«Ti ringrazio, signore», replicò Roblar, accennando un inchino e rivolgendo a tutti i monaci un sorriso raggiante.
Essi lo invitarono con un cenno a oltrepassare le porte socchiuse, e lui si avviò attraverso il cortile assestandosi lo zaino sulla spalla, come sono soliti fare tutti i viandanti.
«Allora, Amanther?», domandò il monaco che aveva trattato con il mercante, lanciando un’occhiata ai prossimi supplici… un nutrito gruppo di cavalieri che si trovava ancora piuttosto indietro lungo la Via del Leone.
«Una maga… una femmina umana, giovane… avvolta in un eccellente incantesimo di camuffamento», replicò il monaco più alto e anziano dei cinque, con un accenno di sorriso. «Oserei dire che ha già familiarità con i libri che ha menzionato, tanto da indurmi a dubitare che abbia bisogno di consultarli ancora. Ovviamente, l’intento di quanti entrano qui sotto mentite spoglie è quello di apprendere di nascosto degli incantesimi, ma in qualche modo quella donna mi trasmette una sensazione diversa, e sarà il caso di sorvegliarla.»
Gli altri monaci annuirono.
«Thaerabho ha già risposto al tuo segnale», osservò poi uno di essi, indicando un monaco che stava attraversando con indifferenza il cortile, seguendo senza parere Roblar di Lantan verso la Porta di Smeraldo.
«Bene», sorrise un altro, sfregandosi le mani. «Un nuovo mistero da esaminare a tavola, questa notte. Scavare e spiare sono cose che non bastano mai, e servono a mantenere l’anima giovane.»
«Una lingua più accurata, Larth, direbbe invece che indagare su tutte le cose conserva la mente lucida», lo ammonì Amanther.
«Anche questo», convenne Larth, con una risatina a cui fecero eco anche gli altri monaci.
«Benissimo, allora, astuto indagatore», ribatté Amanther, indicando la nuvola di polvere in avvicinamento, punteggiata dai bagliori delle armature. «Occupati tu di questi nuovi postulanti.»
«Con molto piacere e con altrettanta umiltà», replicò allegramente Larth. «Scommetto che ci offriranno una storia di famiglia, o magari un testo genealogico o araldico della loro regione di provenienza.»
«No», obiettò un altro monaco, scrutando gli stendardi. «Io mi aspetto un’altra copia della Storia del Parsnip di Navril, insieme a un’ignota collezione locale di commedie o di massime di menestrelli, da usare come dono d’ingresso dopo che avremo rifiutato per l’ennesima” volta l’opera di Navril.»
Il coro di risate che accolse quel commento fu sentito ma fugace, perché non era conveniente che i monaci di Candlekeep avessero un atteggiamento che non fosse di grave cortesia nell’accogliere i supplici al loro arrivo.
Dall’altra parte della Corte dell’Aria, il monaco Thaerabho lanciò un’occhiata alla schiena del Lantaniano intento a parlare con il custode e si costrinse a reprimere l’impulso di fermarsi, incrociare le braccia e massaggiarsi il mento in un atteggiamento di avida anticipazione.
Quello sarebbe stato uno degli ingannatori più interessanti, poteva percepirlo.
In piedi, sorseggiando del vino, Lady Joysil Ambrur osservò i suoi servitori uscire con riluttanza. Prima di convocarli, la nobildonna aveva svuotato un’intera bottiglia di potente liquore senza effetti apparenti, e aveva poi proceduto a svuotarne una seconda in maniera più compita, riempiendo a più riprese il proprio calice. Anche se Lady Ambrur era ancora ferma vicino alla sedia ad alto schienale, dietro il tavolo, adesso un nuovo pezzo di mobilio aveva fatto la sua apparizione nella sala in base ai suoi ordini: un ampio, semplice letto dotato di morbide lenzuola, accoglienti coperte e soffici cuscini. Pur mancando di un’alta testata intagliata con il suo stemma, quello era un letto degno di lei.
Il silenzio che regnava ad Haelithorntowers si fece più profondo intorno a Lady Joysil mentre lei continuava a sorseggiare il vino, intenta a contemplare i rubini posati sul tavolo… che giacevano indisturbati nel loro piccolo ovale di polvere, sulla sola parte del tavolo che (di nuovo per suo ordine) non era stata sgombrata e spolverata.
