In piedi accanto al piano di marmo, con una ciotola di burro di mandorle in una mano, una grossa pagnotta sotto il braccio e l’altra mano occupata da un coltello, con cui era intento a pescare il burro dalla ciotola per spalmarlo sull’estremità della pagnotta, c’era un uomo dall’aspetto fin troppo familiare.
Curvo e grasso, indossava una sporca veste nera e sandali, e aveva un’arruffata barba fra il grigio e il bianco che gli scendeva sul petto e si protendeva anche in ogni altra direzione. La bocca, nascosta tra quella nuvola di peli, era impegnata nell’attività per cui l’uomo non aveva sentito il clangore della spada di Myrmeen che veniva parzialmente snudata dal fodero né le sommesse e stupite parole di Caladnei.
Il mago Vangerdahast stava cantando una canzone da taverna che parlava di una ragazza proveniente da Arabel… cosa che indusse Myrmeen a serrare le labbra in un’espressione seccata… che era caduta sotto il suo incantesimo… e qui fu la volta di Caladnei di accigliarsi… e adesso stava implorando altro amore… sebbene certi maghi si stessero irritando…
La voce di Vangey era qualcosa di atroce… un suono piatto, rozzo e affaticato che cercava di imitare i virtuosismi vocali che il mago aveva senza dubbio sentito eseguire a corte dai bardi più dotati (anche se con ogni probabilità essi avevano mantenuto l’intonazione giusta, cosa che l’ex-Mago Reale non correva il rischio di fare), e per di più Vangerdahast continuava a interrompere la canzone per annaspare, tossire e sputare con vigore nel lavandino.
Nel frattempo, il coltello stava spalmando uno strato di burro di mandorla già spesso un dito, e in ulteriore crescita, sull’estremità tagliata della pagnotta, e la distesa di oleosa crema marrone era già spruzzata di prezzemolo e aglio tritato.
Elminster si concesse un astuto sorriso nel lanciare un’occhiata in tralice al volto inorridito di Caladnei, notando come la sua espressione si stesse irrigidendo per la disgustata previsione di ciò che il suo antico mentore avrebbe probabilmente fatto un momento più tardi… e cioè addentare l’estremità della pagnotta spalmata di burro di mandorle senza preoccuparsi di tagliare la fetta in questione, di cercare un piatto… anche se sarebbe stata una sfida non da poco riuscire a trovarne uno pulito in quel caos… o di rendere grazie agli dei, sia pure rapidamente.
Ciò che Vangerdahast fece invece fu di lanciarsi in una seconda strofa ancora più scurrile, mentre masticava un grosso boccone di pane e burro di mandorle, e si dondolava sui talloni, immaginando di danzare con la sua lasciva ragazza al ritmo della canzone. Così facendo, il mago girò su se stesso quanto bastava per scorgere i tre visitatori, che certamente non si sarebbe mai aspettato di vedere fermi in piedi nella sua dispensa vuota, al posto delle casse di provviste di cui stava attendendo l’arrivo.
Vangerdahast sbatté le palpebre, si girò di nuovo verso la finestra nel cantare l’ultimo verso, poi si volse ancora in direzione della dispensa con aria accigliata… forse nella speranza di scoprire che quelle tre figure erano state soltanto una specie di sogno a occhi aperti, o il risultato del contenuto della bottiglia da lui recentemente svuotata, che raccolse dal lavandino per fissarla con occhi roventi.
Le tre figure non svanirono… neppure dopo che lui ebbe sputato quanto restava del pane e burro nella loro direzione in un impeto improvviso di timore e di mortificazione.
«Per tutte le Sette Sorelle, come siete arrivati qui voi?» ruggì.
«Con la magia», rispose allegramente Elminster, sfoggiando un ampio sorriso da monello.
Con occhi roventi, Vangerdahast scagliò il pane in una direzione e il coltello nell’altra, lasciando ricadere fragorosamente nel lavandino la bottiglia di vino vuota, poi sollevò le braccia tremanti e mosse un passo in direzione del Vecchio Mago come se avesse avuto intenzione di strangolarlo. Subito dopo, però, lasciò ricadere le braccia e nello spostare lo sguardo dalla punta della spada sguainata di Myrmeen Lhal, al di sopra della quale la Somma Signora di Arabel lo stava fissando con occhi roventi, al volto gelido e pieno di disapprovazione di Caladnei, la ragazza che aveva scelto perché gli succedesse come Mago Reale, esalò il fiato in un sospiro e parve ripiegarsi visibilmente su se stesso.
