[Ah. Adesso ti faccio vedere un mio momento di audace avventura.]
Luce lunare, più fioca.
«Non ti preoccupare», mormorò Thloram. «Il resto di noi è già passato di qui in passato ed è tornato indietro a raccontarlo. Non ci sono rischi.»
La mano di Caladnei tremò di paura mentre lei gliela porgeva, per poi girarsi verso il freddo, costante fuoco azzurro che aleggiava in maniera così impossibile fra due antiche colonne di pietra, crepate e coperte di viticci, prive di qualsiasi traccia dello splendore che lei aveva immaginato: niente rune lucenti su metallo scintillante, né minacciosi è sinistri guardiani…
Era il primo portale che lei avesse mai visto, e il semplice fatto di trovarsi così vicino a esso la faceva tremare di terrore.
«Dov’è la nostra Caladnei delle Pergamene?» chiese Thloram.
Da chissà dove, lei riuscì ad attingere abbastanza forza di volontà da scoppiare in una risata e da avanzare con decisione, entrando nel fuoco azzurro, mordendosi la lingua per il terrore e per evitare di singhiozzare…
[Ora dimmi, ti ricordi il tuo primo furto? Mostramelo.]
L’estate successiva, una notte altrettanto calda. Adesso Narnra era più abile a saltare, era più audace. Spesso si appollaiava come una gargoyle sulle grondaie e dietro gli angoli delle guglie, osservando la gente di Waterdeep attraverso le finestre delle camere da letto… e apprendendo molte più cose di quante ne sapessero in genere le ragazze così giovani.
Risse, liti fra ubriachi, piccoli affari condotti in fretta in una strada o in un vicolo buio, un accoltellamento o due, molti furti veloci… come quella notte, quando un furto del genere lasciò un grasso mercante seduto per terra a grugnire di dolore, mentre un disperato bracciante correva veloce lungo un vicolo, stringendo in mano una pesante borsa… per poi svoltare proprio sotto il punto in cui Narnra era appollaiata e salire a precipizio la traballante e scricchiolante scala esterna, il respiro affannoso. L’uomo protese una mano verso la maniglia, poi s’immobilizzò a scrutare la luce che filtrava da una stretta fessura della finestra, esitò per un momento in preda all’incertezza, sussurrando un’imprecazione all’indirizzo di qualcuno che aveva riconosciuto e che si trovava all’interno, poi si sollevò in punta di piedi per nascondere la borsa rubata sul bordo del tetto sovrastante. L’uomo entrò, la porta si richiuse rumorosamente, voci alterate giunsero dall’interno… e Narnra si sentì assalire da un’eccitazione tale da temere di poter stare addirittura male.
Poteva osare? In basso si scorgevano le lanterne della Guardia Cittadina, si sentivano uomini armati passare lungo la strada, ma le nubi stavano nascondendo la luna… e come una vipera Narnra strisciò giù per l’erto tetto a testa in avanti, sfiorando con il corpo le tegole per tenersi il più bassa possibile, mentre i richiami degli ufficiali della Guardia si facevano sempre più vicini… e infine arrivò a raggiungere con la mano la borsa, solida e pesante. Con estrema lentezza, la tirò a sé e si ritrasse fino a potersi girare per allontanarsi di soppiatto. Una volta al sicuro, su un altro tetto abbastanza distante, aspettò che le nubi si spostassero quanto bastava per lasciar trapelare la luce della luna e aprì la borsa, contemplando le monete che le brillavano fra le mani!
[Poi però le cose sono peggiorate per entrambe, giusto?]
Grandi ali da pipistrello e smosse scaglie marrone che sporgevano da una massa gigantesca, spalle simili a macigni che si muovevano mentre le ali si allargavano per cabrare e scendere in picchiata…
Giù verso di lei, con le grandi fauci spalancate e la coda che sferzava l’aria.
«Aiuto! Aiuto!» stava gridando debolmente Bertro, accecato dal suo stesso sangue, Umbero che giaceva di traverso su di lui, svenuto o forse morto.
