Rimase immobile, fissandoli con i suoi occhi freddi e duri, e Len pensò, è deciso, e sincero, proprio come Burdette era deciso e sincero quando diceva: ’Non ci saranno città in mezzo a noi’.
«Avete detto che volevate venire qui per imparare,» disse Sherman. «Va bene. Vi daremo tutte le possibilità d’imparare. Ma, da questo momento in avanti, il compito spetterà a voi.»
«Sissignore,» si affrettò a dire Esaù, «Oh, sissignore!»
Len pensò: Non c’è ancora niente nella mia testa, mi sembra che sia stata attraversata dal vento. Ma lui mi sta guardando, aspetta che io dica qualcosa… che cosa? Sì, no… e sotto il sole ci hanno tenuti fuori ad attendere, e abbiamo molto faticato per entrare, e adesso siamo prigionieri di una fossa che abbiamo scavato con le nostre mani…
Ma tutto il mondo è prigioniero di una fossa. Non è quello che volevamo abbandonare, non è quello che volevamo sfuggire, la fossa che ha ucciso Dulinsky e quasi ha ucciso noi? La gente ha paura, e io li odiavo per questo, e ora… non so più quale sia la risposta, oh, Signore, non so, non so, fammi trovare una risposta perché Sherman sta aspettando e io non posso scappare.
«Un giorno,» disse, corrugando la fronte, nello sforzo di pensare, e assomigliava ancora di più al ragazzo pensieroso che si era seduto sul gradino, con la nonna, in un giorno fiammeggiante d’ottobre, «Un giorno l’energia atomica ritornerà nel mondo, nonostante tutti gli sforzi che possano venire compiuti per cancellarla.»
«Una cosa nota una volta ritornerà sempre.»
«E anche le città ritorneranno.»
«Col tempo, è inevitabile.»
«E accadrà tutto per la seconda volta, le città e la bomba, a meno che voi non troviate il modo per fermarlo.»
«Se gli uomini non saranno molto, molto cambiati, quando verrà la prossima volta, sì.»
«Allora,» disse Len, sempre accigliato, sempre scuro in volto. «Allora immagino che stiate tentando di fare ciò che è necessario. Forse avete ragione.» Una pausa. «Forse può essere giusto.»
Quella parola parve appiccicarsi sulla sua lingua, ma riuscì a spingerla fuori, e non scese la folgore a incenerirlo, e Sherman non gli fece altre domande.
Esaù si era avvicinato al pannello, affascinato dalle lusinghe della macchina. Allungò la mano, esitante, e toccò il pannello, e domandò:
«Potrei vederla funzionare?»
Fu Erdmann a rispondere.
«Più tardi. Ha appena terminato un programma di tre anni, e adesso è ferma, per una revisione completa.»
«Tre anni,» disse Gutierrez. «Sì. Vorrei che aveste potuto fermare anche me, per una revisione. Sai, Frank, ne avrei bisogno. Smontare il mio cervello, e rimetterlo assieme, fresco e scintillante e pronto.» Cominciò ad alzare e ad abbassare il pugno sul pannello, con un tocco lieve, lieve come il cadere di una piuma. «Frank,» disse. «Avrebbe potuto commettere un errore.»
Erdmann lo fissò, freddamente.
«Lo sai che non è possibile.»
«Una carica statica,» disse Gutierrez. «Un accumulo di elettricità, un granello di polvere, un relé troppo consumato per funzionare bene… come potresti saperlo?»
«Julio,» disse Erdmann. «Queste cose le sai meglio di me. Se ci fosse anche il minimo inconveniente, nella macchina, si fermerebbe automaticamente, chiedendo il nostro intervento.»
Sherman parlò, e la conversazione s’interruppe, e tutti cominciarono a muoversi, sfilando lentamente per il breve corridoio pieno d’immagini e di paure. Gutierrez si avvicinò a Len, camminando più svelto, e anche attraverso le nubi di dubbio e di paura, di sgomento e d’incertezza, che gravavano nella sua mente in quel momento, Len poté udirlo borbottare tra sé:
«Potrebbe aver commesso un errore.»
