«Dannazione, donna, non posso lavorare con te che mi guardi! Perché non porti quella tua spada e la tua persona in armatura fuori nel bosco e non fai a pezzi qualche piccola creatura pelosa? Lasciami in pace!»
«No», ribatté con la massima dolcezza la Signora di Arabel, sorridendogli con il mento appoggiato fra le mani; stancamente, Vangerdahast notò che i suoi guanti di maglia di ferro erano appoggiati sulle grandi corna intagliate nello schienale della sedia. «Mi piacciono le piccole creature pelose… perfino quelle che indossano vesti da mago e mi ringhiano contro scortesemente.»
Vangerdahast ringhiò ancora, questa volta con rabbia crescente, e calò l’altra mano sul tavolo con un tonfo violento.
«In tutte le cose ci vuole pazienza, signore», mormorò Myrmeen. «Se ti aspetti di forgiare incantesimi del tutto nuovi destinati a vincolare decine di draghi, non puoi pretendere che ciascuno di quegli incantesimi sia una cosa semplice… altrimenti altri maghi avrebbero già fatto una cosa del genere e vincolato fino all’ultimo drago da migliaia di anni.»
«Ho visto abbastanza, e adesso mi congederò da te», mormorò il Mago Rosso nell’orecchio di Rauthur. «Guidami in un punto da cui possa andarmene senza rischi.»
Huldyl Rauthur annuì e si affrettò a precederlo giù per i gradini e nel passaggio, percorrendolo nella direzione da cui erano venuti. A metà del corridoio, però, si soffermò accanto a una porta.
«Lord Starangh», mormorò, «all’interno ci sono alcuni di quegli occhi e di quelle mani fluttuanti, che io so come sintonizzare e attivare. Che ne diresti di usarli per… ecco, per vedere in aree più recondite del rifugio rispetto a quelle in cui ci siamo avventurati finora?».
«Un pensiero gentile», sorrise il Mago Rosso, «però… no, grazie, non questa volta. Mi sei stato di estremo aiuto e di grande utilità, Rauthur… e confido che continuerai così», continuò, assestando una pacca calorosa sulla spalla del Mago della Guerra, poi aggiunse: «Perché ovviamente, tradirmi significa… morire».
Con quelle ultime parole sussurrate che ancora gli risuonavano negli orecchi, Huldyl Rauthur si ritrovò improvvisamente solo a fissare il passaggio ora vuoto.
Madre Mystra, pensò, è passato dritto attraverso i sigilli di protezione! Quegli stessi sigilli che sono costati a Vangerdahast giorni di fatica già solo per riuscire a modificarli!
Rabbrividendo in tutto il corpo come un cane bagnato, Huldyl Rauthur deglutì a fatica e si affrettò a tornare nella serra per ripristinare lo schermo di silenzio. Dunque era quella la sensazione che derivava dalla vera paura… mentre fino ad allora tutto ciò che aveva provato era stato mera… apprensione.
Dei, proteggetemi, implorò.
16.
Una giornata impegnativa per i Maghi della Guerra
Allora il mio incantesimo esplose in mezzo a loro e… mirate!… ci furono dappertutto Maghi della Guerra arrostiti a fuoco vivo.
La foresta fu nuovamente scossa da un’esplosione, e un ramo fiammeggiante cadde sulla pista, rimbalzò una volta e rotolò lontano. Malakar Surth si diresse verso di esso con un sorriso sicuro e abbassò lo sguardo su un ricurvo frammento di elmo che stava lentamente smettendo di girare su se stesso.
«Questo è… trascendente», dichiarò, sollevando un altro di quegli oggetti e ammirandone la lucentezza. «Semplicemente trascendente.»
«Ed è anche facile», convenne Aumun Bezrar, alle sue spalle. «Ne abbiamo già eliminati più di una dozzina, giusto?»
«Quattordici», precisò Surth, sollevando lo sguardo verso la volta di fogliame, «e certo non grazie a te».
«Per gli dei, un momento! Ne ho distrutti cinque!»
«Ma saresti stato in grado di farlo, se io non ti avessi mostrato come sconfiggere questi… queste armature incantate? Bah, non perdiamoci a discutere e cavillare… dobbiamo andare avanti.»
