Quella notte, Len arrancò sopra la soffice coltre di neve verso la casa degli Wepplo. Disse a Joan, piano, in modo che nessuno potesse sentire:
«Voglio quello che tu vuoi. Mostrami la strada».
Gli occhi di lei brillavano. Lo baciò sulle labbra, e bisbigliò:
«Sì! Ma puoi mantenere un segreto, Len? C’è ancora molto, prima della primavera».
«Posso farlo».
«Non dirai niente, neppure a Hostetter?»
«Neppure a lui».
Neppure a lui. Perché una lampada è posta a guidare i passi del pentimento.
28.
Febbraio, marzo, aprile.
Tempo. Una lunga passività, un’attesa.
Lavorava. Ogni giorno faceva quello che si aspettavano da lui, sotto l’ombra di quella parete di cemento. Svolgeva bene il suo lavoro. Era questo il lato ironico della cosa: ora lui poteva interessarsi all’intera catena delle grandi macchine che imbrigliavano e trasmettevano l’Energia, e ne poteva ammettere il fascino, poteva accettare il senso d’importanza che quelle macchine davano a un essere umano… sapere di tenere a bada, e di guidare, quelle forze brute e immani, con la stessa sicurezza con cui si potevano dominare dei cavalli ombrosi. E lui poteva fare questo perché ora riconosceva il fascino per ciò che era, e aveva già estratto i denti del serpente. Poteva pensare a quello che una simile energia avrebbe potuto fare a Piper’s Run, e a Refuge, riportando nel mondo le comodità liete dell’infanzia della nonna, ma ora sapeva per quale motivo gli uomini erano ferocemente determinati a procedere senza di essa. Perché una volta posato il piede sul sentiero, era inevitabile procedere, e non si poteva tornare indietro, e d’un tratto lungo il cammino il cielo si apriva, e da esso scendeva una pioggia di fuoco. Così era necessario ritornare in un luogo sicuro, e rimanere là.
Ritornare a Piper’s Run, ai boschi e ai campi, alla fine dei dubbi, alla fine della paura. Ritornare al tempo spensierato prima della predica, prima di Soames, prima di avere udito il nome di Bartorstown. Ritornare alla pace. Aveva preso a pregare, di notte, a pregare ferventemente affinché non capitasse nulla a papà prima del suo ritorno, perché una parte della salvezza sarebbe stata proprio nella confessione dei propri errori davanti a lui, nel dirgli che aveva avuto ragione.
Accaddero diverse cose, in quel periodo. Nacque il figlio di Esaù, un maschio, e venne battezzato David Taylor Colter, in segno di sfida e affetto insieme ai due nonni. Joan fece dei piani accurati per preparare una casa separata, e fissò una data per il matrimonio. E queste cose erano importanti. Ma erano messe in ombra dalla grande cosa che li spingeva, dall’idea della fuga.
Niente altro contava, ormai, per lui e per Joan, neppure il matrimonio. Erano già uniti da un legame profondo e indissolubile, il loro avido desiderio di fuggire dalla gola.
«Sono anni che ho preparato il mio piano,» bisbigliava lei. «Notte dopo notte, sveglia nel mio letto, sentivo il peso delle montagne intorno a me, sognavo le pareti che mi tenevano chiusa, e faticavo e dissimulavo, affinché i miei genitori non si accorgessero di niente. E ora ho paura. Ho paura di non avere fatto abbastanza bene i mei piani, ho paura che qualcuno mi legga nel pensiero e mi costringa a rinunciare».
Si aggrappava a lui, in quei momenti, e lui diceva:
«Non aver paura. Sono soltanto degli esseri umani, non sono in grado di leggere nel pensiero. Non possono tenerci prigionieri».
«No,» rispondeva lei, cento e cento volte, «Il mio piano è buono. C’era solo bisogno di te».
La neve cominciò a sciogliersi e a precipitare tonante in grandi valanghe, giù dagli alti pendii delle montagne. Tra un’altra settimana, il passo sarebbe stato riaperto. E Joan disse che era venuto il momento.
