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L’uomo che i Maghi della Guerra chiamavano Vecchio Incantesimi di Tuono non era un vecchio rimbecillito, bensì un mago anziano il cui potere magico era molto più grande di quanto gliene venisse attribuito da chiunque, in Thay, per cui sfidarlo con provocazioni ed elaborati incantesimi sarebbe stato un atto da stolti… e Harnrim Starangh non intendeva cedere all’impulsiva spericolatezza che aveva condotto alla morte così tanti giovani Maghi Rossi.

Quello era il momento del guanto di velluto e non del pugno che scagliava sfere di fuoco. Avrebbe fatto in modo che Joysil venisse a sapere dei piani di Vangerdahast, perché se lo avesse attaccato nella sua forma di drago avrebbe potuto distruggere o almeno indebolire il vecchio mago. Quale che fosse stato il suo esito, quello scontro avrebbe fatto affiorare altra magia che Harnrim Starangh avrebbe poi potuto casualmente trovare.

Incantesimi Oscuri di Thay abbandonò il rifugio con la massima rapidità e furtività di cui era capace.

* * *

Le fiamme vorticanti collassarono di nuovo, e questa volta portarono con loro un inoffensivo sgabello a tre piedi, che venne dirotto a esca fiammeggiante in un istante e subito dopo si trasformò in un mucchietto di cenere.

«Accidenti! Accidenti e dannazione!» imprecò stancamente Vangerdahast, appoggiandosi al tavolo da lavoro. «C’è qualcosa di sbagliato in quest’ultimo pezzo», continuò, battendo un dito su due file di rune, poi s’illuminò in volto ed esclamò: «Ehi, un momento! E se lo trasformassi…».

«In un melone? Magari, ma lo potrai fare benissimo domani», ribatté con fermezza Myrmeen Lhal, alzandosi di scatto dalla sedia e riponendo la spada nel fodero.

Preso saldamente per un gomito l’ex-Mago Reale, lo costrinse a volgere le spalle al tavolo. Socchiudendo gli occhi per il dolore di quella stretta, Vangerdahast cercò di mantenere la presa sulle sue annotazioni, poi ci rinunciò e si lasciò trascinare con passo incespicante.

«Ragazza, non devi trattarmi come se fossi un sacco di grano senza cervello!» protestò con fare burbero.

«No di certo», convenne in tono affettuoso Myrmeen, protendendosi verso di lui con un’espressione divertita nello sguardo, «e smetterò di farlo non appena tu la pianterai di comportarti come tale!».

«Ragazza! Uh, ragazza! Myrmeen, dannazione a te, ragazza! Ho appena qualche altra piccola modifica da apportare e avrò finito, accidenti!»

«Senza dubbio… e continuerai a lavorare per tutta la notte e la mattina successiva e gran parte della giornata che seguirà, per apportare quelle poche, piccole modifiche!»

«Ma questo è ovvio, ragazza», ribatté Vangerdahast, fissandola con sconcerto mentre si avviavano nel passaggio. «Si tratta di magia.»

«Non ne dubito», annuì la Signora di Arabel, senza smettere di costringerlo a procedere. «E una magia di genere diverso si verificherà presto in cucina, non appena sarai seduto là a riposare con un buon bicchiere di liquore in mano, mentre io comincio a cucinare. Per gli dei, hai aspettato per decenni di poter giocare con i tuoi incantesimi… quindi non vedo perché questo non possa attendere soltanto un’altra notte».

«Oh, ma…»

«Oh, ma stai quasi crollando al suolo per la stanchezza. Siediti», ingiunse la guerriera, praticamente spingendo Vangerdahast su una sedia e piazzandogli davanti il suo boccale migliore, che riempì fino all’orlo con…

«Per gli dei, donna! Vecchio Ambrafuoco! Dove lo hai trovato?»

«Nelle tue cantine», spiegò con voce mielata Myrmeen. «Non si conserverà in eterno, sai… e neppure tu. Quando sarai morto, desidererai di averne aperta qualche bottiglia in più, invece di lasciarla da parte in attesa del «momento adatto». Il momento adatto è sempre quello presente.»

