«Automatico, tutto automatico,» disse Hostetter, uscendo dal suo silenzio, sbuffando, con disprezzo. «E ci meravigliamo che i Mennoniti abbiano ottenuto un potere così grande nel paese! La gente comune era così viziata dall’automazione, che non sapeva neppure allacciarsi le stringhe delle scarpe, senza una macchina che l’aiutasse.»
«Ed,» disse Sherman, quietamente. «Non saresti un buon agente pubblicitario per Bartorstown;»
«Chissà,» disse Hostetter. «Sembra però che sia stato abbastanza efficace, almeno per qualcuno.»
Len lo fissò. Ormai aveva imparato a conoscere bene Hostetter, e capiva che era preoccupato e nervoso e a disagio. Len avvertì un brivido freddo lungo la schiena, e si volse di nuovo a guardare tutte le strane cose che lo circondavano. Erano meravigliose, e affascinanti, e non volevano dire niente, se qualcuno non diceva prima quale scopo avevano. E nessuno aveva detto niente.
Lo disse ad alta voce, e Sherman annuì.
«Uno scopo esiste. Tutte queste cose hanno uno scopo. Volevo che prima vedeste tutta Bartorstown, e non solo una piccola parte di essa, per comprendere quanto fosse importante il suo scopo, almeno per il governo di questo paese, ancora prima della Distruzione. Così importante da indurre il governo a provvedere affinché Bartorstown potesse sopravvivere, anche se tutto il resto fosse andato distrutto, come infatti è accaduto. Ora vi farò vedere un’altra parte delle installazioni; la centrale di energia.»
Hostetter aprì la bocca, per parlare, e Sherman disse, con calma:
«Faremo a modo mio, Ed.» Li condusse ancora lungo il corridoio centrale, che Len aveva paragonato al mozzo della ruota, e guardando di sbieco Len ed Esaù, disse, «Ci serviremo della scala, invece che dell’ascensore.»
Per tutta la discesa lungo la scala di metallo, che riecheggiava cupamente sotto i loro passi, Len cercò di ricordare che cosa fosse un ascensore, un nome che aveva già sentito menzionare dalla nonna, ma non vi riuscì. Poi si fermò con gli altri a un nuovo piano, e si guardò intorno.
Si trovavano in un’immensa caverna, che rimandava l’eco di una possente e profonda vibrazione, mescolata con altri suoni sconosciuti alle orecchie di Len, ma che, mescolati gli uni con gli altri, parlavano con una voce inconfondibile, che diceva una parola che nessuno aveva pronunciato davanti a lui in passato, all’infuori delle voci naturali del vento e del tuono e dell’inondazione. La parola era energia. Pura energia della natura, della materia, degli elementi. La volta era stata lasciata più grezza, in quella caverna immane, e tutto lo spazio era inondato da una luce bianca, liquida e incandescente, e in quella luce si ergevano massicce molte possenti strutture tozze, bulbose, gigantesche, vicino alle quali gli uomini che lavoravano sembravano dei nani. La carne di Len avvertiva quel pulsare e quel vibrare dell’aria e della roccia, e le sue narici si contrassero, per uno strano sentore che pervadeva l’aria.
«Questi sono i trasformatori,» disse Sherman. «Vedete i cavi… scorrono in condotti nascosti, e portano l’energia a tutta Bartorstown. Questi sono i generatori, e queste le turbine…»
«…l’impianto a vapore…»
Ecco, quello era comprensibile. Enormemente più grande di qualsiasi altra cosa avessero sognato, ma era a vapore, e il vapore lo riconoscevano, era un vecchio amico tra quei giganti stranieri. Indugiarono, quasi aggrappandosi a esso, all’unica cosa familiare, facendo dei confronti, e uno dei due uomini dei quali Len non aveva capito bene il nome spiegò pazientemente tutte le differenze di modello e di funzionamento.
«Ma non c’è la caldaia,» disse Esaù. «Non c’è fuoco, né combustibile. Da dove viene il calore?»
