L’aria fu scossa da un tremito improvviso, un rombo crescente che lo fece barcollare mentre correva e ravvivò in un’ultima fiammata intensa il bagliore delle torce prossime a spegnersi. E in quella luce intensa quanto improvvisa, un muro di scaglie di un colore fra l’argento e l’azzurro parve librarsi davanti ai suoi occhi, allargandosi verso l’alto e verso l’esterno fino a diventare…
Tasmurand l’Assassino fissò a bocca aperta il più splendido spettacolo che avesse mai visto… e che era destinato anche a essere l’ultimo.
La grande volta del salone, sopra di lui, era occupata da un drago snello e flessuoso… sempre che si potesse definire snella una creatura grande quanto un palazzo marsembano. La maggior parte della sua mole era costituita da due vaste ali simili a quelle di un pipistrello, che si allargavano a formare una grande «V» i cui lati si ripiegavano bruscamente all’indietro per saldarsi alla coda ricurva, a cui erano attaccati in tutta la loro lunghezza. Muscoli simili a quelli di un enorme gatto si mossero sotto le iridescenti scaglie fra l’azzurro e l’argenteo quando gli artigli si allargarono nell’aria e un lungo collo si protese in avanti, poi due occhi lucenti che parevano fatti di turchesi fissarono Tasmurand l’Assassino come se fossero stati in grado di vedere al di là dei suoi indumenti di cuoio, mettendolo a nudo.
Al di sopra di quegli occhi profondi e penetranti, la testa del drago si allargava all’indietro in due grandi corni, sotto i quali si estendevano due bargigli attaccati alle guance, dai quali pendeva una sorta di ispida «barba» membranosa che vibrò allorché le grandi fauci si aprirono… emettendo una grande nube di gas lucente che investì Tasmurand con tanta violenza da sollevarlo da terra e scagliarlo contro la parete. Il sicario urlò, o almeno credette di farlo, sotto l’impatto di quel gas pungente e fluttuante, solcato da vorticanti scariche di energia, gelide e tuttavia al tempo stesso roventi, che lo trapassarono più e più volte, poi avvertì l’odore della sua stessa carne che cuoceva e si anneriva, simile a quello dell’arrosto di cinghiale; l’oscurità prese a incalzarlo, i bulbi oculari gli sfrigolavano e lui si rese conto di non poter più muovere nulla… non che gli rimanessero ancora arti da muovere, in ogni caso… mentre la vista sempre più sfocata gli mostrava le sue stesse dita annerite che si sbriciolavano.
Un torso carbonizzato precipitò dalla balconata, lasciandosi alle spalle scie di fumo, e la causa della morte di colui a cui esso era appartenuto torreggiò su quei resti.
«Riferisci agli dei», disse una grande voce sibilante, rivolta a orecchi che non erano più in grado di udire nulla, «che sei stato ucciso da Ammaratha Cyndusk, un drago stolto… ma non quanto gli umani che hanno creduto di poterlo abbattere».
13.
Incontri d’affari, bagni e sovversione
Nel guardarmi indietro per esaminare tutti gli anni della mia vita, non riesco a decidere con esattezza quali ricordi siano i più importanti per me: le uccisioni, gli incontri notturni per complottare tradimenti e governare su tutti i regni, i pochi momenti d’amore, o addirittura gli ancor meno numerosi bagni veramente caldi, ininterrotti e appaganti. Ricordo ancora il piccolo giocattolo galleggiante a forma di drago che mia zia mi ha regalato, una primavera…
Il tappeto era soffice come muschio sotto i suoi stivali… come il muschio che copriva le tombe della Città dei Morti, il luogo dove Narnra Shalace sarebbe andata a finire… o almeno il suo equivalente marsembano, probabilmente qualche canale, per quel che ne sapeva… se non fosse riuscita ad andarsene al più presto da lì.
