«Non ci sono pericoli,» disse Hostetter, con una nota d’impazienza nella voce. «Abbiamo quel reattore da cento anni, e non ha ancora fatto del male a nessuno.»
«Suppongo,» disse Len, lentamente, alzando il capo per affrontare il vento freddo, il vento del tramonto, nella speranza che quell’aria soffiasse via un poco delle tenebre e del terrore del suo spirito. «Suppongo che non abbiamo nessun diritto di lamentarci.»
«Non l’avete certo.»
«E suppongo anche che il governo sapesse cosa stava facendo, quando costruì Bartorstown.»
Anche loro avevano paura, bisbigliava il vento freddo, Avevano un potere troppo grande per loro, e avevano paura, e avevano ragione d’averla.
«Lo sapeva, certo,» disse Hostetter, che non udiva le parole del vento.
«Gesù,» disse Esaù, «Pensate cosa sarebbe successo, se avessero trovato il sistema di fermare la bomba.»
«Ci ho pensato,» disse Hostetter. «Tutti noi ci abbiamo pensato. Penso che ogni abitante di Bartorstown abbia un enorme complesso di colpa, per averci pensato troppo. Ma non c’era tempo. Semplicemente, non c’era tempo.»
Tempo? O qualche altra ragione?
«Quanto tempo ci vorrà?» domandò Len. «Mi sembra che, in quasi cento anni, avrebbero dovuto trovare qualcosa.»
«Mio Dio,» disse Hostetter, «Lo sai, tu, quanto tempo ci è voluto per scoprire l’energia atomica? Fu un greco di nome Democrito ad avere la prima idea dell’atomo, diversi secoli prima di Cristo, puoi fare il conto tu stesso.»
«Ma adesso non ci vorrà tanto tempo!» esclamò Esaù. «Sherman ha detto che con quella macchina…»
«No, non ci vorrà altrettanto tempo.»
«Quanto, però? Altri cento anni?»
«Come faccio a saperlo?» domandò Hostetter, irato. «Altri cento anni, o un altro anno soltanto. Come faccio a saperlo?»
«Ma con quella macchina…»
«È solo una macchina, non è Dio Onnipotente! Non può tirar fuori una risposta dall’aria, solo perché noi la vogliamo.»
«A proposito di quella macchina,» disse Esaù, e i suoi occhi erano di nuovo ardenti di entusiasmo. «Mi piacerebbe vederla in funzione. È davvero capace di…» Esitò, e poi pronunciò l’incredibile parola, «…di pensare?»
«No,» disse Hostetter. «Non come tu lo intendi. Fattelo spiegare da Erdmann, un giorno o l’altro…» Improvvisamente, si rivolse a Len, e disse, «Tu pensi che soltanto Dio abbia il diritto di costruire dei cervelli.»
Len arrossì, ricordando come Sherman lo aveva chiamato, contadinello con la coscienza pigolante, e arrossì ancora di più pensando che lui si sentiva tale, di fronte a quegli uomini che sapevano tanto più di lui, eppure non poteva mentire a Hostetter, lui aveva capito che i suoi pensieri erano stati quelli.
«Penso che prima o poi mi ci abituerò.»
Esaù sbuffò.
«È sempre stato pieno di dubbi, ha sempre impiegato un’eternità per prendere una decisione.»
«Be’, maledizione, Esaù.» esclamò Len, provando un palpito d’ira che per un momento allentò la cappa nera del dubbio. «Se non fosse stato per me, saresti ancora a spalare letame nel fienile di tuo padre!»
«Va bene,» disse Esaù, fissandolo con risentimento, «Ricordalo anche tu. Ricorda di chi è stata la colpa, e non andare in giro a piagnucolare come un bambino!»
«Non sto piagnucolando!»
«Sì, invece. E se ti preoccupi, se hai paura di peccare, avresti dovuto obbedire prima a tuo padre, e restartene a casa, a Piper’s Run.»
«Qui non puoi dargli torto,» s’interpose Hostetter, in tono blando.
Len borbottò qualcosa d’inintelligibile, prendendo a calci i sassolini della strada polverosa.
«E va bene. Mi ha spaventato. Ma anche lui si è spaventato, e non sono stato io a voltarmi e a scappare.»
