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Era affascinante guardare nel passato, e vedere un mondo che era esistito nei giorni in cui gli uomini vagavano ancora in mezzo alle stelle.

Indicò il basso edificio circolare che sorgeva nel cuore della città.

«Cominciamo da quello» disse a Khedron. «Dobbiamo pur partire da un punto, no?»

Forse fu una combinazione fortunata, forse una rimembranza vaga del subcosciente, o forse effetto di logica elementare. La cosa non aveva importanza, poiché prima o poi sarebbero arrivati a quel punto, proprio dove convergevano tutte le strade radiali della città.

Alvin impiegò dieci minuti per capire che le strade non s’incontravano là per ragioni di semplice simmetria… Dieci minuti per scoprire che la sua lunga ricerca era stata compensata.

9

Alystra era riuscita a seguire Alvin e Khedron senza che loro se ne accorgessero. Pareva che avessero una gran fretta, cosa strana a Diaspar, e non si erano mai voltati indietro. Per Alystra era stato un gioco divertente pedinarli lungo la strada mobile, confondendosi tra la folla senza perderli d’occhio. Alla fine la loro meta fu chiara. Quando abbandonarono l’intrico delle vie per addentrarsi nel Parco, non potevano essere diretti che verso la Tomba di Yarlan Zey. Il Parco non conteneva altri edifici, e due individui che andavano di fretta come Alvin e Khedron non potevano essere lì per godere lo spettacolo del paesaggio.

La ragazza li seguì fino alla Tomba di Yarlan Zey, e poiché attorno al monumento non c’era modo di nascondersi, aspettò che Alvin e Khedron sparissero sotto la cupola di marmo. Poi, come furono entrati, si affrettò su per la breve salita erbosa. Era quasi certa che sarebbe riuscita a nascondersi dietro uno dei grossi pilastri, per sorvegliare di là cosa stessero facendo.

La Tomba era formata da due anelli concentrici di colonne, che racchiudevano una corte circolare. Le colonne, tranne che in un settore, nascondevano completamente l’interno. Alystra evitò di avanzare in quella direzione, e fece il giro della Tomba per entrare da uno dei lati. Raggiunse il primo cerchio di colonne, vide che non c’era nessuno, e andò in punta di piedi fino al secondo. Tra un pilastro e l’altro, poté intravedere Yarlan Zey che, immobile, vegliava da millenni sul parco e sulla città.

Ma non c’era nessun altro in quella solitudine marmorea. La Tomba era vuota.

In quel momento, Alvin e Khedron si trovavano parecchi metri sottoterra, in una cabina le cui pareti sembravano fuggire velocemente verso l’alto.

Quella era l’unica indicazione di movimento; nessun’altra traccia di vibrazione mostrava che stessero penetrando rapidamente nel sottosuolo, lanciati verso una meta che nessuno di loro due conosceva ancora.

Tutto era stato facile, e la via era stata creata apposta per loro. (Da chi?

si chiedeva Alvin. Dal Computer Centrale? O da Yarlan Zey stesso, quando aveva trasformato la città?) Lo schermo del monitor aveva mostrato loro il pozzo che si immergeva nelle viscere della terra, ma aveva potuto seguirne il corso solo per poco, perché ben presto l’immagine era sfumata.

Questo indicava che il monitor aveva esaurito le sue informazioni.

Alvin stava appunto riflettendo sul fatto, quando sullo schermo era apparso un nuovo messaggio, scritto in quello stile semplificato che le macchine usavano per comunicare con gli uomini prima che tutti raggiungessero un identico grado intellettuale: «Fermati nel punto fissato dalla statua. E

ricorda: Diaspar non è sempre stata così.»

Le ultime parole erano scritte a caratteri più grandi, e il significato di tutto il messaggio era stato subito chiaro per Alvin. Da secoli si usavano dei codici mentali per aprire porte e mettere macchine in movimento.

«Quante persone avranno letto queste parole?» disse pensoso.

«Quattordici, a quanto mi risulta» rispose Khedron senza spiegare meglio. «E forse qualcuna di più.»

Non potevano sapere se il meccanismo avrebbe risposto all’impulso.

