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Tre persone stavano attendendo con pazienza, schierate di fronte a lei.

Rhauligan, vigile e pronto all’azione, un agente della Corona… cosa che anche lei sarebbe potuta diventare. Forse.

Laspeera, la maga gentile e tuttavia potente, regale e al tempo stesso materna, il genere di persona che «c’era sempre», una presenza solida, fidata e perdurante per molti, che sarebbero rimasti sconvolti quando lei infine fosse morta perché erano giunti a considerarla una colonna portante di Faerûn, come la gente di Cormyr aveva fatto con Vangerdahast… e come qualcuno, da qualche parte, aveva presumibilmente fatto con Elminster, probabilmente in qualche terra che adesso era polvere, moltissimo tempo prima.

Caladnei. La sua tormentatrice, e colei che aveva il comando effettivo, in quanto Maga Reale di Cormyr e quindi superiore di rango rispetto ai due Cormyriani. A giudicare dalla sua pelle scura, doveva essere una straniera, ed era quindi probabile che molti, a Corte, non gradissero la sua presenza, risentiti che una straniera detenesse un potere che sarebbe dovuto finire di diritto nelle loro mani.

Socchiudendo gli occhi, Narnra rifletté che Laspeera avrebbe dovuto essere una di quelle persone risentite, ma che non pareva nutrire sentimenti del genere. Ciò significava che Caladnei doveva essere una strega capace di controllare le menti mediante la magia, oppure… una persona degna di rispetto, di fedeltà, perfino di affetto.

Il suo sguardo incontrò quello degli occhi scuri della Maga Reale, che la fissò a sua volta con aria grave, severa… ma non imperiosa… nei modi, che intimorivano un poco.

La donna che voleva invadere la sua mente.

Narnra si ritrovò a respirare più in fretta, quasi in modo affannoso. Una parte di lei voleva urlare di disgusto, voleva colpire e fuggire… mentre un’altra parte era subdolamente interessata ed eccitata, desiderosa di vedere cosa sarebbe successo. Quella parte era la scintilla interiore che l’aveva indotta a essere sempre più audace nell’aggirarsi sui tetti, e le era cara… anche se era solita attirarla verso i guai. Dentro di lei stava insorgendo però anche un’altra cosa… un’emozione che affiorava lenta ed esitante, per essere rimasta soffocata troppo a lungo, e di cui poteva già sentire il sapore in fondo alla gola.

La solitudine.

Era rimasta sola e senza amici per molto, troppo tempo, Narnra sola contro tutto il mondo… un mondo che per lei era un’interminabile collezione di vittime da derubare, di passanti da ignorare, di ricchi e di potenti che era meglio evitare, di pochi squali che solcavano le sue stesse acque, e di… autorità. La Guardia Cittadina, l’Ordine di Sorveglianza, i Signori di Waterdeep, coloro che potevano uccidere, fustigare, imprigionare e mutilare impunemente.

Narnra odiava, temeva e disprezzava l’autorità, e quelle tre persone ne detenevano tutte, Caladnei più delle altre. Quanta parte del timore e del senso di sfida che stava provando gettava le sue radici nel suo odio verso l’autorità? Quanta…

Non aveva importanza, le sue alternative erano ben poche, spiacevoli, e lei aveva scelto la migliore, senza contare che perfino Mystra le stava sorridendo… o almeno così sperava… quindi era giunto il momento di farla finita.

«Allora, sto aspettando», annunciò in tono pacato, sollevando il mento.

Nessuno dei Cormyriani accennò a ridere. Entrambe le donne mossero un passo verso di lei… poi la Maga Reale si arrestò, palesemente sorpresa del fatto che Laspeera fosse venuta avanti a sua volta.

Laspeera invece continuò ad avvicinarsi.

«Narnra», disse con gentilezza, «le cose funzioneranno meglio se ti sdraierai, qui sul pavimento».