Imprecando, ma soltanto perché la disperazione non le permetteva di dire altro, Caladnei si mise a correre, puntando dritta verso il grifone in picchiata, senza avere più a disposizione nessun incantesimo, nulla tranne la spada spezzata che aveva in pugno. Nonostante questo, si lanciò come una pazza verso la sorte segnata da quelle fauci, perché i suoi amici avevano bisogno di aiuto…
[No, ti voglio risparmiare quelle morti. Ogni spargimento di sangue lascia una macchia su chi vi assiste. Cosa mi dici della morte che ha ribaltato il tuo mondo?]
No! No, maga, dannazione a te! NON voglio… non…
Sua madre era rimasta a lavorare fino a tardi quell’ultima notte, prima che la grande esplosione lasciasse il suo corpo infranto e bruciato in mezzo ai resti devastati del salotto anteriore. Naturalmente, a ucciderla era stata la magia, ma da parte di chi? Un mago che l’odiava? No, qualcuno assoldato per ucciderla… ma dal Casato di Artemel, dai Lathkule, o da chi altri?
Bresnoss Artemel aveva portato di persona la tiara nella bottega, scortato da otto guardie del corpo che sfoggiavano apertamente la livrea degli Artemel. I rubini che l’adornavano erano grossi come il pugno di Narnra, e perfino i più piccoli erano grandi quanto il suo pollice. Essi dovevano essere nuovamente tagliati e montati in coppie identiche su un pettorale lungo fino all’ombelico.
Maerjanthra aveva appuntato la sottile cotta di maglia del pettorale su un manichino e si era accinta a iniziare il lavoro, mentre già nelle strade si diffondeva la notizia che una tiara del valore di milioni di monete d’oro era stata rubata nella camera da letto del signore del Casato Lathkule… i cui membri erano i migliori gioiellieri fra tutta la nobiltà di Waterdeep. Poi…
No! (furioso tumulto, artigli protesi) NO! Non voglio vedere questo! NON VOGLIO!
Più tardi, si ritrovò a vagare sola e disperata su tetti spietati e indifferenti, in pianto, furente. I rubini erano scomparsi dalla bottega prima ancora che lei venisse scagliata fuori dal proprio davanzale dalla violenta onda d’urto dell’esplosione, e non aveva potuto neppure rientrare per… per…
Esci dalla mia testa, Caladnei! Indietro, vattene, lasciami stare!
Mesi più tardi, sopraggiunse l’inverno con venti sempre più freddi, e lei era ancora sui tetti, sempre addolorata e ancora piena di interrogativi: i colpevoli erano gli Artemel, che avevano voluto chiudere la bocca a Maerjanthra delle Gemme, affinché non potesse rivelare a nessuno che i rubini le erano giunti in mano montati su una tiara? Oppure erano stati i Lathkule, decisi ad annientare una rivale di vecchia data nel campo del taglio delle pietre preziose, e magari convinti che fosse stata lei a rubare la tiara? Uno degli apprendisti aveva forse tradito sua madre, sussurrando informazioni ai Lathkule, oppure…?
Caladnei! (angoscia singhiozzante, cieca lotta)
[Ti chiedo scusa, Narnra. Anch’io ho conosciuto il dolore.]
In fretta, si stava dirigendo a casa, in Turmish, in sella a un cavallo preso a prestito, dopo aver appreso le cattive notizie. Percorrendo tortuosi viottoli di collina arrivò nel piccolo villaggio turmish di Tharnadar Edge. Sua madre vi era nata, ma adesso non c’era più, era dispersa in mare e non restava neppure un corpo da seppellire.
Suo padre Thabrant era ancora alto, ma adesso appariva cupo e indifferente, un guscio vuoto senza più vigore, incapace perfino di piangere. Lei versò lacrime a sufficienza per entrambi, abbracciandolo con forza, ma lui rimase immobile come una statua, mentre le diceva a bassa voce che non si sarebbe mai più fidato degli dei.
Poi le disse che intendeva tornare a casa, in Cormyr, per morire laggiù.
«Sceglierò la nave più piccola che riuscirò a trovare, Cala, con l’equipaggio peggiore. Spero che Talos e Umberlee mi prendano, una volta che sarò sul mare, come hanno fatto con lei. Prima di imbarcarmi, mi presenterò davanti ai loro altari per maledirli entrambi.»