Narnra rimase seduta immobile mentre lui le fissava qualcosa intorno al collo e la faceva alzare in piedi per poi allontanare il carretto con un calcio. Le ruote del veicolo emisero uno stridio di protesta che si concluse con uno schianto di legno contro la pietra, in seguito al quale Narnra sentì il rumore più familiare prodotto da un topo che fuggiva fra i rifiuti.
Intanto, le mani di Rhauligan armeggiarono con una fibbia, e… Narnra si ritrovò senza cappuccio, con le palpebre che sbattevano automaticamente per la luce intensa del sole e intenta a inspirare a grandi boccate l’aria tutt’altro che fresca che era di nuovo a sua disposizione. Accanto a lei, Rhauligan stava scuotendo il cappuccio, che risultò essere costituito da un giustacuore… il suo.
Narnra trasse alcuni profondi respiri, guardandosi intorno. Si trovava in un vicolo marsembano cosparso di rifiuti, aveva le caviglie impastoiate e i pollici e le altre dita legati fra loro dietro la schiena… e la corda che le passava intorno alla vita e alle cosce era assicurata alla parte inferiore di un’arrugginita scala esterna in ferro, come constatò nel girarsi e nel sollevare la testa verso l’alto; questo le permise anche di scoprire di avere intorno al collo un cappio assicurato a sua volta alla scala, che sembrava essere quella posteriore di un magazzino che veniva utilizzato ben poco, ma presentava comunque al mondo una facciata ostile degna di una fatiscente fortezza.
Rhauligan era fermo a poca distanza da lei… naturalmente abbastanza lontano da renderle impossibile arrivare fino a lui, per quanto ci provasse e rischiasse di strangolarsi nel tentativo.
«Persone importanti sembrano molto interessate a te», osservò l’Arpista, in tono pensoso, quando i loro sguardi s’incrociarono. «Mi chiedo come mai.»
Narnra scrollò le spalle, agitando i capelli arruffati.
«Non ne ho idea», ribatté in tono secco, «però so che non appartengo né a te né alla Maga reale, perché possiate prendermi e rinchiudermi come una sorta di animale domestico o di monile… così come non appartenevo a Elminster perché potesse darmi a voi».
«Ladra, mi stupisce che tu non abbia ancora imparato che se qualcuno è in grado di farti qualcosa ha anche il diritto di farlo… se rappresenta la legge, cosa che non si può dire di te», ribatté Rhauligan, scrutando in entrambe le direzioni il vicolo deserto e ingombro di rifiuti, poi aggiunse: «È un comportamento brutale, certo, ma gli stranieri come te che trattano con Lady Ambrur sono acquirenti e venditori di informazioni… e dove si trovi Vangerdahast e cosa stia facendo sono informazioni che potrebbero renderti molto ricca e segnare la condanna di Cormyr. Se la Maga Reale non mi avesse ordinato di catturarti, a quest’ora ti avrei già uccisa, invece di discutere con te. Detesto uccidere donne giovani, ma se devo scegliere fra il versare il sangue di una sola di esse e salvare un intero regno sereno e pieno di giovani donne, non ho dubbi sul da farsi!».
Narnra lo fissò con occhi roventi, lottando contro le corde fino ad avere le dita che bruciavano.
«Probabilmente, questo significa che intendi vendere tu stesso le informazioni, altrimenti non saremmo in questo vicolo. Io conosco Waterdeep, non Cormyr, non sarei neppure in grado di trovare la strada fino alle porte di questa città senza potermi prendere del tempo per cercarle, quindi a chi potrei mai vendere qualcosa? E poi, come ci si aspetta che io possa avere qualcosa di utile da vendere, dato che sono in un regno pieno di persone che non conosco neppure?».
La sola risposta di Rhauligan fu un silenzioso sorriso in tralice.
«Adesso che ne sarà di me?» insistette Narnra. «Perché sono qui?»
«Un incontro d’affari», rispose Rhauligan, riprendendo a guardare su e giù per il vicolo. «Affari importanti».
«Con chi?» domandò Narnra, contemplando, con le sopracciglia inarcate in un’espressione di scetticismo, il vicolo deserto e ingombro di rifiuti.
D’un tratto, una strana sensazione si diffuse per tutto il suo corpo, un brivido formicolante diverso da qualsiasi cosa lei avesse mai sperimentato fino a quel momento, una corrente carica di energia, rapida… e magica.
