«Sì?»
Phaldemar Daunthrae era fermo davanti a lui nella sala di guardia, con il respiro un po’ affannoso e segnato dall’iniziale affiorare di quella che sarebbe presto diventava una splendida collezione di lividi, e stava stringendo in pugno la sua asta magica come se si stesse aspettando di dover combattere.
«Uno scontro di qualche tipo?» chiese Huldyl, adocchiando prima l’asta e poi chi la impugnava.
«Per quanto ho potuto stabilire, abbiamo perso almeno otto orrori di sentinella», riferì il Mago della Guerra più anziano. «Sono stati degli intrusi… almeno due, anche se io ne ho visto uno soltanto. Non avevano l’aspetto di guerrieri o di maghi… a dire il vero, sembravano più che altro mercanti marsembani… ma erano muniti di un qualche tipo di bombe magiche.»
«Bombe?» ripeté Huldyl.
«Ne scagli una contro un orrore con l’elmo, ed esso esplode in mille pezzi. Si tratta di piccoli dischi circolari d’argento, su cui sono incise delle rune nel linguaggio thayano o in qualche altra lingua dell’Est. Niente miccia, niente parole di attivazione… basta lanciarli, e… booom!»
«E questi intrusi sono riusciti ad andarsene senza lasciarsi alle spalle nessuna di queste… di queste bombe?»
«Ne ho trovata una, ne ho provato il funzionamento e questo ci è costato la perdita di un orrore. Credo che uno degli intrusi fosse rimasto stordito a causa di una delle esplosioni da lui stesso provocate… ho sentito il rumore, sono andato a controllare e l’ho trovato steso a terra; mentre mi stavo chinando per verificare meglio di cosa si trattasse, un altro intruso è emerso di colpo da un nascondiglio e mi ha travolto assalendomi alle spalle. Quando sono riuscito a riprendermi, anche il primo era scomparso».
«Otto sentinelle? Gli dei ci proteggano!»
«Forse si è trattato soltanto di una spedizione che mirava a danneggiare quante più sentinelle possibile», replicò Phaldemar, annuendo con aria cupa, «ma se avevano con loro dei sacchi di quelle bombe, e se io non fossi andato a controllare, a forza di esplosioni si sarebbero potuti aprire un varco fino alla porta di Lord Vangerdahast».
«Senza dubbio, sembra un tentativo quanto mai deciso di arrivare al rifugio», annuì Rauthur. «Bisogna informare i sommi cavalieri.»
«Infatti. Devo…»
«Sì, se non ti dispiace… e prima di andare a riposare, chiedi a Thaerma di darti un’occhiata, nel caso che ti abbiano causato qualche danno di cui non ti sei ancora accorto. Quei lividi hanno un brutto aspetto.»
«Thaerma? Dovrei tornare a corte?»
«Oh, sì, credo proprio di sì», ribadì Rauthur, in tono tale da mettere bene in chiaro che si trattava di un ordine. «Tamadanther ti ha sostituito nel servizio di guardia, come al solito?»
«Già», ringhiò Phaldemar, accennando ad andarsene con aria tutt’altro che soddisfatta.
«Suvvia», commentò Huldyl, in tono scherzoso. «Entro breve tempo, le mani gentili di Thaerma ti…»
«Lei e io ci conosciamo da parecchio tempo, ragazzo. Per me, questa non è la grande gioia che tu credi», ribatté Phaldemar, poi svoltò l’angolo e scomparve.
Scrollando le spalle, Huldyl accennò un mezzo sorriso e tornò a concentrarsi sulla sua partita di saccheggia-castello. In base alle carte, i cavalieri su grifoni del Signore Stregato gli avevano sferrato un attacco maledettamente dannoso, e adesso i suoi guerrieri delle torri erano già tutti morti. Con aria cupa, spostò uno dei pochi superstiti lungo il cerchio di torri.
Sto soltanto scegliendo in quale di esse dovrà morire, pensò, nel fissare la scacchiera in preda a nefasti presentimenti, una cosa che non gli era più successa da appena prima dell’ultima battaglia contro il Drago Demoniaco. Una scelta molto simile a quella che ho fatto per me stesso.
In quel preciso momento sentì un rumore di passi in corsa: qualcuno stava sopraggiungendo con tanta fretta frenetica da andare a sbattere per la premura contro le cose che incontrava lungo il tragitto.
