Aumun Tholant Bezrar sbatté le palpebre, si asciugò la faccia sudata e si guardò intorno freneticamente, spingendo lo sguardo sconcertato in tutte le direzioni, in preda allo stupore più assoluto. Alberi… sì, quelli erano indubbiamente alberi.
Come sempre, fermo alle sue spalle con la stessa rigidità di uno di quei tronchi, c’era il suo complice di così tanti crimini, Mastro Malakar Surth.
Notando che Surth stava fissando con aria perplessa una manciata di oggetti che aveva in mano, e che sembravano monete d’argento più grandi della norma, Bezrar abbassò lo sguardo e scoprì che nel proprio palmo grasso e sudato era adagiata una seconda manciata di quegli stessi, strani oggetti: ovali di metallo scintillante su cui erano incise rune di forma complessa… simboli che lui non era in grado di leggere e che non aveva mai visto prima, ma che erano uguali su ciascun disco. Quegli strani oggetti lunghi quanto un dito avevano un gonfiore nel centro, come delle tartine ripiene, e si appiattivano poi lungo i contorni come… ecco, anche in questo ricordavano le tartine ripiene.
Ma da dove erano arrivati quegli oggetti… e dov’erano andati a finire loro due, nel nome di tutti gli accoglienti Nove Inferni? E come… come avevano fatto ad arrivare fin lì?
«Surth?» chiamò il grasso Bezrar, in cerca di qualche risposta a quegli interrogativi. «Surth?»
«Morditi la lingua fino a farla sanguinare», scattò il più ricco trafficante in profumi, vini, cordiali e droghe di tutta Marsember, utilizzando l’abituale espressione portuale che, nel linguaggio dei Cormyriani di rango appena più elevato si trasformava in «Chiudi il becco» oppure (se si trattava di preti o di anziani) in «Taci».
Surth stava fissando con occhi roventi la distesa di alberi, di viticci e ancora di alberi umidi di rugiada che si allargava in tutte le direzioni intorno alla stretta pista su cui loro si trovavano, e a giudicare dal suo comportamento era chiaro che stava dando agli alberi stessi la colpa del suo trovarsi in quel luogo… almeno per i pochi momenti che gli ci sarebbero voluti per trovare nelle vicinanze qualcun altro a cui addossare quella responsabilità.
«Non lo so neppure io», borbottò infine, girandosi lentamente a fissare il suo socio di vecchia data, poi s’incupì in volto ed esclamò: «Cos’hai fatto per farci finire qui, Bez? Devi aver fatto qualcosa! Sei un idiota, lo sai questo? Un idiota! Devi aver armeggiato con qualcosa di magico o aver fatto infuriare quel… quel…». D’un tratto la sua espressione si appannò e lui parve quasi spaventato mentre agitava una mano, come per accantonare l’argomento, e concludeva: «Lo sai: quel… quell’uomo».
Bezrar si erse sulla persona come un tricheco indignato, ansimando e sudando, e pungolò il petto del socio con un grasso dito peloso.
«Adesso ascoltami bene, o potente Malakar! Sei tu quello che pasticcia sempre con la magia di Shar, che si diletta con oscuri giocattolini, incantesimi borbottati e tutte quelle altre idiozie si cui di dovrebbe diffidare! Per gli dei, mi hai proprio ferito e offeso! Io non ho fatto nulla per farci finire qui! È stato quel sorridente… quelle parole magiche… quel bagliore verde… lui… è stato lui a darci questi, non è così?» infuriò, protendendo la manciata di oggetti lucidi, poi proseguì: «Deve essere stato lui, perché tutti gli dei mi sono testimoni che non ho mai visto prima niente di simile! E anche tu ne hai alcuni in mano!»
«Lo so, piccolo asino grasso» ringhiò Surth. «Ho ancora la vista e il tatto, per tua informazione!»
«Per il pesce di Odd, però non sei in grado di pensare nemmeno con la metà dell’astuzia che credi di possedere… non è così?»
«Oh, sì che ne sono in grado», ringhiò Surth, abbassando la mano verso l’impugnatura del coltello.