«Uh, sì, avanti», ripeté Bezrar, poi si accigliò nel guardare Surth che procedeva a grandi passi lungo la pista, verso quella che sembrava una macchia di alberi ancor più fitta e cupa, un boschetto di cima d’ombra e legnocupo, piante antiche quanto il regno e larghe quanto capanne, che salivano verso l’alto nella penombra, con i viticci rivestiti di muschio che pendevano qua e là dai rami, simili a gigantesche ragnatele.
«Uh, Surth… ecco, soltanto una cosa: perché?»
L’alto e magro mercante di profumi, vini, cordiali e veleni s’immobilizzò per un momento.
«Non lo so», ammise poi. «Lo sapremo quando arriveremo a destinazione.»
E riprese a camminare, con Bezrar che si affrettava a seguirlo, proseguendo per un lungo tratto, con il respiro sempre più affannoso, prima di fermarsi ancora.
«Ehi, Mal?» chiamò.
«Non mi chiamare in quel modo!» ringhiò Surth, girandosi di scatto.
«Uh… ah… sì, certo, Mal. Io… ci sarebbe soltanto un’altra cosa.»
«Cosa?» domandò Surth in tono glaciale, sollevando il lucido oggetto ovale che aveva in mano come se avesse avuto intenzione di scagliarlo contro il suo socio.
«Uh… ecco… che ne sarà di noi quando avremo esaurito tutti questi arnesi?» balbettò Bezrar, esibendo a sua volta uno di quei congegni.
Malakar Surth aprì la bocca per dare una risposta rabbiosa… ma quando vide lo sguardo di Bezrar farsi spaventato e appuntarsi su qualcosa che si trovava dietro le sue spalle, la richiuse prontamente e si affrettò a voltarsi.
Tre orrori con l’elmo stavano emergendo dagli alberi, più avanti, fluttuando verso di loro all’unisono, minacciosi, e stavano convergendo su di lui. Tutti e tre erano armati di enormi asce da battaglia invece che di spada, e ciascuno di essi la teneva alzata, pronto a colpire.
«Tymora e Mystra, siate con noi in questo momento!» ringhiò il mercante, scagliando con disperazione un congegno lucente. Nel farlo, si rese conto di non sapere che ne sarebbe stato di uno di quei lucidi oggetti ovali se mai avesse sbagliato mira nel lanciarlo… e nel vedere altre forme in armatura emergere dall’ombra degli alberi pregò con fervore entrambe le dee perché gli evitassero di avere mai modo di scoprirlo.
L’istante successivo un’ondata di fuoco azzurro divampò nell’aria, ma ormai Surth sapeva che doveva abbassare la testa e ripararsi gli occhi. L’esplosione disintegrò una delle armature, ma gli altri due orrori con l’elmo continuarono ad avanzare verso di lui come se non fosse successo nulla.
«Brorm?» chiamò proprio in quel momento una voce lontana, in tono severo. «Sai che il Vecchio Incantesimi di Tuono non vuole che noi si esegua incantesimi qui, così vicino a lui! Non ho idea di cosa tu stia distruggendo, ma adesso smettila!»
Una forma in armatura incombette davanti a Surth, e un’ascia da battaglia brillò nel calare verso di lui.
«Mangia questa morte fiammeggiante, porco di metallo!» ringhiò Bezrar.
Poi ci fu un’altra fiammata azzurra, che fece rotolare Surth all’indietro, in una capriola che questa volta lo mandò a finire in un cespuglio di rovi.
Il mercante sbatté le palpebre, contemplando con aria stordita il proprio sangue, che brillava in una serie di gocce rosse lungo una lacerazione che gli attraversava la mano, poi sentì ancora quella voce, che adesso era un po’ più vicina e decisamente più furiosa.
«D’accordo, Brorm, adesso hai esagerato!» stava urlando. «Non m’interessa se il Vecchio adora il tuo pasticcio di spinaci… ti ridurrò il posteriore a strisce! E adesso non cercare di dartela a gambe… posso essere più vecchio di te, ma conosco i tuoi trucchi e dovrai faticare parecchio per cogliere di sorpresa il vecchio Phaldemar delle Sfere di Fuoco!»