Esaù disse:
«Sarei scappato anche davanti a un orso, fino a quando non avessi saputo che non mi avrebbe assalito o ucciso. Ora non sto scappando. Ascolta, Len, questa è una cosa importante. In quale altro punto del mondo potresti trovare una cosa altrettanto importante?» Gonfiò il petto, e sollevò il capo, come se si sentisse già rivestito di quell’importanza, come da uno splendido, colorato mantello. «Io voglio sapere molte altre cose su quella macchina.»
«Importante,» ripeté Len. «Sì, è importante.»
È vero. Non c’è alcun dubbio, su questo. Oh, Dio, tu fai quelli come mio fratello James, che non fa mai domande, e fai quelli come Esaù, che non crede mai, e perché devi fare i tipi intermedi come me?
Ma Esaù ha ragione. È troppo tardi, adesso, per preoccuparsi dei peccati. Papà ha sempre detto che le vie del trasgressore sono dure, e penso che questo faccia parte delle asperità di questa via.
E così sia, allora.
Lasciarono Esaù alla casa di Sherman, per andare a prendere sua moglie, e Len e Hostetter proseguirono insieme verso la casa di Wepplo. Il rapido, limpido crepuscolo di quei luoghi stava calando, e le strade erano deserte, ed erano piene dell’odore di fumo e di cibo. Quando giunsero davanti alla casa di Wepplo, Hostetter si fermò, e si voltò per parlare a Len con uno strano tono quieto che non aveva mai usato prima.
«C’è qualcosa che devi ricordare, nello stesso modo in cui ricordavi la folla che ha ucciso Soames, e Burdette e i suoi contadini, e i Nuovi Ismaeliti. Si tratta di questo… anche noi siamo fanatici, Len. Dobbiamo esserlo, altrimenti ce ne saremmo andati a vivere altrove la nostra vita, lasciando che tutta questa faccenda andasse in malora. Anche noi abbiano un credo. Non urtarlo, non immischiarti, perché se lo facessi neppure io sarei più in grado di salvarti.»
Poi sali i gradini, e lasciò Len immobile, là, a seguirlo con lo sguardo. C’erano delle voci e delle luci, nella casa, ma là fuori c’era silenzio, ed era quasi buio. E poi qualcuno arrivò dall’angolo della casa, camminando senza fare rumore. Era la ragazza, Joan, che accennando con il capo verso la casa disse:
«Cercava di spaventarvi?»
«Non credo,» disse Len. «Credo che stesse solo dicendo la verità.»
«L’ho sentito.» Aveva un panno bianco in mano, come se fosse andata a scuoterlo fuori. Anche il suo viso pareva bianco, nell’oscurità incombente, vago e indistinto. Ma la sua voce era tagliente come la lama di un coltello. «Fanatici, vero? Be’, forse lui lo è, e forse lo sono anche gli altri, ma non io. Io sono stanca di tutta questa faccenda, stanca e nauseata. Che cosa vi ha fatto desiderare di venire qui, Len Colter? Eravate impazzito, o qualcosa di simile?»
La guardò, osservò i contorni indistinti del suo viso, senza sapere cosa rispondere.
«Vi ho sentito parlare, stamattina,» disse lei.
Len disse, imbarazzato:
«Né io né Esaù sapevamo che…»
«Vi hanno ordinato di dire tutte quelle cose, vero?»
«Quali cose?»
«Come sono orribili le persone, là fuori, e come è odioso il mondo, e così via?»
«Non capisco cosa vogliate dire,» disse Len. «Non so in quale senso lo intendiate, ma ogni parola che abbiamo detto era vera. Se pensate il contrario, andate là fuori anche voi, e vedrete.»
Fece per passarle accanto, e salire i gradini. Lei posò una mano sul suo braccio, e lo fermò.
«Mi dispiace. Immagino che fosse tutto vero. Ma è per questo che Sherman vi ha fatto raccontare tutto alla radio… per farlo sentire a noi. Propaganda.» Aggiunse, nel tono di chi la sa lunga, «Scommetto che è stato per questo motivo che vi hanno lasciato entrare qui… per fare vedere a tutti noi, tangibilmente, quanto siamo fortunati.»
Len disse, a bassa voce:
«Non lo siete, forse?»
«Oh, sì,» disse Joan. «Sì, siamo molto fortunati. Abbiamo tanto di più della gente che vive nel mondo esterno. Non nella vita di ogni giorno, naturalmente. Anzi, non abbiamo altrettanto, per quanto riguarda cose come il cibo e come la libertà. Ma abbiamo Clementina, e lei compensa tutto. Vi è piaciuto il viaggio nel Buco?»