«Allora usa la tua parte pensante, quale che sia, e dimmi come siamo arrivati qui e cosa sono questi cosi e soprattutto come facciamo a tornare a Marsember!» ruggì il grasso contrabbandiere, che aveva a sua volta già in pugno il coltello e lo stava protendendo con fare ammonitore in direzione del socio. «Perché questa non è certo Marsember, quant’è vero che Shar è una ragazza bruna!»
La sua voce, resa acuta dall’ira, echeggiò per breve tratto fra gli alberi umidi, e quel rumore indusse qualcosa di invisibile ad allontanarsi in tutta fretta da un punto vicino alla pista, lasciandosi alle spalle una scia di foglie tremanti.
Lottando per controllare la propria ira, Malakar Surth trasse un profondo respiro e con mano salda spinse di lato la punta tremante del coltello di Bezrar.
«Lasciami riflettere», sibilò.
Con espressione acida, Bezrar allargò le mani nell’imitazione del gesto con cui un altezzoso servitore marsembano avrebbe potuto fare strada a un nobile, offrirgli un vassoio di cibi o fare qualche altra cosa.
«Non si riesce a capire dove sia il sole, quindi non dobbiamo allontanarci dal sentiero», borbottò Surth, scrutando gli alberi e accarezzandosi il mento come se la sua punta rasata avesse invece ospitato una folta barba. «Questa foresta è grande», continuò, con un brivido improvviso. «Non dobbiamo lasciarci sorprendere ancora qui dalla notte.»
Bezrar annuì, dilatando gli occhi per l’orrore derivante dal pensiero di qualche mostro boschivo dai lunghi artigli che si avvicinava strisciando nel buio… soffocando un grido d’allarme, cominciò a scrutare contemporaneamente in tutte le direzioni, accoccolandosi su se stesso e agitando selvaggiamente il coltello davanti a sé.
«Grasso idiota inutile» bofonchiò Surth, scoccandogli un’occhiataccia, poi sollevò una mano e ordinò: «Andiamo da questa parte. Non so perché, ma sono certo che sia la direzione giusta. Shar deve essere venuta in mio aiuto… grazie per averla invocata, Bez. Vieni».
Il contrabbandiere si risollevò, continuando a scrutare in ogni direzione con aria sospettosa, ma non accennò a muoversi, quindi nel passargli accanto Surth lo afferrò bruscamente per un gomito e lo spinse in avanti con tanta forza da farlo incespicare; il grasso mercante aveva appena fatto in tempo a ritrovare l’equilibrio che Surth tornò ad afferrarlo per il gomito e con altrettanta decisione lo costrinse ad avviarsi per primo.
Bezrar gli scoccò un’occhiata timorosa, a cui lui reagì con quello che nelle sue intenzioni doveva essere un sorriso rassicurante.
«Avanti, cammina, ma bada di farlo in silenzio», avvertì. «Non ti preoccupare, io sarò proprio dietro di te.»
Bezrar si limitò a rispondere con una sorta di ringhio, perché non osava dire ciò che pensava, e cioè che sapere di avere Malakar Surth alle proprie spalle non era cosa che inducesse a cessare di preoccuparsi.
D’altronde, aveva bisogno di Surth, perché era lui la mente della loro società e perché non voleva trovarsi solo in quel vasto bosco frusciante. Il solo pensiero di… e quello cos’era?
«Signore Mascherato e Tymora, proteggetemi!» stridette, nel vedere un guerriero in armatura completa sbucare da dietro alcuni cespugli, la visiera dell’elmo abbassata e la spada in pugno. «Surth?»
«L’ho visto», replicò Surth, con un tono di voce molto strano.
In fretta, Bezrar si lanciò un’occhiata alle spalle per appurare il perché di quella stranezza… e vide che Surth aveva sollevato uno di quei piccoli oggetti con mano tremante e lo stava fissando con espressione assorta.
«Malakar!» stridette. «Aiutami!»
Riportando lo sguardo sul guerriero in armatura, si lasciò poi sfuggire un gemito di terrore nel vedere il silenzioso Dragone Purpureo fluttuare minaccioso verso di lui. Già, fluttuare… per gli dei, quella cosa si librava nell’aria! I suoi piedi non toccavano il suolo, la punta rivolta verso il terreno come quella di un cavaliere preparato per la sepoltura!