«G… grazie, Lord Elm…»
«Chiamami El, ragazza, per favore. Soltanto “El”, o magari “Vecchio Mago”, se hai intenzione di rimproverarmi», la corresse Elminster, afferrandola per le spalle snelle e facendola indietreggiare di un passo per fissare con aria grave il suo volto lucido di pianto. «Come ti senti?»
Caladnei riuscì a sorridere prima di distogliere rapidamente lo sguardo… salvo poi tornare a fissarlo con un gesto deliberato.
«Rinsavita, scossa e, potrei aggiungere, più rispettosa nei tuoi confronti e in quelli di Vangerdahast, anche, dannazione a lui. Io… grazie, è stato… è stato magnifico.»
«Hai molte cose su cui riflettere, vero?» osservò Elminster, protendendo due dita a sfiorarle la fronte. «Questo almeno posso farlo: garantire che nulla di tutto ciò svanisca con il tempo. Ricorderai tutto quello che abbiamo visto, in maniera vivida, ogni volta che vorrai richiamarlo alla mente. Esso sarà con te, sempre.»
«Che… che…» cominciò Caladnei, scuotendo il capo con meraviglia.
«Storm l’ha definito un “giro nel vortice”», ridacchiò Elminster, «ma io ti ho mostrato soltanto una manciata delle meraviglie di questo nostro mondo vasto e affascinante. Era tempo che tu le vedessi, ne avevi bisogno per poter mettere nella giusta prospettiva questa bella terra che proteggi e moderare la tua rabbia nei confronti di Vangey. Sappi questo: quando l’ho portato a vedere queste stesse cose, lui ha pianto più di te, ha chiesto perdono per la sua scortesia e mi ha detto che si vergognava».
«Io… sento che dovrei fare lo stesso», confessò Caladnei, con una risata tremante, chinando il capo e tornando a fissarlo dal basso in alto.
«Cosa?» esclamò Elminster, ritraendosi con un’espressione di finto orrore. «E perdere l’occasione di comportarti prima con me in modo veramente scortese?».
La maga scoppiò in una risata sorpresa e si aggrappò alle vesti del vecchio per sorreggersi. Elminster l’abbracciò con affetto, poi… gesto che indusse i Dragoni Purpurei di guardia a socchiudere gli occhi con fare sospettoso… portò una mano alla cintura, frugando dentro una sacca che vi era appesa, alla ricerca di qualcosa.
Mani cormyriane si strinsero intorno all’impugnatura delle daghe, si contrassero e… si riabbassarono senza aver dovuto agire, perché la mano di Elminster riapparve, stringendo una sottile catenella. Tenendola in alto, in modo che la Maga Reale potesse vederla, lui attese che Caladnei notasse l’oggetto.
«È tua, ragazza», annunciò allora, in tono rude. «È una cavigliera. Non è preziosa, ma… portala indosso, adesso e sempre. Se avrai bisogno di me, e dirai la parola “amulamystra” avendo questa indosso, io verrò da te.»
Stupita, Caladnei chiuse le dita intorno alla delicata catenella, e il Vecchio Mago chinò il capo per deporle sulla testa un bacio paterno.
L’istante successivo le braccia di Caladnei erano vuote, e lei si trovò a barcollare in avanti, sbilanciata, attraverso la stanza, in cui non c’era più traccia di Elminster di Shadowdale. Sconcertata, si guardò freneticamente intorno, ma scorse soltanto le quattro guardie, intente a fissarla.
La Maga Reale rivolse ai soldati un accenno di sorriso contrito, come una bambina colta a fare qualcosa di sbagliato, e le guardie reagirono mettendosi sull’attenti ed eseguendo il saluto militare.
«Lady Maga», affermò la più anziana delle quattro, con cortesia, «ci è stato chiesto di informarti che Lady Laspeera, il Sommo Cavaliere Rhauligan e una prigioniera ti aspettano nella Camera dell’Ala del Drago».
Caladnei si erse sulla persona, tornando di colpo a essere in tutto e per tutto la Maga Reale che i quattro conoscevano tanto bene.
«Grazie», replicò in tono secco, poi sorrise di nuovo come una ragazzina, si chinò per sfilarsi lo stivale destro e si allacciò la cavigliera intorno alla caviglia.
