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«Ha diritto di avere paura, Ed,» disse Sherman, in tono più gentile. «Tu dovresti conoscere i loro insegnamenti, molto meglio di me. Concedi loro un’opportunità. Ascoltate, Esaù. Voi pensate alla bomba. Questa non è una bomba. Non fa del male. Abbiamo vissuto con il reattore per quasi cento anni. Cento anni, un secolo: non può esplodere, e non può bruciare. Il cemento elimina il pericolo, lo rende sicuro. Guardate!»

Lasciò andare Esaù, e si avvicinò al cemento, e appoggiò le mani su di esso.

«Vedete? Non c’è niente da temere, qui.»

E il diavolo parla con la lingua degli stolti e dei pazzi, e opera con le mani degli audaci. Padre, perdonami, non sapevo!

Esaù si passò la lingua sulle labbra. Respirava affannosamente.

«Andate a farlo anche voi,» disse a Hostetter, come se Hostetter fosse stato di carne diversa da quella di Sherman, essendo stato parte del mondo che Esaù aveva conosciuto, e non solo delle anime dannate di Bartorstown.

Hostetter scrollò le spalle. Si avvicinò alla parete di cemento, e appoggiò le mani sullo scudo.

E voi, pensò Len. Ecco che cosa non volevate dirmi, quale segreto non volevate rivelarmi, perché non avevate fiducia in me.

«Be’,» disse Esaù, rosso in viso, esitante, sudato, con il corpo tremante come quello di un cavallo spaurito, ma ormai al di là del primo impeto di fuga. Ora non voleva più fuggire, restava dov’era, ricominciava a pensare. «Be’…»

Len strinse i pugni di ghiaccio, e guardò Sherman, in piedi davanti allo scudo.

«Non c’è da meravigliarsi che abbiate tanta paura,» disse, con una voce che non pareva più la sua. «Non c’è da meravigliarsi che fuciliate coloro che vogliono andarsene. Se qualcuno uscisse da qui, e dicesse quello che avete in questo luogo, le masse si solleverebbero e verrebbero a cercarvi, a stanarvi e a farvi a pezzi, e non ci sarebbe al mondo una montagna abbastanza grande da nascondervi.»

Sherman annuì.

«Sì. È così.»

Len si volse a fissare Hostetter.

«Perché non ci avete parlato di questo, prima che venissimo qui?»

«Len, Len,» disse Hostetter, scuotendo la testa. «Non volevo che voi veniste, e lo sai bene. E ho cercato di avvertirvi entrambi, in ogni modo che mi è stato possibile.»

Sherman lo stava osservando, con occhi socchiusi, e non perdeva nessun gesto, nessuna espressione, in attesa di vedere cosa avrebbe fatto. Tutti stavano guardando, Gutierrez con una mescolanza di stanchezza e commiserazione, Erdmann con visibile imbarazzo, ed Esaù era in mezzo a loro, come un grosso bambino spaurito. Lui si accorse, confusamente, che tutto questo obbediva a un piano, e che essi volevano sapere quali parole avrebbe pronunciato, quali sensazioni avrebbe provato, nel momento della rivelazione. E in un improvviso, impetuoso rigetto di tutte le speranze e dei sogni e dei desideri dell’infanzia, della ricerca e della fede, egli gridò a tutti loro:

«Bruciare il mondo una volta non è stato sufficiente? Perché volete tenere in vita questo orrore?»

«Perché,» disse Sherman, con calma, «Non spettava a noi distruggere quello che abbiamo. E perché distruggere queste cose è la reazione dei bambini, la reazione degli uomini che hanno bruciato Refuge, la reazione di coloro che hanno approvato il Trentesimo Emendamento. Si tratta solo di un’evasione della realtà, di una fuga dalle responsabilità. Nessuno può distruggere la conoscenza. La si può calpestare, e bruciare, e proibire, ma in qualche modo, in qualche luogo, essa sopravviverà sempre.»

«Sì,» ribatté Len, amaramente, «Fino a quando ci saranno degli uomini abbastanza pazzi da mantenerla in vita. Io volevo che ritornassero le città, è vero. Volevo le cose che possedevamo un tempo, e pensavo che fosse stupido avere paura di qualcosa che era scomparso da molti, molti anni. Ma non avrei mai sognato che l’orrore fosse ancora vivo, che non se ne fosse andato completamente dal mondo…»

«Così ora voi pensate che gli uomini che hanno ucciso Soames avessero ragione, e che coloro che hanno ucciso il vostro amico Dulinsky e bruciato un paese abbiano agito bene?»

