«Allora, dove sono le scope?» ringhiò un’aspra voce maschile, accompagnata dalla subitanea apparizione del suo proprietario, tanto improvvisa che Rhauligan non ebbe il tempo di trarsi indietro.
L’Arpista s’immobilizzò sulla scala quando una luce improvvisa si riversò sul pianerottolo sottostante, rivelando un uomo dal naso deformato da una vecchia frattura e dai polmoni ansimanti che si protendeva ad afferrare il lungo manico di una scopa appoggiata al muro, per poi voltarsi di scatto senza degnare di un’occhiata la scala buia e polverosa su cui si trovava Rhauligan e richiudersi con violenza la porta alle spalle.
Rhauligan riprese a scendere in fretta, per timore che l’uomo avesse l’abitudine di riportare la scopa al suo posto non appena finito di usarla, e riuscì a oltrepassare la porta e a raggiungere la successiva rampa di gradini prima che il battente si riaprisse. Adesso però i rumori intorno a lui stavano aumentando in maniera considerevole, e la luce filtrava sempre più frequente e intensa attraverso l’assortimento di porte dissestate che erano inserite nei pianerottoli, dandogli l’impressione di trovarsi a scendere lungo una cucina disposta su molti livelli, dove una piccola legione di servi era operosamente intenta al suo lavoro.
Una fessura più grande delle altre in una delle porte gli permise di dare un’occhiata al di là di essa, e di vedere una serie di lucidi tini, o vasche, di rame e uomini dotati di grembiule accoccolati davanti ai diversi rubinetti e intenti a riempire boccali larghi e grossi quanto il loro torso; più in basso di parecchi gradini rispetto a loro, a un altro livello della stessa grande stanza, era visibile un tavolo coperto di farina e di lievito, intorno al quale erano intente ad armeggiare alcune donne. Da un livello ancora più in basso, posto sulla sinistra e fuori dal suo campo visivo, giungevano volute di vapore che si levavano da alcuni calderoni…
Rhauligan spinse poi lo sguardo verso il lato opposto della stanza e ciò che vide lo indusse di nuovo a immobilizzarsi.
Laggiù, appena visibile attraverso una foresta di padelle, pentole e mestoli appesi, c’era un’altra scala dalla porta aperta, e su di essa Narnra Shalace stava facendo capolino in mezzo all’assortimento di utensili da cucina, prima di ritrarsi nell’oscurità e di svanire giù per quei gradini.
La ragazza doveva aver attraversato le stanze del piano superiore fino a trovare l’altra scala per la servitù, identica a quella su cui si trovava Rhauligan, per cui adesso si era portata più in basso rispetto a lui, e questo significava che l’Arpista avrebbe dovuto muoversi con la velocità di un uomo che stesse cercando di anticipare lo scorrere stesso del tempo.
Rhauligan si lanciò giù per i gradini con più fretta che cautela; del resto, considerato il rumore che regnava nelle cucine, avrebbe probabilmente dovuto urlare o percuotere una di quelle padelle con l’impugnatura di una spada per riuscire a farsi notare, e…
Sul pianerottolo successivo vide una porta che non si affacciava sulle cucine e neppure sul lato opposto a esse, ma dava invece a nord, sul lato «cieco» del pianerottolo, e ne aprì con cautela il battente giusto in tempo per veder passare il tacco di uno stivale di Narnra. L’Arpista si lanciò nel passaggio trasversale che lei stava percorrendo con tutta la rapidità di cui era capace, ma la ragazza fece comunque in tempo a passare in una grande stanza, o forse una galleria, che si trovava più oltre e a saettare verso destra.
Rhauligan spiccò la corsa per inseguirla, ma quando raggiunse l’arcata attraverso cui il passaggio si apriva sulla più vasta stanza successiva, s’immobilizzò.
Quella era una sala davvero molto grande, e dal soffitto così alto da far supporre che si trattasse quasi certamente del salone centrale di Haelithorntowers, e che lui fosse sul punto di addentrarsi su una balconata che ne cingeva almeno in parte le pareti.
Dal basso giungeva il chiarore tremolante di alcune torce, disposte lungo tutta la facciata della balconata, e questo gli permise di vedere che essa si stendeva tutt’intorno a un vasto cerchio di spazio vuoto, fino a un’altra arcata identica a quella sotto cui si trovava, e di constatare anche che le pareti dell’immensa stanza salivano verso l’alto e scomparivano alla vista incurvandosi progressivamente verso l’interno, probabilmente per formare una guglia, molto più in alto.