Narnra cercò di imprecare ma le parve che la lingua fosse gonfia e pesante, che la bocca improvvisamente inerte non le appartenesse più. In preda a un subitaneo impeto di paura, cercò di scuotere il capo, ma si ritrovò in piedi immobile, con lo sguardo ancora rivolto nella stessa direzione di prima.
Quell’invisibile forza paralizzante si stava riversando dentro di lei da un punto sulla sua sinistra, distante circa sei passi… lo stesso punto in cui un mucchio di rifiuti si smosse di colpo e si sollevò con un piccolo grugnito di fatica, ricadendo da tutte le parti fino a rivelare una donna dalle eleganti vesti nere e dai fini lineamenti gentili ma nobili, incorniciati da una lunga e fluente capigliatura ramata… in cui spiccava una singola ciocca bianca.
«Si dà il caso che ce l’abbia con me», dichiarò la donna, con cortese fermezza. «Ritengo che ci siamo già incontrate di recente. Io sono Laspeera, dei Maghi della Guerra.»
Narnra le scoccò un’occhiata rovente, o almeno ci provò.
I Maghi della Guerra, pensò, e io sono qui che non posso neppure muovere la bocca per far domande o per protestare, o…
«Mi piacerebbe sapere cosa ci sia di tanto urgente da indurre il controllato e urbano Glarasteer Rhauligan ad attraversare di corsa tutta Marsember come un cane in calore, trasportando in spalla una ladruncola di strada dalla lingua tagliente», commentò intanto Laspeera, scoccando all’Arpista un’occhiata accompagnata da un sorriso.
«E lo saprai», replicò Rhauligan, cominciando ad ansimare rapidamente, con la lingua fuori dalla bocca.
«Cosa ti prende?» chiese Laspeera, guardandolo con perplessità.
«Sto rivelando la mia natura nascosta di cane in calore, Lady Maga», ribatté allegramente l’Arpista.
«Veniamo al dunque, fedele mastino», sospirò Laspeera, incitandolo a parlare con un cenno aggraziato della mano. «Il tempo non scorre a ritroso.»
Lord Vangerdahast di Cormyr si ritrasse dalla tavola con fare appagato, appoggiandosi allo schienale della sedia, e prontamente il suo stomaco emise un brontolio sonoro, dimostrando di essere appagato quanto lui.
Il piatto posato davanti a lui sul tavolo era del tutto vuoto, tranne per poche chiazze di sugo, anche se appena poco tempo prima era stato pieno di stufato di coniglio. Quel sughetto era decisamente buono…
L’ex-Mago Reale del regno allungò la mano verso il piatto e si chinò in avanti con la lingua protesa per leccare quanto rimaneva del sugo… ma con un sogghigno Myrmeen Lhal insinuò una mano sotto il suo braccio con la rapidità di una vipera lanciata all’attacco e gli sfilò il piatto via di sotto. Le dita di Vangey urtarono contro la nuda superficie del tavolo e lui rimase interdetto per un istante, prima di girarsi verso la donna con un ringhio.
«Mi potrai ringraziare adeguatamente quando avrai ricordato le buone maniere», dichiarò con un sorriso da monella la Signora di Arabel, dirigendosi verso la bacinella per lavare i piatti, accanto al lavandino.
Vangerdahast reagì fissandola con aria accigliata, cosa che indusse Myrmeen a inarcare un sopracciglio in un’espressione di rimprovero, da sopra la spalla.
Sotto l’impatto di quell’occhiata di rimprovero, Vangerdahast sospirò e agitò le dita come per cancellare ciò che aveva appena fatto.
«Ti ringrazio, Myrmeen Lhal», borbottò poi. «Tu… mi sorprendi. Credevo fossi soltanto la migliore fra le guerriere feroci e infangate agli ordini di Alusair, decisa a dimostrarti superiore a ogni uomo con la spada e con le parole.»
«Oh, povera me, e io che credevo che tu fossi soltanto un mago manipolatore pungolato dalla sua capricciosità, dalla fame di potere e dal gusto di essere misterioso e scortese con chiunque», fu l’allegra risposta di Myrmeen, mentre si lasciava cadere sulla poltrona preferita di Vangerdahast.