«Di là,» disse l’uomo, e puntò il braccio. L’impianto a vapore si stendeva fino a una massa di cemento, alta, lunga e massiccia. «Quello è il commutatore di calore.»
Esaù osservò il cemento, accigliato.
«Non vedo…»
«È tutto schermato, naturalmente. È caldo.»
«Caldo,» disse Esaù. «Be’, certo, deve essere caldo, per far bollire l’acqua. Ma ancora non capisco…» Si guardò intorno, cercando qualcosa nei recessi della grande caverna. «Ancora non riesco a capire che cosa usate come combustibile.»
Ci fu un momento di silenzio, un silenzio pulsante e vibrante come poteva esserlo in quel luogo vasto e misterioso. La pulsazione era forte nelle orecchie di Len, e oscuramente egli intuì di trovarsi di fronte a una spaventosa rivelazione, immobile sul ciglio di un abisso oscuro, pauroso e insondabile; lo capì dai volti tesi e attenti degli uomini, e dal modo in cui la domanda di Esaù parve ondeggiare, vibrante e sospesa nell’aria, e le sue eco non si spensero per molto, molto tempo.
«Be’,» disse Sherman, in tono gentile, discorsivo, e gli occhi di Hostetter brillavano, penetranti e angosciati, nella luce. «Vedete, noi usiamo l’uranio.»
E il momento passò, e la voragine si spalancò, nera e vasta come la perdizione, e Len mandò un grido, forse, ma il grido fu risucchiato dalla vibrazione e dal silenzio, fino a quando non giunse alle sue orecchie come un bisbiglio, il fantasma di un bisbiglio:
«Uranio. Ma era… era…»
La mano di Sherman si alzò, e indicò il punto dove la massa di cemento si alzava e si congiungeva a un grande muro spesso.
«Sì,» disse. «L’energia atomica. Quella parete di cemento è il rivestimento esterno dello scudo. Dietro c’è il reattore.»
Ancora silenzio, eccettuata la vibrazione pulsante di quella grande voce che non si quietava mai. La parete di cemento pareva torreggiare come le porte dell’inferno, e il cuore di Len rallentò i battiti, e il sangue in tutto il suo corpo si fece freddo come acqua di neve.
Dietro c’è il reattore.
Dietro c’è il male, e la notte, e il terrore, e la morte.
Una voce gridava nelle orecchie di Len, la voce del predicatore, ritto sull’orlo del carro, con le scintille che volavano dietro le sue spalle nel vento della notte… Essi hanno liberato il sacro fuoco che Io soltanto, il Signore Geova, posso toccare… e Dìo disse… Che essi si purifichino dei loro peccati…
La voce di Esaù parlò, stridula, in tono di diniego:
«No. Non rimane più niente del genere nel mondo.»
Che si purifichino, disse il Signore, ed essi furono mondati. Vennero arsi col fuoco che essi avevano creato, sì, e le loro torri superbe svanirono nel grande fuoco della collera di Dio, e i luoghi d’iniquità vennero distrutti…
«È una menzogna,» disse Esaù. «Non esiste più niente del genere, dal tempo della Distruzione.»
Essi erano stati mondati. Ma non completamente…
«Non è una menzogna,» disse Len. Indietreggiò, lentamente, dall’immota parete di cemento. «L’hanno salvato, ed è qui.»
Esaù gemette. Emise un suono strano, come il pianto strozzato di un bambino, voltò le spalle al cemento, e si mise a correre.
Hostetter lo afferrò, muovendosi velocemente. Lo costrinse a voltarsi, e Sherman gli afferrò l’altro braccio, e lo tennero stretto, e Hostetter disse, in tono rude e severo:
«Non muoverti, Esaù.»
«Ma mi brucerà!» pianse Esaù, pallido, con gli occhi sbarrati. «Mi brucerà dentro, e il mio sangue diventerà bianco, e le mie ossa marciranno, e io morrò!»
«Non fare lo stupido,» ringhiò Hostetter. «Vedi bene che non ha fatto del male a nessuno di noi.»