Narnra la fissò con aria perplessa, poi si curvò e si sedette, e la Maga della Guerra si lasciò cadere al suolo insieme a lei, aiutandola come se fosse stata una specie di delicata invalida. Quando Narnra fu sdraiata supina sul pavimento, con lo sguardo di nuovo appuntato sullo splendido soffitto, Laspeera si volse e chiamò Caladnei perché si avvicinasse, poi si rialzò e si aprì con calma la sopravveste, sfilandosela… cosa che rivelò un sottostante abito di satin rosso… e arrotolandola.

In silenzio, indicò a Caladnei il tratto di pavimento accanto a Narnra, poi insinuò la veste arrotolata sotto la nuca di entrambe.

«Un cuscino?» chiese Narnra, in tono incredulo.

«Qualcosa che impedisca a entrambe di fracassarvi la testa sul pavimento, qualora le emozioni dovessero sfuggire al controllo», ribatté Laspeera, in tono severo. «Adesso prendetevi per mano e iniziate.»

«Sì, mamma», ribatté Caladnei, in un tono di gentile derisione che indusse Narnra a sorridere, poi mormorò un lungo e complicato incantesimo dai toni cantilenanti e… i draghi sovrastanti scomparvero.

Calore e oscurità, una sensazione di scendere in profondità, l’oscurità circostante che lampeggia di uno sconcertante vortice di scene luminose a stento intraviste, di esplosioni di suoni, di impeti d’ira, di divertimento, perfino di stanchezza…

[Narnra.]

[Narnra, non ti nascondere.]

Un’ondata di energia, l’oscurità si tinge di un colore rosso rubino, luci e rumori affiorano rapidi,..

[Narnra Shalace!]

Sono qui. Cosa vuoi da me?

[Mostrami tua madre.]

Lunghi capelli corvini e gentili occhi color smeraldo, un volto candido come un osso sbiancato chino su di lei, caratterizzato da zigomi che davano agli splendidi lineamenti un aspetto esotico, mani abili e tenere che la stringevano saldamente ma con gentilezza. Maerj, così la chiamavano gli apprendisti… Mamma Maerj che la confortava in una stanza buia, il suo pianto che echeggiava ancora sonoro intorno a loro.

«Su, su, piccola mia, i sogni possono essere splendidi o terribili. Come i cibi, alcuni sono buoni e altri cattivi, ma ci servono comunque tutti…»

Come sempre, Narnra si trovò a desiderare di potersi protendere a stringere le dita di sua madre, di gridare il suo nome, di parlarle di quanto le voleva bene e di come si sentiva sola, in modo che Mamma Maerj la sentisse, le sorridesse e le dicesse che andava tutto bene, come sempre.

[Capisco. Ora vieni via e guarda qualcosa di me, che ti farà meno male.]

Improvvise, rauche risate, un fumo denso nell’affollata sala comune di una locanda, rischiarata da candele sotto il basso soffitto di legno. Uomini pieni di spacconeria e armati fino ai denti che passavano oltre con il boccale in mano e poi… accorgendosi di lei… si protendevano in avanti per osservarla.

«Chi abbiamo qui? Caladnei delle Pergamene, eh? Le leggi a pagamento? Quale idiota non è capace di leggere una pergamena?»

«Uno che possiede una pergamena magica, signore, ma che non è in grado di operare incantesimi», rispose con calma la voce di Caladnei, il timbro giovane ma pieno di fermezza anche se in essa si avvertiva la tensione di chi prevede guai imminenti.

Tre giovani volti ispidi di barba e arrossati dal bere erano adesso chini su di lei, osservandola attentamente… e alitandole addosso vapori di Sarthdew dorato, un liquore così costoso che lei non aveva addosso neppure denaro sufficiente a concedersene un sorso.

«Sei una maga? Presso chi studi?»

«Nessuno, signore. Io… i miei incantesimi nascono dentro di me.»

«Ma guarda. E che ne dicono al riguardo i tuoi genitori?»

Nessuna ragazza giovane che sopporti a stento il controllo esercitato dai genitori e che sia accesa dal desiderio di vedere il mondo ama essere considerata una bambina uscita senza permesso, quindi il tono di Caladnei si fece rigido e seccato.

«I miei genitori mi permettono di cercare me stessa e di fare affari per conto mio con la gente di Faerûn», ribatté. «E i tuoi?»