Stemmi nobiliari dipinti su placche di legno grosse come porte di stalla… del vecchio genere dorato e decorato da veri elmi e da vere lance liincrociate, e non dai facsimili falsi e intagliati che erano attualmente più di moda per qualche inspiegabile motivo… decoravano le pareti al di sopra della balconata, intervallati a numerose porte alte, scure e chiuse. Se non voleva rimanere in quella sala dove avrebbe finito per essere vista, Narnra sarebbe probabilmente sgusciata fino a una di esse e avrebbe cercato di aprirla.
Quanto a lui, mentre si abbassava di nuovo, in modo da trovarsi il più possibile vicino al livello del pavimento nel girare la testa per esaminare la balconata in entrambe le direzioni, alla ricerca di eventuali guardie, Rhauligan si augurò che la ragazza le trovasse tutte chiuse… tutte tranne una, che si aprisse su una stanza senza altre vie d’uscita, in modo da permettergli di saltarle addosso, impacchettarla per bene e andare poi ad annunciare la propria presenza a Lady Ambrur, chiedendole di dargli il permesso di consegnare la prigioniera alla Maga Reale. Ne aveva abbastanza di quel lungo inseguimento attraverso lavanderie e rivendite di cibi.
L’Arpista non aveva ancora neppure finito di accertarsi che sulla balconata non ci fossero guardie né servitori, e neppure tracce indicanti che quello era un luogo visitato di frequente dagli abitanti della casa, quando vide che Narnra si era spostata lungo la balconata verso il suo lato opposto, tenendosi acquattata al riparo della ringhiera per non essere vista dal basso, ma si era arrestata per ascoltare le voci che salivano dal salone prima di raggiungere l’arcata verso cui era diretta.
E si stava ora sporgendo audacemente in avanti per non perdere una sola parola.
Quello strano comportamento indusse Rhauligan ad accigliarsi per la perplessità. Da dove si trovava, poteva sentire solo poche persone impegnate in una conversazione privata… senza un contorno di rumore di posate o di servi che andavano e venivano… e per una radicata abitudine protese a sua volta l’orecchio per ascoltare.
Un paio di frasi più tardi, ogni pensiero relativo a tentare di catturare Narnra Shalace era svanito del tutto dalla sua mente.
«Hai particolarmente fretta, Lord Starangh?»
«Non ancora, anche se mi riservo di rivelare nel corso di questa giornata il ritmo effettivo con cui desidero procedere, in attesa di apprendere il motivo che ti ha indotta a chiedermi una cosa del genere», replicò con calma il Mago Rosso, esaminandosi le dita della mano destra, come se prima di allora non si fosse mai accorto davvero di possederle.
«Ebbene, se abbiamo tempo e se non hai obiezioni dettate da… diciamo dalla prudenza dovuta al fatto che ci siano altre persone presenti», rispose Lady Ambrur, «preferirei fornirti le informazioni che cerchi in maniera ordinata e cronologica… esportele sotto forma di una storia, per usare parole più semplici. Una breve narrazione, non un’esposizione storica approfondita».
«Che ne dici di cominciare in questo modo?» suggerì il Thayano, sollevando lo sguardo a incontrare quello della nobildonna. «Se l’esposizione dovesse prolungarsi eccessivamente, o divagare da ciò che più ci interessa tutti, potremo sempre sospenderla e optare per un metodo diverso, giusto?»
«Senza dubbio, signore», convenne con disinvoltura la padrona di casa. «Cominciamo quindi con il recente pensionamento del Mago Reale.»
Nel corso della precedente conversazione, Malakar Surth aveva cominciato a manifestare segni d’irritazione, serrando le labbra in una linea sottile e disgustata nel lasciar vagare lo sguardo in giro per la sala, soffermandolo innanzitutto sulla parte del seno di Lady Nouméa Cardellith che era esposta agli occhi del mondo dalla generosa scollatura del suo abito; nello stesso modo, il suo compare Bezrar si era accasciato sulla sedia in un più cupo e manifesto atteggiamento di noia crescente, ma adesso entrambi si protesero in avanti con rinnovato interesse, mentre Lady Ambrur contemplava per un momento con aria assorta il proprio calice vuoto, prima di riprendere a parlare in tono sommesso, quasi rivolta a esso.