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Esaù borbottò:

«Gesù Benedetto!» Cominciò a tremare più violentemente, e muoveva la testa in modo strano, osservando le fotografie con brevi sguardi furtivi, come se avesse voluto vedere il meno possibile.

Len non disse niente. Fissò Sherman duramente, con occhi accusatori, e Sherman disse:

«In quei tempi, il problema della bomba era molto, molto sentito, perché la gente viveva sotto l’ombra di esso. In quelle vittime, la gente di allora vedeva i propri cari, le proprie famiglie. C’era un desiderio generale… tutti volevano che non vi fossero altre vittime, né altre Hiroshima, e sapevano che vi era un solo mezzo per raggiungere questo scopo.»

«Non avrebbero potuto distruggere le bombe?» domandò Len.

Era una domanda stupida, e subito si arrabbiò con se stesso per averla fatta, perché conosceva già la risposta: aveva parlato a lungo di quei tempi con il giudice Taylor, aveva letto diversi libri sull’argomento. Così si affrettò a prevenire la risposta di Sherman, dicendo:

«Lo so, pensavano che il nemico non avrebbe distrutto le sue. La cosa migliore sarebbe stata quella di non avere mai creato la bomba.»

Sherman rispose:

«La cosa migliore sarebbe stata quella di non imparare mai ad accendere un fuoco, così nessuno si sarebbe mai bruciato. Inoltre, era un po’ troppo tardi per questo. Dovevano affrontare una realtà, non un argomento filosofico.»

«E allora,» disse Len, «Qual era la risposta?»

«Una difesa: non la difesa imperfetta del radar e di altre armi, ma qualcosa molto più fondamentale e totale, un concetto completamente nuovo. Un campo di forza in grado di controllare le reazioni delle particelle nucleari al loro stesso livello, in modo che non potesse verificarsi alcun processo di fissione, o di fusione, dovunque quel campo protettivo fosse in funzione. Un completo controllo, Len. La padronanza assoluta dell’atomo. La fine delle bombe, di tutte le bombe.»

Silenzio, calma, ed essi lo osservarono di nuovo, per vedere quali sarebbero state le sue reazioni. Lui chiuse gli occhi, per non vedere quelle immagini, e riuscire a pensare, o almeno tentare di farlo, e le parole risuonavano nella sua mente, forti e fredde, per il momento senza significato. Controllo completo. La fine delle bombe, di tutte le bombe. La cosa migliore sarebbe stata quella di non averle mai costruite, né le bombe, né il fuoco, né le città…

No.

No, una parola ripetuta, lentamente, con attenzione, no. Controllo completo. La fine delle bombe, di tutte le bombe. La bomba è un fatto. L’energia atomica è un fatto. È un fatto concreto, qui, sotto i miei piedi, la terribile energia che ha prodotto le immagini che vedo intorno. Non posso negare questo fatto, non posso distruggerlo, solo perché è male, e il male è un serpente che muore e si rinnova perennemente dalle proprie ceneri…

No, no, no. Queste sono le parole del predicatore, le parole di Burdette. Completo controllo dell’atomo. La fine delle bombe. La fine delle vittime, la fine della paura. Sì. Si costruiscono delle stufe, per tenere prigioniero, docile e mansueto, il fuoco, e si tiene l’acqua a portata di mano per spegnerlo, se si ribellasse. Sì.

Ma…

«Ma non trovarono quella difesa,» disse. «Perché il mondo venne bruciato dalle bombe, malgrado ogni sforzo.»

«Tentarono di farlo. Ci hanno indicato la strada. Noi la stiamo ancora seguendo. E adesso, proseguiamo.»

Varcarono la porta oltre la quale Gutierrez se ne era andato, e si trovarono in uno spazio ricavato dalla roccia solida, come tutti gli altri, pareti lisce e colonne e tanto spazio che sfuggiva via in lontananza, inondato da torrenti di luce. C’era una grande parete, davanti a loro. Non era una vera parete, però, ma un immenso pannello, grande come una parete, isolato, collegato a due piccole macchine. Era alto quasi due metri, non raggiungeva il soffitto. C’era un labirinto di quadranti e lancette e lampade. Le lampade erano tutte spente, buie, e le lancette dei quadranti erano immobili. Gutierrez era in piedi davanti a esso, e il suo viso era torvo, triste, angosciato.