La Signora di Haelithorntowers, che sfoggiava un lieve sorriso, aveva anche ordinato ai servi di prendersi quel giorno di libertà dai loro doveri, come pure tutta la notte successiva, trasferendosi nei lussuosi appartamenti per gli ospiti della torre più lontana della sua dimora, la Torre del Drago di Fuoco. I suoi ordini prevedevano che essi non avrebbero dovuto disturbarla o far ritorno prima dell’alba, per nessun motivo.
Dal momento che essi si erano congedati da lei con dubbiosa riluttanza, non appena erano usciti, Lady Ambrur aveva prelevato uno scettro dalla gamba cava di un particolare mobile e se ne era servita per sigillare con la magia l’unico passaggio che collegava la Torre del Drago di Fuoco con la Torre Grande.
La sala in cui lei si trovava era posta nel centro della Torre Grande, e si stava facendo sempre più buia a mano a mano che le torce si spegnevano, sebbene all’esterno la luce del giorno si stesse invece intensificando, il che la rendeva il luogo più adatto dove una stanca nobildonna potesse andare a letto da sola… cosa che Lady Ambrur procedette a fare.
Portando con sé bottiglia e bicchiere, e continuando a non manifestare il minimo segno di ebbrezza, si sedette sul bordo del letto in silenzio, con assoluta calma, conservando indosso tutto il suo vestiario, dalle babbucce adorne di gemme alla tiara scintillante e alle file di pendenti degli orecchini. Lo sguardo fisso sul tavolo, si dispose ad attendere.
Ben presto, e in maniera improvvisa, una fiammata color rubino si levò dalle gemme… e quattro uomini vestiti di nero si materializzarono sul tavolo al di sopra delle pietre, curvi in avanti e con le armi in pugno, mentre esso gemeva sotto il loro peso.
Con mosse eleganti, Joysil si mise in piedi nel centro del letto senza versare una sola goccia di vino… e contemporaneamente un soffuso chiarore fra il verde e il bianco comparve nell’aria intorno a lei, illuminando il letto, il tavolo, e quanto si trovava fra di essi.
«Salve, ignoti ospiti», salutò con fare pacato la nobildonna. «Non pensavo che il vostro padrone avrebbe atteso fino a notte. I Maghi Rossi sono così impazienti.»
I quattro uomini incappucciati e in tenuta da battaglia s’irrigidirono di fronte a quell’atteggiamento di assoluta calma, contemplando l’imperturbata nobildonna.
Alta e larga di ossatura, Lady Ambrur aveva una splendida figura ben sottolineata dall’elegante abito che indossava, e una massa spettacolare di capelli color miele leggermente ondulati le ricadeva lungo la schiena, fin sotto la vita, tingendosi verso le punte di una più cupa tonalità ramata. Gli occhi che stavano esaminando con tutta tranquillità i visitatori erano grigi come l’acciaio, appena segnati dagli anni intorno agli angoli, e lei teneva in una mano un alto calice e nell’altra una bacchetta che si era materializzata dal nulla.
Con un ringhio silenzioso, i quattro le scagliarono contro le daghe che avevano in pugno, e nel vorticare attraverso l’aria l’acciaio di quelle lame emise una serie di bagliori purpurei che rivelavano con chiarezza agli occhi di un osservatore esperto il fatto che fossero avvelenate.
La distanza non era molta, e il bersaglio non pareva intenzionato a fare il minimo movimento, ma i coltelli vorticanti svanirono quando arrivarono a una spanna di distanza da Lady Ambrur.
Un secondo più tardi, due degli uomini vestiti di nero grugnirono, sussultarono e si accasciarono in avanti, cadendo dal tavolo e fracassando una sedia sotto il loro peso nell’atterrare al suolo, dove giacquero immobili, le loro stesse daghe conficcate nella schiena. Un altro coltello passò sibilando accanto all’orecchio dell’uomo che lo aveva scagliato e tornò a dirigersi verso la nobildonna… soltanto per svanire come la volta precedente, afferrato dal loop di teletrasporto creato da Joysil, e per riapparire alle spalle del suo proprietario, nel proseguire il proprio volo con crescente lentezza.