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Contemporaneamente, Bezrar distrusse la terza sentinella in armatura, e sulla scia dell’esplosione, i due storditi Marsembani sentirono l’invisibile Phaldemar imprecare pesantemente.

Ci fu poi un notevole rumore di fogliame smosso che proveniva dagli alberi sulla destra della pista, dove la foresta ammantava alcune tondeggianti colline, e di lì a poco un uomo vigoroso in tenuta da battaglia di cuoio entrò a grandi passi nel campo visivo dei due, avvolto in un lungo mantello di cuoio che gli si allargava alle spalle a causa della rapidità della sua andatura. L’uomo aveva la faccia che ricordava un vecchio stivale, incorniciata da capelli grigio acciaio, e stringeva nella mano sinistra una lunga bacchetta nera a cui erano applicate piccole punte e spirali che emettevano bagliori intermittenti in tutte le tonalità dello spettro. La mano destra era invece coperta da un lungo guanto bianco ed era avvolta da un alone luminoso che pareva essere incandescente.

«Brorm?» ringhiò, nel risalire la pista, scrutando con aria sospettosa in tutte le direzioni. «Per tutte le corazze d’ottone di Alusair, dove sei?»

Poi il suo sguardo si posò sulle schegge infrante di un orrore con l’elmo, sparse sullo stretto sentiero di terra battuta, proprio davanti ai suoi piedi.

Phaldemar delle Sfere di Fuoco fissò quei frammenti a bocca aperta per lo stupore… uno sconcerto che aumentò ulteriormente quando lui guardò lungo la pista e vide qua e là altri pezzi di metallo che fino a poco tempo prima dovevano essere state parti di armature da battaglia cormyriane di ottima fattura. Da dove si trovava, poteva vedere i pezzi di almeno due elmi senza dover neppure muovere un altro passo.

«Per Mystra», imprecò, a bassa voce ma con sentimento, e si affrettò ad attivare l’asta che aveva con sé per avvolgersi in un incantesimo di schermatura, perché la persona… o la cosa… responsabile dell’accaduto doveva essere ancora nelle vicinanze, dato che l’ultima esplosione si era verificata solo pochi istanti prima. Sì, laggiù! Alcune schegge stavano dondolando a causa dell’onda d’urto che le aveva scagliate dove ora si trovavano. Scuotendo il capo, il Mago della guerra assunse un atteggiamento guardingo e prese ad avanzare con cautela lungo la pista.

Quasi immediatamente vide uno stivale. La gamba che lo indossava apparteneva a un uomo vestito come un mercante della costa… calzoni, stivali e quel genere di tunica lunga fino ai fianchi che si vedeva di rado nella Foresta del Re o nelle Terre Alte, dove si usavano casacche con cappuccio per lavorare nei campi e tuniche fermate in vita da una cintura per cavalcare o aggirarsi nella foresta… che giaceva accanto a un cespuglio di rovi, con gli occhi chiusi e una mano coperta di sangue fresco. Phaldemar esaminò attentamente l’uomo, che non aveva mai visto prima, e nel posare lo sguardo sulla sua cintura, constatò che in essa era infilato soltanto un coltello lungo del genere in uso a Marsember. Chiunque fosse, quell’uomo aveva senza dubbio avuto qualcosa a che vedere con la distruzione degli orrori con l’elmo, ma di certo non sembrava essere un brigante, o un mago, o un nemico di Cormyr degno di tale nome. Quanto a determinare se era davvero privo di sensi o meno…

Phaldemar si chinò in avanti e puntò l’asta verso l’uomo, pensando che un’ondata d’acqua evocata con la magia avrebbe dovuto…

Uno schianto e un rumore di fogliame smosso provenienti da un punto sulla destra e dietro di lui, indussero il Mago della Guerra a girarsi di scatto, sollevando l’asta… ma era ancora a metà del gesto quando qualcosa di grosso, peloso, grasso e sudato gli piombò addosso e gli passò sopra di corsa, calpestandolo.

«Coooooorrraaagh!» stridette Aumun Tholant Bezrar, agitando selvaggiamente le braccia nel lanciarsi di corsa attraverso la foresta, andando a sbattere contro gli alberi ogni volta che la pista descriveva una curva che lui non pensava neppure a seguire, nel corso della sua fuga frenetica. «Cooorrhhhhh!»

Quell’urlo inarticolato era in effetti un tentativo di formulare la parola «corri» e di gridarla a Surth, che si trovava da qualche parte alle sue spalle, ma…

Il Mago della Guerra cadde al suolo con un grugnito e rimbalzò con violenza, l’asta che gli sfuggiva di mano, finendo fra i cespugli, poi il suo corpo si accasciò inerte e silenzioso, gli occhi chiusi.