I potenti schermi più interni del rifugio ronzarono e pulsarono intorno a loro mentre Myrmeen procedeva a slacciare con disinvoltura cinghie e fibbie dell’armatura, spargendone i pezzi tutt’intorno.

Vangerdahast sbatté le palpebre di fronte a quello spettacolo, poi si affrettò a distogliere lo sguardo e si schiarì rumorosamente la gola, prima di bere un altro sorso… e di tornare a guardare di soppiatto in direzione della donna.

Ignorandolo, Myrmeen afferrò un asciugamano che tutti i saggi guerrieri cormyriani tenevano all’interno della corazza, accanto a una daga di riserva, lo usò per asciugarsi il sudore e allungò la mano verso la padella più grande che aveva a disposizione.

«Quello che mi stupisce», osservò, nel mormorare la parola che Vangey utilizzava per accendere l’esca già predisposta nella stufa per poi passare nella ghiacciaia per prendere un po’ di strutto e alcune cipolle appese in un sacco accanto a esso, «è come tu sia riuscito a conservare una simile pancetta, mangiando come facevi».

«Ecco, ragazza», replicò Vangerdahast in tono amabile, nel sorseggiare il vino, «ero solo, e quindi rilassato. Per quanto mi capitasse di pensare tardivamente a mangiare qualcosa e per quanto potessi essere inetto nel preparare i cibi, almeno potevo cenare in tutta tranquillità. Niente stress, capisci?».

Myrmeen prese uno dei coltelli da cucina che aveva affilato e procedette a sminuzzare abilmente le cipolle. C’era una cosa da dire a favore della magia del vecchio Vangerdahast: il suo piccolo incantesimo faceva riscaldare in un attimo la stufa. Lanciando un’occhiata alla legna già pronta a portata di mano, Myrmeen giudicò che non fosse ancora il momento di aggiungerne e procedette a spalmare di strutto la padella.

«E con quanta frequenza hai finito per vomitare tutto nel lavandino o in quel secchio? L’ho già lavato tre volte, e ancora non riesco a eliminarne l’odore di vomito! Devo supporre che non fossi stressato neppure in quei momenti?»

Vangey bevve un sorso di vino, constatò con sorpresa come il boccale fosse già quasi vuoto e commento, rivolto al soffitto:

«Il problema, con le ragazze troppo intelligenti, è la loro lingua: affilata come una spada, e sempre pronta a fare continuamente a fette un uomo».

Myrmeen sbuffò nel rovesciare le prime cipolle nella padella, dove presero subito a sfrigolare.

«Il problema con i maghi troppo intelligenti», ribatté, «è la cocciutaggine con cui insistono per avere sempre ragione, il che in realtà significa che tutto il resto del mondo deve fare a modo loro. Se invece fossero davvero abbastanza intelligenti da saper agire nel modo giusto, la lingua di quelle ragazze si potrebbe riposare, senza aver bisogno di affettare nessuno».

Ridacchiando, Vangerdahast sollevò i piedi sullo sgabello, che per la prima volta da mesi poteva essere usato per quello scopo. Qualcuno… Myrmeen, di certo… doveva averlo liberato da tutte quelle vecchie pergamene, averlo tolto dal suo angolo e averlo messo dove lui poteva utilizzarlo. Davvero premurosa, la ragazza.

Appoggiandosi allo schienale della sedia, il mago si dilettò a pensare quale altro commento provocante avrebbe potuto escogitare per far ridere ancora Myrmeen e indurla a ribattere a tono, perché erano anni che non si divertiva a chiacchierare in quel modo.

L’ex-Mago reale di Cormyr si concesse un sospiro appagato e bevve quanto restava dell’ambrafuoco, mentre il gradevole profumo delle cipolle che friggevano si levava tutt’intorno a lui.

* * *

Lo schermo cieco alle sue spalle tremolò quando qualcuno lo attraversò.

«Huldyl?» chiamò poi una voce dal tono ansioso.

Per una frazione di secondo, Huldyl Rauthur si bloccò per la paura… poi serrò i pugni, trasse un profondo respiro e si volse, sereno in volto e con una tranquilla espressione interrogativa nello sguardo.