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Quelle parole suscitarono sbuffi e risate divertite.

«Mi piaci, ragazza», esclamò uno degli uomini. «Vuoi cavalcare con noi?»

«Dov’è che siete diretti, signore, e per fare cosa?»

«Intendiamo attraversare tutto il vasto e splendido Faerûn, Lady Caladnei, in cerca di avventure e di mucchi di queste

Una mano entusiasta aveva aperto una borsa e rovesciato con un ampio gesto dozzine di pesanti monete d’oro sul piccolo tavolo a cui era seduta Caladnei, lasciandola a fissare a bocca aperta più denaro di quanto ne avesse mai visto prima di allora in tutta la sua vita.

Alcune di quelle monete rotolarono, tutti i presenti si protesero in avanti a guardare… e l’uomo più basso del gruppo, quasi un ragazzo, a giudicare dall’aspetto, raccolse una di quelle monete rotolanti per lanciarla distrattamente in aria, mandandola a finire dritta nella scollatura del suo vestito.

Ci fu un altro coro di risate ruggenti, mentre Caladnei sentiva la faccia che le bruciava per il rossore; quando poi le risate si estesero a tutti gli avventori del Vecchio Boccale Crepato, lei serrò i pugni, desiderando di essere ovunque tranne che lì.

«È tua, ragazza», ruggì il primo uomo. «Puoi tenerla… e ce ne saranno molte altre, se verrai con noi! Ci serve altra magia a spalleggiare la forza delle nostre lame.»

«Oh, ma…»

«Un momento», intervenne con voce quieta il più maturo fra i tre uomini, incombendo su di lei. «Sarà meglio parlare prima con i suoi genitori. Non voglio che mi diano la caccia accusandomi di essere un mercante di schiavi che rapisce ragazze giovani…»

«Per gli dei, Thloram, chiunque può vedere che noi non siamo mercanti di schiavi! E non siamo neppure a caccia di avventure facili… per questo abbiamo Vonda!»

«Già», interloquì con voce vellutata una donna prosperosa, le cui curve abbondanti erano a stento contenute dai lacci del corsetto, poi sgusciò oltre gli uomini per studiare Caladnei quasi con disprezzo, e continuò: «E posso soddisfarvi tutti quanti! Non ti preoccupare, cara, farò in modo che siano troppo stanchi per venire a infastidirti. Oh, smettetela di ridere, razza di porci! Avanti, cara, prendi una manciata di queste monete, così forse Marcon la smetterà di divorarti con gli occhi! Non dovete infastidire le ragazze locali, idioti», aggiunse quindi, girandosi, «altrimenti ci attireremo addosso altri guai. Questa ragazza è a stento abbastanza grande da…».

«Vengo con voi», annunciò all’improvviso Caladnei, alzandosi in piedi e sentendo il silenzio generato dal più assoluto stupore che si diffondeva in un istante per la stanza. «E tenetevi le vostre monete… mi guadagnerò da sola le mie.»

[Basta così. Ora… e questo cos’è? Qualcosa che stai nascondendo, non soltanto a me ma anche a te stessa… qualcosa di antico. Vediamo…]

Raggomitolata nel suo letto, in una notte buia, ascoltava voci rabbiose salire lungo le scale. Un nome dal raffinato accento patrizio… un nobile della città, anche se lei non ne conosceva il nome… stava urlando contro sua madre.

Le voci erano troppo lontane per sentire cosa stessero dicendo, e lei aveva troppa paura per sgusciare sul pianerottolo freddo per sentire meglio.

Udì le risposte di sua madre, parole troppo fievoli per essere comprensibili, pronunciate però in tono freddo, rabbioso e tagliente.

Le voci salirono di tono, il ritmo si fece più serrato e tagliente, quasi come un duello di spada… poi all’improvviso un possente ruggito scosse il giaciglio, la stanza, le scale, tutto quanto. In mezzo al suo fragore echeggiò un grido di stupore, poi… il silenzio.

No! No! Non voglio vedere questo! Non volevo rivederlo mai più! Non è mai successo! Mai! Mai! MAI!

[Calmati, Narnra. Ora guarda qualcosa di me, qualcosa di più lieto.]