«Ti sta bene», commentò una guardia, con fare burbero, e si girò con la rapidità del fulmine per darle le spalle, rigidamente sull’attenti, manovra imitata all’unisono dai suoi compagni, per cui Caladnei, quando si raddrizzò, non riuscì a determinare chi dei quattro avesse parlato. Sorridendo all’indirizzo delle quattro schiene coperte dalla corazza, spinse da parte due di esse con mani salde.
«Vecchi libertini», borbottò, passando fra le guardie per allontanarsi con andatura decisa lungo il corridoio.
Le guardie le rivolsero un sorriso silenzioso e si volsero per riprendere a sorvegliare la porta aperta.
Roblar di Lantan si appoggiò allo schienale della sedia e sospirò, massaggiandosi l’arco del naso, dolorante a causa degli occhiali, e poi sfregandosi anche gli occhi, per buona misura.
Il solito monaco, presente come sempre alle sue spalle, si chinò sul mercante.
«C’è qualcosa che non riesci a trovare, buon signore?» domandò.
«Ah, sta cominciando», mormorò Thaerabho, rivolto al Custode di quella particolare camera di lettura, a Candlekeep. «È arrivato il momento di togliere una maschera.»
Con passo reso silenzioso dalle morbide pantofole, si avviò con determinazione verso la figura seduta del Lantano.
«Puoi vedere tu stesso cosa sto cercando», replicò Lady Nouméa Cardellith, rivolta alla sua scorta.
L’alto monaco dal volto butterato si passò una mano fra gli arruffati capelli color paglia e si chinò maggiormente.
«Tutto il possibile sul conto dei Maghi Rossi di Thay, in particolare scritti recenti sull’argomento», affermò, a bassa voce. «Se sei venuta a Candlekeep in cerca dei loro incantesimi, temo che il tuo sia stato un viaggio sprecato, perché li teniamo in un posto sicuro per motivi più che validi.»
Senza bisogno di girarsi a guardarli, Nouméa era comunque consapevole che numerosi monaci si stavano raccogliendo silenziosamente intorno a lei.
«No, Esmer», ribatté, con un sottile sorriso. «Che se ne farebbe mai un mercante di Lantan di quegli incantesimi? La mia vita e la mia morte sono legate al commercio, e ciò riguardo a cui sto cercando di apprendere tutto il possibile è questa nuova politica di stabilire centri di commercio thayani e quale membro della gerarchia thayana si celi dietro di essa.»
«Mi rendo conto dell’eccessiva audacia della mia domanda, e tu puoi tranquillamente decidere di rifiutare di rispondermi», intervenne un monaco che non conosceva, «ma perché questa ricerca?».
Nouméa sollevò lo sguardo su di lui con un sorriso.
«Dal momento che stiamo parlando con tanta franchezza… ho il sospetto che questo sia soltanto il primo passo di un piano elaborato che ha lo scopo di dominare economicamente e poi anche… sia pure di nascosto… politicamente tutti i regni di Faerûn.»
«Questo è ovvio», affermarono all’unisono due dei monaci, mentre almeno altri tre fra quelli che si erano disposti silenziosamente in cerchio alle sue spalle annuivano a loro volta.
«Da questo deriva il mio interesse per scritti e rapporti recenti», aggiunse Nouméa, indicando i fasci di pergamene e i volumi accumulati sul tavolo di lettura leggermente inclinato che aveva davanti.
«Mi rendo conto che conosci il mondo e che hai viaggiato molto», osservò un monaco, alle sue spalle. «Permettimi allora di menzionare qualcosa che non si può trovare in questi documenti, ma soltanto nei diari che noi compiliamo con le notizie e le voci che giungono quotidianamente alle nostre porte.»
«Prego», replicò con cortesia Nouméa, cambiando appena posizione e accennando al tratto di panca vuota che aveva accanto.
I monaci sorrisero, come se lei avesse appena superato una prova di qualche tipo, e quello che aveva parlato tenendosi alle sue spalle venne avanti, sedendole tanto vicino che la sua veste quasi le sfiorò un fianco; una vecchia cicatrice bianca lasciata da un colpo di spada gli segnava in diagonale una guancia, e i suoi capelli erano grigi come una lama che avesse bisogno di essere lucidata.