Si sposarono tre giorni più tardi, davanti allo stesso ministro che aveva sposato Esaù e Amity, ma la cerimonia si svolse nella chiesa di Fall Creek, con il primo sole di primavera che illuminava la polvere sulle pietre dell’altare, e Hostetter in piedi, dietro a Len, accanto al padre di Joan, come testimone. Ci fu una festa, dopo la cerimonia; Esaù strinse la mano a Len, e Amity diede a Joan un bacio e uno sguardo sprezzante, e il vecchio prese fuori le tazze e fece circolare il liquore, e disse a Len:
«Ragazzo, ti sei preso la migliore ragazza del mondo. Trattala bene, o dovrò riprendermela». Rise allegramente e diede una vigorosa pacca sulla schiena a Len, facendolo barcollare, e poi, qualche tempo dopo, Hostetter lo raggiunse sul gradino di casa, dove Len si era seduto un momento per prendere una boccata d’aria, accalorato dalla festa.
Non disse niente, per qualche tempo, se non qualche casuale osservazione sulla primavera precoce di quell’anno. Poi disse:
«Sentirò la tua mancanza, Len. Ma sono felice. Davvero. Hai fatto la cosa giusta, la cosa che dovevi fare».
«Lo so».
«Be’, certo. Ma non intendevo questo, esattamente. Volevo dire che adesso ti sei veramente sistemato, ora fai veramente parte di questo posto. Sono contento. Sherman è contento. Lo siamo tutti».
Allora Len capì che Joan aveva avuto ragione, che il matrimonio era stato una cosa giusta, un preparativo necessario; ma non riuscì a guardare negli occhi Hostetter.
«Sherman aveva dei dubbi su di te,» disse Hostetter. «Anch’io ne ho avuti, per qualche tempo. Sono contento che tu sia riuscito a metterti in pace con la coscienza. Io so meglio di chiunque altro come deve essere stato duro». Tese la mano. «Buona fortuna, Len».
Len strinse la mano che gli veniva offerta, e disse:
«Grazie».
Sorrise. Ma pensò, Lo sto ingannando, proprio come ho ingannato papà, e non voglio farlo, come non volevo farlo allora. Ma quella volta sbagliavo, e questa volta sono nel giusto, questa volta è necessario…
Era contento di non dover più affrontare Hostetter da solo. Non sarebbe riuscito a guardarlo negli occhi.
La nuova casa era strana. Era piccola e vecchia, ai margini di Fall Creek, era stata pulita e lucidata e messa a nuovo, e riempita di cose femminili fornite dalla madre di Joan e dalle sue amiche, tendine e tovaglie e centrini e coperte ricamate e tappeti. Tanto lavoro e tanta buona volontà, e tutto per pochi giorni. Gli erano stati concessi quindici giorni, per la luna di miele. E ormai erano pronti. Ora potevano restare vicini, aggrappati l’uno all’altra, e aspettare insieme, senza nessuno a osservarli, con tutti i sospetti quietati e il sentiero libero davanti a loro.
«Prega che vengano gli Ismaeliti,» disse Joan. «Vengono sempre, non appena il passo è riaperto, a mendicare. Prega che vengano subito».
«Verranno,» disse Len. C’era una grande calma in lui, ora, la convinzione che lui sarebbe stato liberato, come i figli di Israele erano stati liberati dall’Egitto.
E gli Ismaeliti arrivarono. Non poté capire se si trattasse degli stessi che erano venuti prima delle nevi d’autunno, o di una nuova banda, ma essi vennero, ed erano spettrali e affamati, più cenciosi e sofferenti di quanto si potesse immaginare: fantasmi che vivevano, e il fatto che fossero vivi era motivo di incredulità e meraviglia. Chiesero polvere e pallottole, implorando, e Sherman fece gettare loro anche un barile di manzo salato, per amore dei bambini. Gli Ismaeliti lo presero. Joan li osservò mentre iniziavano il lento, curvo cammino del ritorno, per giungere al passo prima di sera, e stringendo forte la mano di Len bisbigliò:
«Prega che la notte sia oscura».
«La preghiera è già esaudita,» le disse, guardando il cielo. «Pioverà, prima di sera. Forse ci sarà la neve, se il freddo aumenta ancora».
«Qualsiasi cosa, purché faccia buio».
E ora la casa serviva al suo scopo, restituendo le cose che aveva tenuto nascoste per loro, al sicuro, il cibo, le borse per l’acqua, il sacco delle coperte, le due lenzuola rozze, artisticamente macchiate di cenere e abilmente lacerate. Len scrisse poche parole dolorose a Hostetter: «Non dirò mai a nessuno di Bartorstown. Vi devo questo. Mi dispiace. Perdonatemi, ma devo ritornare». Lasciò il foglio sul tavolo del soggiorno. Spensero molto presto le candele, sapendo che nessuno sarebbe venuto a disturbarli.