23.
Hostetter era una lampada nell’oscurità, una solida roccia nel cuore dell’inondazione. Era il legame, il contatto tra Piper’s Run e Bartorstown, era il vecchio amico e il braccio forte che l’aveva già salvato due volte, una volta alla predica, l’altra volta a Refuge. Len si aggrappò a lui, mentalmente, con una sorta di disperazione.
«Voi pensate che sia giusto?» domandò, già conoscendo l’inevitabile risposta, ma desiderando ugualmente ascoltarla dalla voce di Hostetter.
Stavano camminando lungo la strada di Bartorstown, nel tardo pomeriggio. Sherman e gli altri erano rimasti indietro, forse deliberatamente, per lasciare Hostetter solo con Len ed Esaù.
Hostetter si voltò a fissare Len, e disse:
«Sì, credo che sia giusto.»
«Ma…» disse Len, sommessamente, «Lavorarci, tenerlo in funzione…»
Era di nuovo all’aria aperta. La montagna non incombeva più sopra la sua testa, e le pareti di roccia di Bartorstown non lo rinchiudevano più nella loro morsa, e lui poteva respirare e guardare il sole. Ma l’orrore era ancora su di lui, e pensava al demone distruggitore acquattato in una cavità della roccia, e sapeva che non avrebbe voluto ritornare mai più in quel luogo malvagio. E nello stesso tempo sapeva che avrebbe dovuto andarci di nuovo, che lo volesse o no.
Hostetter disse:
«Avevo detto a entrambi che ci sarebbero state delle cose spiacevoli, per voi. Cose che si scontrano con gli insegnamenti che avete ricevuto… quegli insegnamenti che pensavate di rinnegare, ma che hanno lasciato una traccia dentro di voi.»
«Ma voi non ne avete paura,» disse Esaù. Era stato intento a riflettere, camminando pesantemente sulla strada ciottolosa. Sopra di loro, il pendio orientale offriva la consueta visione della miniera, e davanti a loro il villaggio di Fall Creek sonnecchiava tranquillamente sotto il sole al tramonto, e quel villaggio sarebbe stato molto, molto simile a Piper’s Run, se non ci fosse stato un diavolo incatenato nelle montagne. «Voi siete andato là, avete toccato il muro con le vostre mani.»
«Sono nato e cresciuto qui. L’idea è stata con me fin dai primi tempi,» disse Hostetter. «Nessuno mi ha mai insegnato che si trattava di una cosa malvagia o proibita, o che Dio l’aveva maledetta, ed è questa la differenza. È per questo motivo che non accettiamo stranieri tra noi, se non in casi rarissimi. Il condizionamento è completamente sbagliato.»
«Non mi preoccupo delle maledizioni, io,» disse Esaù. «Mi preoccupo di sapere se quella… energia atomica… potrà farmi del male.»
«No, a meno che tu non riesca a entrare là, oltre i ripari.»
«Non mi può bruciare.»
«No.»
«E non può esplodere.»
«No. L’impianto a vapore potrebbe esplodere, ma non il reattore.»
«Be’, in questo caso…» disse Esaù, e continuò a camminare in silenzio, immerso nei suoi pensieri. Poi i suoi occhi s’illuminarono, ed egli si mise a ridere, e disse, «Mi piacerebbe sapere che cosa penserebbero quei vecchi stupidi di Piper’s Run, il vecchio Harkness, e Clute, e gli altri! Volevano frustarci pubblicamente solo perché avevamo una radio, e adesso abbiamo questo… un reattore atomico! Gesù. Scommetto che ci ammazzerebbero, Len.»
«No,» disse Hostetter, malinconicamente. «Loro non lo farebbero. Ma finireste ugualmente come Soames, sotto un mucchio di pietre.»
«Be’, non ho nessuna intenzione di offrire loro la possibilità di farlo. Gesù! L’energia atomica, quella vera, l’energia più grande del mondo!» Le sue dita si aprirono e chiusero, e i suoi occhi brillarono di eccitazione e cupidigia, e domandò di nuovo, lentamente, «Siete sicuro che non ci siano pericoli?»