«Io…» Le parole si fermarono, nella gola di Len, e poi egli gridò, «Non è giusto chiedermi questo! Non c’era l’energia atomica a Refuge!»

«Va bene, allora,» disse in tono conciliante Sherman. «Cerchiamo di esporre la cosa in un modo diverso. Supponiamo che Bartorstown venga distrutta, con tutti i suoi abitanti. Come potreste essere sicuro che in qualche parte del mondo, nascosta sotto qualche altra montagna, non esista un’altra Bartorstown? E come potreste essere sicuro che qualche dimenticato professore di fisica nucleare non abbia nascosto i suoi libri di studio… mi avete detto che ne esisteva uno anche a Piper’s Run. Moltiplicate questa possibilità per il numero dei libri che devono essere rimasti nel mondo. Vi sembra possibile distruggerli tutti?»

Esaù disse, lentamente:

«Len, ha ragione.»

«Un libro,» disse Len, provando il senso del cieco terrore, avvertendo la presenza oscura della Bestia in agguato dietro la parete di cemento. «Un libro, sì, ne avevamo uno, ma non ne conoscevamo il significato. Nessuno poteva comprendere.»

«Qualcuno, in qualche parte del mondo, sarebbe riuscito a capirne il significato, prima o poi. E ricordate un’altra cosa: i primi uomini che scoprirono il segreto dell’energia atomica non erano guidati da nessun libro. Non sapevano neppure che la cosa fosse possibile, non avevano nessuna luce a guidarli. Avevano soltanto la loro intelligenza, e la loro volontà, e la loro curiosità. Non potete distruggere neppure tutti i cervelli del mondo.»

«Va bene,» gridò Len, intrappolato in un angolo, privo di ogni possibilità di scampo. «Se non è questa la via da seguire, quale altra via rimane?»

«La via della ragione,» disse Sherman. «E ora vi posso dire per quale motivo Bartorstown è stata costruita.»

22.

C’erano tre livelli, a Bartorstown. Essi salirono in quello di mezzo, sotto i laboratori e sopra la caverna dove il male antico si nascondeva dietro la sua tana di cemento. Len camminava davanti a Hostetter, e gli altri erano intorno a lui, Esaù ancora scosso da un tremito nervoso, e sudato, gli uomini di Bartorstown silenziosi e gravi. E la mente di Len era una distesa di oscurità selvaggia, come un cielo notturno senza stelle.

Stava fissando un’immagine. L’immagine si trovava su di un lungo pannello di vetro curvo, più alto di un uomo e illuminato dall’interno, e l’immagine appariva reale, dotata di prospettiva e profondità e distanza, e colori, e ogni minimo particolare era netto, facile da distinguere. Era un’immagine terribile. Raffigurava una desolazione arsa e frantumata, nella quale si ergeva soltanto un piccolo edificio solitario, inclinato, come se fosse stato molto stanco, e avesse voluto crollare.

«Voi parlate della bomba e di quello che ha fatto, ma non l’avete mai vista,» disse Sherman. «Gli uomini che costruirono Bartorstown l’avevano vista, invece, e ne avevano visto gli effetti… loro, o i loro padri. Era una realtà, una cosa del loro tempo. Posero questa immagine qui, al centro di questa sala, perché la sua visione ricordasse sempre una cosa… che essi non avrebbero mai, mai dovuto dimenticare il loro lavoro. In questa immagine vedete gli effetti della prima bomba atomica. Le rovine sono quelle della città di Hiroshima. Ora procedete, dietro l’angolo della parete.»

Obbedirono, e Gutierrez era già davanti a loro, e camminava a testa bassa.

«Le ho già viste troppe volte,» disse. Scomparve attraverso una porta che si apriva dall’estremità di un ampio, breve corridoio, sulle cui pareti c’erano numerose immagini. Erdmann fece per seguirlo, esitò, e poi rimase con gli altri. Neppure lui guardò le immagini.

Sherman le guardò, invece, e disse:

«Queste sono fotografie. Raffigurano persone sopravvissute a quel primo bombardamento… se possiamo usare il termine ’sopravvissute’, nel loro caso.»