitato di sforzarci per uno dei nostri, affinché voi siate perfettamente integrati nel tessuto della nostra esistenza, dei nostri pensieri, della nostra mèta particolare. Se non vogliamo sorvegliarvi per tutta la vita, se non vogliamo destinare gran parte del nostro tempo a tenervi d’occhio, dobbiamo riuscire a trasformarvi in veri cittadini di Bartorstown, degni della nostra piena fiducia. E questo, praticamente, significa una completa rieducazione».
Diede un’occhiata penetrante e ironica a Hostetter.
«Lui ha giurato che ne valete la pena. Spero che abbia ragione».
Si chinò, allora, e strinse la mano ad Amity.
«Grazie, signora Colter, ci siete stata di grande aiuto. Non credo che trovereste molto interessante la passeggiata che stiamo per fare, così perché non vi fermate a fare colazione con mia moglie? Ne sarebbe felicissima, e potrebbe aiutarvi in molte cose».
Accompagnò Amity alla porta, senza curarsi delle occhiate che la giovane donna lanciava intorno, evidentemente confusa, e l’affidò a Mary Sherman, una donna che pareva avere la virtù di trovarsi sempre dove si aveva bisogno di lei, e di sparire silenziosamente quando la sua utilità era apparentemente cessata.
La porta si chiuse, e Amity, accompagnata da Mary Sherman, scomparve dietro di essa.
Allora Sherman ritornò indietro, avvicinandosi alla tavola, e rivolse un breve cenno a Len e a Esaù.
«Bene,» disse. «Andiamo».
«A Bartorstown?» domandò Len.
E Sherman rispose:
«A Bartorstown».
21.
La spiegazione era semplice, quando la si conosceva. Così semplice, che Len si rese conto che non c’era da meravigliarsi di non averla indovinata. Sherman li guidò, risalendo la gola, oltre il pendio della miniera, fino all’altro lato della piccola diga. Con loro c’erano Gutierrez, Erdmann e Hostetter, e altri due uomini, tra quelli presenti alla riunione. Gli altri se ne erano andati, chiamati dai loro lavori in qualche altro posto. Il sole era caldo, laggiù, sul fondo della valle, e la polvere era secca. L’aria sapeva di polvere e di legno e di aghi di pino e di muli. Len diede un’occhiata a Esaù. Il suo viso era pallido e teso, e i suoi occhi vagavano incerti, come se egli non avesse voluto vedere quello che appariva davanti a lui. Len capiva quello che suo cugino provava. Quella era la fine, la solida, inesorabile verità, la fine del sogno. Avrebbe dovuto provare un senso di eccitazione, e di sgomento, e di apprensione. Avrebbe dovuto sentire qualcosa. Ma non sentiva niente. Aveva già consumato tutti i sentimenti del suo spirito, e adesso era soltanto un uomo, un uomo che camminava.
Salirono per il pendio abbandonato che era stato invaso dalle rocce. Camminarono tra le rocce, sotto il sole caldo, fino all’apertura sul fianco della montagna. C’era un cancello di legno, scolorito e vecchio ma in buone condizioni, e un cartello sul quale c’erano queste parole: PERICOLO — GALLERIA MINERARIA NON SICURA — CADUTA MASSI — TENERSI LONTANI.
Il cancello era chiuso. Sherman lo aprì, ed entrarono, e subito dopo il cancello venne richiuso.
«Serve a tenere fuori i bambini,» disse. «Sono gli unici di cui dobbiamo preoccuparci.»
Dentro la galleria, per quanto lasciava scorgere la luce del sole, c’era una massa di rocce franate sul pavimento, e un’aria pericolante nelle pareti e nella volta, e l’aspetto generale era di completo abbandono. Le assi di sostegno erano marcite e rotte, e qualche puntello della volta pendeva spezzato. Non era un posto che invitasse a entrare. Sherman spiegò che tutte le miniere avevano delle gallerie abbandonate, e che nessuno vedeva niente di strano in una faccenda normalissima.
«Questa galleria, naturalmente, è perfettamente sicura. Ma la messa in scena è convincente.»
«Troppo convincente,» disse Gutierrez, incespicando. «Un giorno o l’altro mi romperò una gamba.»
La luce cominciò a stemperarsi nell’oscurità, e la galleria girò verso sinistra. Improvvisamente, senza alcun preavviso, un’altra luce si accese davanti a loro. Era bluastra e molto brillante, dissimile da qualsiasi altra luce che Len avesse mai visto, e in quel momento, per la prima volta dal suo arrivo a Fall Creek, l’eccitazione ritornò ad agitarsi dentro di lui, quell’eccitazione di cui solo pochi istanti prima si era ritenuto incapace. Sentì che Esaù tratteneva il respiro, e diceva, ’Elettricità!’, e quella magica parola parve riecheggiare nell’antica volta. Ora la galleria era liscia e diritta e agevole; nessun ostacolo ingombrava la strada. Avanzarono rapidamente, e oltre la luce Len vide una porta.
Si fermarono davanti a essa. La luce era sopra di loro, adesso. Len cercò di guardarla direttamente, e fu costretto a battere le palpebre, come di fronte alla luce del sole.
«Non è splendido?» bisbigliò Esaù. «È proprio come ci diceva la nonna, non è vero?»