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«Attento, Alvin! Stiamo per imparare qualcosa di nuovo su Diaspar.»

Alvin aspettò paziente, ma non accadde nulla. L’immagine della città si stendeva davanti ai suoi occhi con tutte le bellezze e le cose sorprendenti che gli erano familiari, anche se in quel momento non le notava. Stava già per chiedere a Khedron cosa mai doveva avvenire, quando un movimento subitaneo colse la sua attenzione. Volse rapido la testa, ma troppo tardi.

Niente era cambiato. Diaspar era là, assolutamente identica. Khedron, però, lo stava osservando con espressione ironica. Riportò lo sguardo sulla città e questa volta la cosa si ripeté sotto i suoi occhi.

Uno degli edifici al limite del Parco svanì all’improvviso, e al suo posto ne comparve un altro totalmente diverso. La trasformazione fu improvvisa, tanto che un battito di ciglia sarebbe stato sufficiente a non fargliela notare.

Fissò sbalordito la città trasformata, ma nonostante lo stupore, la sua mente cercava la risposta al fenomeno. Poi ricordò le parole che aveva letto sullo schermo. «La regressione comincerà…» e subito si rese conto di quanto stava accadendo.

«Questa è la metropoli come era mille anni fa» disse a Khedron. «Stiamo andando indietro nel tempo.»

«Una definizione pittoresca ma non del tutto precisa» disse il Buffone.

«In realtà il monitor sta ricordando le versioni precedenti della città.

Quando viene apportata una modifica, i circuiti-memoria vengono scaricati e l’informazione contenuta in essi viene raccolta da unità di memoria sussidiarie, in modo da poter essere ritrovata qualora ce ne sia bisogno. Ho regolato il monitor in modo che indaghi attraverso queste unità alla velocità di mille anni al secondo. Stiamo già osservando la Diaspar di mezzo milione di anni fa. Per vedere qualche cambiamento sostanziale, dobbiamo andare molto più indietro… Aumenterò la velocità.»

Si voltò al quadro di comando, e in quel momento un intero isolato di case, non un semplice edificio, scomparve per far posto a un ampio anfiteatro ovale.

«Ah! l’Arena!» fece Khedron. «Ricordo ancora il baccano che è stato fatto quando abbiamo deciso di eliminarla. Non veniva mai usata però molti nutrivano per lei un affetto sentimentale.»

Il monitor prese a riesaminare le sue memorie a velocità massima; l’immagine di Diaspar continuava a recedere nel passato a milioni di anni al minuto, e i cambiamenti si succedevano così rapidi che l’occhio non riusciva a seguirli. Alvin notò che quei cambiamenti si verificavano ciclicamente; a lunghi periodi di stasi seguivano periodi di larga ricostruzione, poi altre pause e così via. Era come se Diaspar fosse un organismo vivente, che dovesse recuperare le forze tra una fase e l’altra del suo sviluppo.

Nonostante tutti i cambiamenti, il disegno base della città non mutava.

Edifici apparivano e scomparivano, ma il tracciato delle strade sembrava eterno, e il Parco continuava a restare il verde cuore di Diaspar. Alvin cercò di immaginare fino a che periodo potesse retrocedere il monitor. Poteva arrivare fino ai giorni in cui avevano fondato la città e superare quel velo che separava la storia vera e conosciuta dai miti e dalle leggende delle origini?

Erano già retrocessi di cinquecento milioni di anni. Fuori dalle mura di Diaspar, oltre ciò che conoscevano i monitor, doveva esserci una Terra differente. Forse c’erano oceani e foreste, e forse anche altre città, quelle che l’uomo non aveva ancora abbandonato prima di ritirarsi in una città unica.

I minuti passavano, e ogni minuto, nel piccolo universo dei monitor, erano eoni. Presto avrebbero raggiunto le primissime memorie conservate nelle macchine, pensò Alvin, e la regressione sarebbe finita. Ma, per quanto affascinante fosse quella lezione, non riusciva a comprendere di che utilità gli sarebbe stata per evadere dalla città.