«Huldyl! Huldyl!»
Darthym era uno dei pochi Maghi della Guerra mezz’elfi, e amava mostrarsi sempre cortese, pacato, modesto e riluttante ad abbassarsi a fare pettegolezzi o a indulgere in vane chiacchiere. Adesso però aveva gli occhi dilatati e il respiro affannoso.
«Huldyl, Jandur e Throckyl sono morti! Morti, annientati mediante magia!»
Rauthur si alzò di scatto dalla sedia, rovesciando carte e pedine in tutte le direzioni. Quella doveva essere opera di Starangh… ma lui doveva badare a reagire in maniera che apparisse naturale, e comunque aveva già quasi perso quella dannata partita.
«Cosa?» ruggì, cercando di mostrarsi sconvolto e furente quanto Darthym.
«Sono nell’armeria! Fatti a pezzi da un’esplosione! La testa di Throckyl è lì per terra, per conto suo, che sembra guardare fuori dalla porta, verso di me! Io…»
«Grazie, Darthym. Devo supporre che non ci sia nessuna traccia del colpevole? Senti, va’ a svegliare Sarmeir e digli a nome mio che deve montare la guardia qui insieme a te. Riferiscigli tutto quello che vuoi riguardo a cosa hai scoperto, ma provvedi a organizzare le difese del rifugio, qualora una qualsiasi delle guardie esterne dovesse segnalarti dei problemi. Hai tu il comando, perché io devo riferire senza indugio l’accaduto a Laspeera».
«S… sì, Rauthur!» esclamò il mezz’elfo, spiccando la corsa lungo il passaggio, lieto di avere qualcosa da fare e ordini diretti che gli permettevano di farlo.
Alle sue spalle, Huldyl scosse il capo con un cupo sorriso. Ah, quelli erano tempi così tormentati…
Passandosi una mano fra i radi capelli, si asciugò con le nocche la fronte sudata, s’immobilizzò e sgombrò la mente da ogni pensiero, verificando che ciò che stava cercando fosse ancora al suo posto, saldo come sempre. L’incantesimo di schermatura mentale che Starangh gli aveva fornito era un lieve sussurro in un angolo della sua mente, un muro pronto a bloccare qualsiasi magia che avesse cercato di sondargli i pensieri, perfino quella del sospettoso comandante in seconda di tutti i Maghi della Guerra di Cormyr. Adesso era pronto ad andare a fornire il suo rapporto.
17.
Un tuffo nella mente
L’incantesimo più doloroso a cui mi riesce di pensare è uno che ti scagli nella mente del tuo nemico, e proietti lui nella tua. Menti in attrito una contro l’altra… quella è vera agonia.
Narnra sollevò lo sguardo verso lo splendido soffitto della Camera dell’Ala del Drago. Lassù, enormi corpi coperti di scaglie erano immobilizzati in eterno nell’atto di scagliarsi in avanti in tutta la loro terribile gloria…
Qualcuno… probabilmente più di uno… dotato di abbastanza talento da essere in grado di eseguire una scultura tanto vasta da non poterla vedere nella sua interezza in una sola occhiata, aveva scolpito quei draghi dalla bellezza così incredibilmente reale, qualcuno che doveva essersi sentito decisamente al sicuro e protetto, lì a Cormyr, per trascorrere in quella stanza, su un’impalcatura, i mesi… no, gli anni… che ci dovevano essere voluti per realizzare un simile capolavoro. Sicuro, protetto e pagato abbastanza da poter avere di che mangiare, senza dubbio da un re o da una regina di Cormyr che erano stati amanti del bello quanto bastava per essere disposti a pagare gli scultori e a lasciare quella camera inutilizzata mentre essi vi lavoravano. E per poter fare una cosa del genere era necessario avere un regno forte, stabile e fiorente.
Aggrappandosi a quel pensiero, Narnra distolse lo sguardo dal soffitto per contemplare la vasta stanza vuota. Ci volevano sicurezza di sé e ricchezza anche per lasciare una camera così vasta, e quindi utilizzabile in svariati modi, libera da qualsiasi ingombro che attirasse l’attenzione, al fine di accentrare maggiormente lo sguardo di chi vi entrava sul soffitto scolpito.