Tremante di paura, Malakar Surth riuscì ad accertare almeno questo da quanto riusciva a vedere del mago attraverso le palpebre socchiuse. In lontananza, Bezrar stava ancora urlando fra gli alberi, le sue grida che echeggiavano in modo tale da far supporre che soltanto i sordi avrebbero potuto mancare di notare il rumore che lui stava facendo.

«Basta con i maghi! Non si fanno affari con loro, oh, no! Lo avevo detto a Surth! Glielo avevo detto! No! Niente magia, per nessun prezzo! No no no NO!»

Surth contrasse il volto in una smorfia, pensando che tutto quel frastuono avrebbe fatto accorrere al più presto quel «Brorm», e probabilmente un mucchio di altri maghi. Doveva andare via, subito!

Il Mago della Guerra steso al suolo gemette e mosse una mano, le palpebre che si agitavano appena. In preda a un terrore improvviso, Surth scattò in piedi e gli passò sopra di corsa.

Forse sarebbe riuscito a oltrepassare il Cormyriano senza intoppi, ma il mago dai capelli grigi sollevò una mano alla cieca, artigliando l’aria per cercare di ritrovare l’equilibrio, e Surth inciampò nell’arto proteso, cadendo in avanti.

Artigliando il muschio e il terriccio, senza rallentare i movimenti, il mercante si rimise in piedi con un frenetico gemito di paura e continuò a correre, precipitandosi lungo la pista sulla scia di Bezrar, che in lontananza stava ancora continuando a urlare.

Phaldemar delle Sfere di Fuoco gemette ancora, scosse la mano intorpidita e rotolò prono. In lontananza, una testa apparve fugacemente nel suo campo visivo prima che la fuga del suo proprietario la portasse oltre una curva fra gli alberi e la facesse scomparire in mezzo a una confusione di vecchi tronchi nodosi.

Qualcosa stava brillando sulla pista, sulla scia del misterioso uomo in fuga, un oggetto che brillava al sole nel girare su se stesso, cosa da cui si deduceva che doveva essere appena caduto.

Phaldemar si sollevò sulle ginocchia, poi si alzò in piedi e mosse due passi incerti; vedendo la propria asta, la recuperò, sussultando per l’insieme di nuovi dolori che avvertiva ovunque… per gli dei, quell’uomo lo aveva colpito con forza maggiore del pony che gli era passato sopra quando era ancora un ragazzo!… e andò a raccogliere l’oggetto caduto sulla pista.

Esso risultò abbastanza grande da riempirgli la mano, un ovale di metallo argenteo liscio e lucido, che assumeva una tonalità bluastra nel riflettere la luce solare. L’oggetto era spesso nel centro e sottile lungo i bordi, come un pasticcino imbottito, e su di esso erano incise… sì, quelle erano rune di potere, ma di un genere che lui non aveva mai visto prima, e che sembrava una scrittura orientale.

Socchiudendo gli occhi, rigirò l’oggetto fra le dita, senza però trovare sul rovescio nulla che gli fornisse maggiori informazioni, poi… qualcosa oscurò la luce alle sue spalle.

Questa volta, Phaldemar delle Sfere di Fuoco badò a girarsi abbastanza in fretta, accoccolato in avanti con l’asta spianata…

Due orrori con l’elmo stavano fluttuando verso di lui, lungo la pista, ma entrambi si arrestarono prontamente quando gli incantesimi di cui erano pervasi lo riconobbero come un comandante e non come un nemico. Accigliandosi, Phaldemar fissò ancora l’oggetto che aveva in mano, poi sollevò lo sguardo verso l’orrore con l’elmo più vicino… e obbedendo a un impulso improvviso gettò l’oggetto ovale verso il suo petto protetto dalla corazza.

La vibrazione dello schermo protettivo, che ancora lo avviluppava, salì di tono fino a trasformarsi in un acuto stridio quando l’orrore con l’elmo esplose, facendo carambolare su se stesso il suo compagno ancora intatto e scagliandolo attraverso l’aria a una distanza impressionante, mentre schegge bluastre di armatura di metallo sbattevano rumorosamente contro i rami in ogni direzione, ricadendo in mezzo al fogliame. Parecchi di quei pezzi si abbatterono contro il suo schermo e ne furono rallentati fino a scendere come piume, e a Phaldemar bastò muovere un passo di lato per evitare l’unico che era in rotta di collisione con la sua persona, scrutandolo con interesse mentre gli passava accanto.