Per il Signore Mascherato e Tymora, di tutti gli errori stupidi e letali che avrebbe potuto commettere, quello era il peggiore… saltare letteralmente all’interno di quella dimora ignota, piena di nobili che tramavano tradimenti e di maghe che con tanta noncuranza parlavano di infrangere incantesimi lasciati di nascosto da altre dame che se n’erano appena andate… sempre che se ne fossero andate davvero.
Per la furia fiammeggiante del Signore Mascherato! Doveva andare via di lì, doveva…
Narnra si lanciò lungo il buio passaggio sconosciuto con la rapidità del vento e quanto più furtivamente le era possibile correndo in quel modo, confidando che il corridoio proseguisse diritto e senza ostacoli contro cui rischiare di sbattere. Statuette e piante su piedistalli di marmo erano disposte a intervalli frequenti, ma il tappeto centrale si stendeva nell’oscurità sgombro e dritto come una freccia, fino a… a un vicolo cieco.
La parete davanti a lei era decorata da una statua enorme, di un bianco pallido e scintillante, raffigurante una femmina elfica che si ergeva come una regina in mezzo ad alcune felci… ammesso che le regine andassero in giro indossando soltanto la corona e un’espressione altezzosa… con svariati elfi maschi, anch’essi nudi, intrecciati intorno alle sue gambe e al suo torso, la lunga spada-frusta in pugno. I volti dei maschi, come quello della regina, erano girati a guardare verso il passaggio in una sfida eterna. Su ciascun lato di quella scultura c’era una porta chiusa; traendo un profondo respiro, Narnra aprì senza esitazione quella alla sua destra, cercando di fare meno rumore possibile, e nello schiudersi il battente rivelò… oscurità, e una rampa di gradini che, per grazia degli dei, portava verso il basso.
Mentre scendeva quei gradini invisibili tenendosi accoccolata e sfiorando la parete con una mano, Narnra scosse il capo con sgomento: un Mago Rosso che cospirava contro la Corona di Cormyr con la complicità di quella Lady Ambrur! Oh, a Suzail dovevano esserci persone disposte a pagare profumatamente per un’informazione del genere!…
Qualcosa l’afferrò per la gola e la mandò a sbattere con la schiena contro la parete… una mano, che era emersa invisibile e brutale dall’oscurità sottostante… mentre un’altra mano le affondava le dita nei gomiti e li sbatteva a loro volta contro il muro con tanta forza da generarle nelle braccia un senso di doloroso intorpidimento.
Non era in grado di impugnare le daghe, non poteva… adesso le mani l’avevano presa per la gola e per la nuca, tirando verso l’alto il colletto dei suoi abiti di cuoio in una morsa che la stava lasciando annaspante e senza respiro.
«Adesso, mia piccola lepre dalle lunghe zanne, verrai con me», le borbottò all’orecchio la voce di Glarasteer Rhauligan.
Narnra sentì la testa che le girava e cercò debolmente di dibattersi mentre l’oscurità la incalzava, incombente… ma quelle dita non allentarono la presa.
Narnra fu ridestata da una caduta violenta, e scoprì di essere incappucciata da qualcosa che puzzava di sudore maschile e di essere stata issata sulla spalla di Rhauligan, che grugnì sotto il suo peso, soffocò a stento un’imprecazione e poi aggiunse, in un sussurro laconico:
«Scusami.»
Si stava davvero scusando? Con lei? Quelle scuse arrivavano un po’ in ritardo, razza di bastardo!
Poi Rhauligan si mise a correre, rapido e deciso, facendola sobbalzare dolorosamente ma riuscendo in qualche modo a mantenere l’equilibrio. Adesso i suoi stivali risuonavano sull’acciottolato, e tutt’intorno si sentivano i rumori propri delle strade di Marsember, un crescente frastuono fatto di echi, del fragore distante dei carretti e di voci umane.
Rhauligan la trasportò in un angolo più tranquillo che puzzava di sterco, di pesce marcio e di altre cose putrescenti, descrisse alcune svolte, facendola strisciare una volta con gli stivali contro la pietra, e infine la depose su quello che sembrava uno scricchiolante e traballante carretto di legno.