Scuotendo il capo come per schiarirsi la mente, Vangerdahast incrociò poi le braccia sul petto e adocchiò i tre con espressione furente, come se fossero stati comuni ladri che lo avessero sorpreso in una situazione imbarazzante.
«Questo non dovrebbe essere possibile», ringhiò quindi. «Siete arrivati proprio sopra la mia più potente trappola contro il teletrasporto e in qualche modo siete riusciti a oltrepassarla. Attualmente, ciascuno di voi tre si dovrebbe trovare in un diverso e molto lontano punto di Toril… un punto che speravo sarebbe risultato abbastanza lontano da darmi un po’ di tempo per me stesso.»
«Vecchio amico», replicò Elminster, con un altro sorriso, «ricorda che queste cose funzionano per volontà di Mystra… e che io stesso continuo a vivere e… ah… a operare in virtù di quello stesso potere divino».
Vangerdahast scosse il capo con evidente contrarietà e volse le spalle ai tre.
«Non sareste dovuti venire qui, e non dovreste essere qui proprio adesso», ribadì. «Mi sono ritirato per allontanarmi dall’adulazione e dai sorrisi e dal dover fare quello che ci si aspettava da me. Adesso il mio tempo è soltanto mio.»
«E vedo che lo impieghi molto bene», commentò Myrmeen, con voce tagliente.
«Quanto a te, signorina», ribatté l’ex-Mago Reale, girandosi di scatto verso di lei, «faresti meglio ad andare a conservare e proteggere Arabel per conto della Corona, tanto per cambiare! Se non fossi tanto decisa a essere più aggressiva e più abile con la spada di ogni uomo del regno, come una pallida eco della piccola, orgogliosa Alusair, forse saresti riuscita a diventare un governatore molto utile, invece di governare un singolo uomo per volta nella tua camera da letto! Io…».
«Lord Vangerdahast!» lo interruppe Caladnei, in tono secco, «nessuno dovrebbe parlare così a un funzionario del regno… e tanto meno a una dama! Tu… tu mi disgusti! Le tue parole mi inducono a chiedermi cosa stessi realmente pensando sul mio conto quando mi hai coperta di lodi e mi hai nominata a succederti! Magari qualcosa come: “Oh, ecco una sgualdrinella dalla pelle scura che potrà attirare nel suo letto più nobili di quanto io mi potrei mai indurre a fare”?».
«Taci, signorinella!» ruggì Vangerdahast, con un bagliore di fuoco nello sguardo. «Ne ho abbastanza…»
«Anch’io», annunciò Elminster, in tono cortese. «Vangey, una volta eri più abile e astuto quando volevi scatenare una lite e indurre la gente a perdere il controllo al punto da dimenticare quali fossero state le proprie intenzioni iniziali. Stai perdendo il tuo tocco. Per contro, io sarò sgradevole con te quanto tu lo sei stato nei confronti dei tuoi connazionali di Cormyr per… ormai saranno una sessantina d’anni, giusto?»
Nel parlare, venne avanti di un passo, e anche se non parve lanciare incantesimi di sorta né attivare un anello, un’asta, un bastone o un qualsiasi altro congegno magico, Vangerdahast si trovò a sollevarsi da terra e a fluttuare rigido nell’aria, incapace di muovere gli arti.
«E adesso parla», ingiunse Elminster. «Spiegaci cosa stai effettivamente combinando qui. Sono certo che era intenzione di Mystra che io affrontassi la cosa in maniera un po’ meno diretta, ma non sono dell’umore giusto per essere gentile con te. Hai cercato di far infuriare queste due signore in modo da distoglierle dal tentare di strapparti qualche riposta. Perché?»
«Io… non voglio parlare di ciò a cui sto lavorando… con nessuna di queste due signore, che mi dispiace di aver offeso», ribatté Vangerdahast, in tono rude. «Io… no, non posso. Caladnei, Myrmeen, perdonatemi, ma la vostra presenza qui rovina e rivela tutto. Non posso essere sincero con voi, non oso esserlo.»