«Questa è Clementina,» disse, senza girare la testa al loro ingresso. «Un nome stupido per una cosa sulla quale può poggiare il futuro del mondo.»

Len abbassò le braccia, e in quel gesto c’era il significato di abbandonare molte cose pesanti, troppo pesanti o troppo dolorose per essere portate. Nella mia testa non c’è niente, deve restare così. Il vuoto si deve riempire lentamente di nuove cose, e le vecchie cose devono disporsi secondo nuovi disegni, e allora forse, forse riuscirò a capire… che cosa? Non lo so. Non so niente, e tutto è buio e confusione, e solo la Parola…

No, non quella Parola. Un’altra. Clementina.

Sospirò e disse, ad alta voce:

«Non capisco.»

Sherman si avvicinò al grande pannello buio.

«Questo è un computer. È il più grande che sia mai stato costruito, il più complesso. Vedete, qui…»

Puntò il braccio, indicando un punto oltre il pannello, nello spazio sorretto da colonne che si stendeva là, e Len vide che c’erano innumerevoli file di strane disposizioni di fili e tubi, messi tutti in ordine, uno dopo l’altro, interrotti a intervalli da grandi cilindri di cristallo scintillante.

«Tutto ciò ne fa parte.»

La passione che Esaù provava per le macchine si stava ridestando, un raggio ancora debole attraverso la nebbia della paura.

«È tutta una macchina? Una sola macchina?»

«Tutta una macchina. In essa, in quei banchi-memoria, è immagazzinata tutta la conoscenza sulla natura dell’atomo che esisteva prima della Distruzione, e tutta la conoscenza che hanno ottenuto da allora i nostri ricercatori… tutte queste cose sono espresse in equazioni matematiche. Senza di essa, non potremo lavorare. I nostri uomini impiegherebbero tutta la vita, solo per elaborare i problemi matematici che Clementina è in grado di risolvere in pochi minuti. È la ragione dell’esistenza di Bartorstown, lo scopo dei laboratori e del reattore, di tutto ciò che avete visto qui. Senza di lei, non avremmo alcuna possibilità di scoprire la risposta in un periodo prevedibile da una mente umana. Con lei… non si può mai dire. Da un giorno all’altro, da una settimana all’altra, potremmo arrivare alla soluzione del problema.»

Gutierrez emise un suono che avrebbe potuto essere l’inizio di una risata. Tacque immediatamente. E ancora una volta, Len scosse il capo, e disse:

«Non capisco.»

E non credo di avere alcun desiderio di capire. Non oggi, non adesso. Perché quello che mi state dicendo non corrisponde alla descrizione di una macchina, ma di qualche altra cosa, e non voglio sapere di più.

Ma Esaù esclamò:

«È capace di sommare, collegare e ricordare? Ma questo non corrisponde alla descrizione di una macchina, è molto di più. Sembra un… un…»

Si trattenne, allora, e Sherman disse, in tono spassionato:

«Una volta, li chiamavano anche cervelli elettronici.»

Oh, Signore, non avrà mai fine? Prima il fuoco dell’inferno, e ora questo!

«Un nome di fantasia, naturalmente,» disse Sherman. «Non è in grado di pensare, più di quanto non sia in grado di pensare un motore a vapore. E soltanto una macchina.»

E d’un tratto si girò verso di loro, col viso severo e gli occhi gelidi e la voce sferzante come una frusta, una voce imperiosa che attirava l’attenzione ed esigeva il rispetto.

«Non voglio farvi vedere troppe cose,» disse. «Non mi aspetto che comprendiate tutto in un momento, e non mi aspetto che riusciate ad adattarvi a queste cose in pochi giorni. Vi accorderò un periodo di tempo ragionevole. Ma voglio che ricordiate una cosa. Avete lottato, e gridato, e sofferto, per ottenere il permesso di entrare a Bartorstown, e adesso siete qui, e non m’importa quello che pensavate che fosse, né quali fossero i vostri sogni, là fuori: Bartorstown è questa, è così, e così accettatela, senza discussioni. Abbiamo un certo lavoro da compiere, qui. Non l’abbiamo cercato, non l’abbiamo chiesto, ci è capitato addosso, ma siamo legati a esso e intendiamo svolgerlo, qualsiasi cosa possa pigolare la vostra coscienza da contadinelli.»