Con un’improvvisa e silenziosa implosione Diaspar divenne una frazione di quella attuale. Il Parco svanì. La muraglia che collegava le torri titaniche evaporò in un istante. La città era aperta, dato che le strade radiali si spingevano, senza incontrare barriere, fino ai limiti di immagine del monitor.

Quella era la Diaspar dei giorni in cui l’umanità non era ancora cambiata.

«Impossibile andare oltre» disse Khedron a un tratto, indicando lo schermo del monitor. Sul pannello era apparsa la scritta: «Termine della regressione». «Dev’essere la versione più antica della città conservata dalle celle-memoria. Prima di allora è probabile che non fossero usati i circuiti di eternità; gli edifici si logoravano e invecchiavano secondo leggi naturali.»

Alvin restò a lungo a fissare il modello della città antica, prima della grande trasformazione della storia del genere umano. Pensava al traffico che si era svolto su quelle strade che si spingevano oltre i limiti della città, quando gli uomini erano liberi di spostarsi da un capo all’altro del mondo…

e addirittura su altri mondi. Quegli uomini erano suoi antenati; sentì d’essere molto più affine a loro che ai suoi contemporanei. Desiderò di vederli, di conoscere i loro pensieri mentre si muovevano per le strade della Diaspar di un miliardo di anni prima. Eppure quei pensieri non dovevano essere stati sereni, poiché l’umanità era vissuta allora sotto la minaccia degli Invasori. In pochi secoli, quegli uomini avevano dovuto chinare lo sguardo a terra e costruire una parete che nascondesse loro il resto dell’universo.

Khedron azionò il monitor avanti e indietro una dozzina di volte, lungo il breve periodo di storia in cui si era verificata la trasformazione. Il passaggio della piccola città aperta alla metropoli chiusa era avvenuto in mille anni all’incirca. Durante quel tempo dovevano essere state disegnate e costruite le macchine che avevano servito Diaspar così fedelmente, e pure in quel tempo erano state registrate su circuiti-memoria le cognizioni che le avrebbero messe in grado di esplicare il loro compito. In quei circuiti, inoltre, erano entrati anche gli schemi essenziali degli uomini viventi a quell’epoca, così che, ogni volta che l’impulso vitale li avesse richiamati, avrebbero potuto essere rivestiti di materia e sarebbero usciti rinati dalla Sala della Creazione. Alvin era certo di essere già esistito in quel mondo remoto. Forse, addirittura, la sua personalità era stata costruita con attrezzi di inconcepibile complessità da un artista-tecnico che aveva un suo scopo particolare. Tuttavia gli sembrava molto più probabile che lui fosse semplicemente la fusione di parecchi uomini che avevano camminato sulla Terra tanto tempo prima.

Nella nuova Diaspar restava ben poco della vecchia città; quasi l’intera area antica era stata assorbita dal Parco. Ma anche prima della trasformazione, nel centro di Diaspar c’era una spianata erbosa, dalla quale si dipartivano radialmente tutte le strade. In quel periodo era stata costruita la Tomba di Yarlan Zey; aveva preso il posto di una grossa costruzione circolare che un tempo sorgeva al punto d’incontro di tutte le strade. Alvin, che non aveva mai creduto alle leggende che parlavano dell’antichità della Tomba, era adesso costretto a ricredersi.

«Scommetto» disse, colpito da un’intuizione improvvisa «che è possibile esplorare la vecchia Diaspar così come si fa con la moderna.»

Le dita di Khedron azionarono subito il monitor e lo schermo rispose alla proposta di Alvin. La città d’un tempo cominciò a sfilare sotto i loro occhi. L’immagine della vecchia Diaspar era nitida e precisa quanto quella della città attuale. Per mille milioni di anni i circuiti di informazione l’avevano conservata, in attesa di qualcuno che volesse vedere com’era fatta.

Quello che stava osservando non era un puro e semplice ricordo, pensò Alvin. Era il ricordo di un ricordo…

Non riusciva ancora a capire se tutto ciò poteva essergli di aiuto, o se avrebbe trovato una soluzione alle sue ricerche. Ma non aveva importanza.