Risate, la calda luce del fuoco e Marcon che le riversava addosso un fiume di monete d’oro, mentre Bertro e Thloram Flambaertyn sorridevano e levavano il boccale in suo onore, tutti quanti nudi e aggrovigliati insieme in mezzo alle coltri di pelliccia. Dall’alta parte della stanza, Rimardo scoppiò a ridere e si lanciò dalla sommità di un elegante armadio… appena acquistato, decorato con intagli tanto raffinati da essere all’altezza dei lavori migliori eseguiti da suo padre e costoso in proporzione… andando ad atterrare su Vonda, che emise un finto strillo di dolore e, ridendo, gli assestò uno schiaffo energico.

«In vero, Tymora sorride a noi della Fusciacca della Stella Lucente!» recitò solennemente Umbero, in mezzo alle risa dei compagni. «Ho calcolato che ci sono ben sessantamila monete d’oro pesante, senza contare quelle con cui state giocando e qualche altra sparsa qua e là!»

[Ora però basta con i miei momenti lieti. Vediamo invece qualcuno dei tuoi… sì.]

Una calda notte d’estate, tutti i tetti di Waterdeep inondati dalla luce della luna piena, e Narnra che, in camicia da notte, guardava fuori dall’alta finestra della sua camera da letto. Un alito di brezza giungeva dalla terraferma, caldo e secco, disperdendo l’odore della salsedine e dei pesci morti. La vibrante eccitazione di scavalcare il davanzale con una gamba… una cosa proibita, audace…

Le tegole del tetto erano ruvide sotto i suoi piedi, ma rassicuranti, e adesso lei si trovava su di esse, proprio sotto la luna e la gloriosa volta stellata del cielo, macchiata soltanto da poche, minuscole nubi lacere, lontano verso nord. Fra la sua pelle morbida e la calda aria notturna non c’era nulla tranne la stoffa sottile della camicia da notte. Con passo audace, si diresse giù per la pendenza del tetto fino al suo bordo, per poter vedere meglio la grande Waterdeep allargarsi davanti a lei e, al di là di essa, la distesa buia di Faerûn. Nello spingere lo sguardo oltre il bordo del tetto, vide che precipitare significava andare a schiantarsi nel sottostante giardino, ma non ebbe la minima paura.

All’improvviso scorse in lontananza, lungo l’argenteo panorama dei tetti, una scura figura isolata che si allontanava con rapidi balzi… un ladro? Qualcuno che si stava muovendo in fretta lungo i tetti. Con il cuore che d’un tratto le martellava in gola, Narnra si guardò intorno, scrutando i tetti adiacenti, in particolare uno di essi, così vicino… una rapida corsa a piedi nudi, un salto, il vento caldo fra i capelli, e un atterraggio felino accompagnato da un lieve tonfo, che avrebbe potuto svegliare un servo, se i Maurlithkur costringevano la loro servitù a dormire in soffitta. In fretta, attraversò quel tetto dalle tegole più larghe e malmesse, che in un punto stavano cominciando a scivolare di lato, passò su quello successivo e si appollaiò là, in mezzo a camini ignoti, con il picco del tetto che la nascondeva alla vista della sua stessa finestra.

Accoccolata lassù come una gargoyle scolpita, o come un gufo in cerca di preda, con le lunghe gambe ripiegate sotto di sé, si sentì veramente viva, e scoppiò a ridere per l’eccitazione. Il Castello di Waterdeep si ergeva proprio sopra di lei, con la grande spalla scura della montagna che si protendeva al di là di esso, e dalla sua posizione poteva vedere le minuscole luci ammiccanti delle lanterne, là dove le guardie si muovevano nelle loro postazioni elevate, guardando in giù, verso… verso di lei.

Un’ondata di paura, il cuore che prendeva a martellarle nel petto, poi di colpo scoppiò a ridere e scattò in piedi, piroettando su se stessa su un tratto di tetto in piano prima di arrestarsi in una posa piena di sfida, a braccia larghe.

«Sì, sono qui! Venite a prendermi!»

Con l’eccitazione che le scorreva come fuoco nelle vene, balzò di tetto in tetto, e infine tornò a casa, al suo davanzale in attesa, rientrando per lavarsi i piedi sporchi in modo da non essere scoperta il mattino successivo. Nel girarsi a guardare verso la finestra, comprese che adesso là fuori c’era tutto un nuovo mondo… il suo mondo… che l’attendeva, anche ogni notte, se così avesse desiderato.