Quando erano arrivati alla Tomba, avevano identificato senza fatica la pietra dell’impiantito su cui si fissava lo sguardo della statua. La prima impressione era che il simulacro di Yarlan Zey guardasse verso la città, ma se ci si metteva di fronte ci si accorgeva che gli occhi erano rivolti verso il basso e che il sorriso misterioso di Yarlan Zey era diretto a una pietra proprio appena varcato l’ingresso. Alvin, notato il fatto, aveva mosso per prova qualche passo avanti; subito si era accorto che lo sguardo di Yarlan Zey non era più diretto verso di lui. Dunque la pietra era proprio quella.

Tornò vicino a Khedron e mentalmente ripeté le parole che il Buffone stava dicendo a voce alta: «Diaspar non è sempre stata così». Immediatamente le macchine si misero in movimento, come se i milioni di anni trascorsi dalla loro ultima operazione non fossero mai esistiti. La grossa pietra su cui erano fermi si era mossa dolcemente, trasportandoli nelle profondità del suolo.

Sopra di loro il riquadro di azzurro scomparve all’improvviso. La botola si era richiusa. Non c’era più pericolo che qualcuno cadesse incidentalmente nell’apertura. Alvin si domandò se una seconda pietra si fosse materializzata per rimpiazzare quella su cui lui e Khedron stavano appoggiando i piedi. Poi decise che non era possibile. Con tutta probabilità, nel pavimento della tomba era tornata la pietra originale. Quella su cui si trovavano doveva esistere soltanto per infinitesime frazioni di secondo, e ricrearsi di continuo a profondità sempre maggiori per dare la sensazione di un movimento verso il basso.

Né Alvin né Khedron parlarono durante il tragitto. Il Buffone si stava chiedendo se per caso non fosse andato troppo oltre. Non poteva immaginare dove li avrebbe portati quella strada, ammesso che portasse in qualche posto, e per la prima volta in vita sua aveva paura. Alvin invece non temeva nulla; era troppo eccitato. Provava la stessa sensazione sperimentata nella Torre di Loranne, quando aveva guardato il deserto e aveva visto le stelle spandersi nel cielo della notte. Allora si era limitato a guardare cose sconosciute; ora stava andando verso l’ignoto.

Le pareti rallentarono la loro corsa verso l’alto. Un raggio di luce apparve improvvisamente da un lato e, facendosi sempre più luminoso, rivelò infine una porta aperta. I due la attraversarono, mossero qualche passo nel piccolo corridoio e si trovarono in una vasta caverna circolare le cui pareti si riunivano a cupola circa cento metri sopra le loro teste. La colonna che avevano percorso nella discesa sembrava troppo esile per sorreggere i milioni di tonnellate di roccia, e anzi dava l’impressione che non facesse neppur parte integrante della immensa sala, come se fosse stata costruita in un secondo tempo. Khedron, seguendo lo sguardo di Alvin, giunse immediatamente alla stessa conclusione.

«Questa colonna» disse parlando in fretta, come nell’ansia di cercare parole adatte ai pensieri «è stata costruita soltanto per alloggiare il condotto attraverso cui siamo scesi. Ma non deve essere mai stata sufficiente a convogliare tutto il traffico di quando Diaspar era ancora aperta sul mondo. Il vero traffico si svolgeva attraverso quei tunnel laggiù. Immagino che tu abbia capito cosa sono.»

Alvin guardò verso il fondo della grande sala. A un centinaio di metri da loro le pareti erano traforate a intervalli regolari da dodici grandi tunnel che puntavano un poco verso l’alto. Alvin riconobbe il materiale grigio delle strade mobili. Quelle erano edizioni ridotte delle grandi strade. Il curioso materiale che dava loro vita si era cristallizzato nell’immobilità. Quando avevano costruito il Parco, la rete di vie mobili era stata sepolta.

Alvin si avviò verso il tunnel più vicino. Aveva fatto solo pochi passi quando notò che qualcosa di strano avveniva nel terreno su cui camminava: stava diventando trasparente. Ancora qualche metro, e ad Alvin parve di essere sospeso a mezz’aria. Si fermò e fissò il vuoto sotto di sé.