Nessuno dei due aveva avuto la possibilità di dire addio a quella donna minuta, appassionata e di temperamento focoso, che era stata il fulcro della vita di entrambi. Maela Rynduvyn, snella, agile e silenziosa, con i capelli rossicci, gli stessi, strani occhi ereditati da Caladnei e la pelle scura, più a suo agio in abiti vecchi e a piedi scalzi. Era annegata in una tempesta al largo di Starmantle, mentre stava andando a Westgate per rivedere una sorella da tempo perduta.
Quel giorno, suo padre aveva proteso goffamente le mani nodose da intagliatore del legno, un gesto che Caladnei gli vedeva fare per la prima volta, e aveva stretto in mezzo a esse l’aria, quasi stesse trasportando qualcosa di prezioso, o sperasse di afferrarlo evitando di fissarlo direttamente ma tenendosi sempre pronto. Non aveva neppure guardato il pasto che Caladnei aveva preparato per entrambi, né qualsiasi altra cosa, a parte lei. Caladnei aveva rabbrividito di frequente mentre giaceva sveglia nel buio, osservando suo padre che, seduto accanto alla finestra, la fissava a sua volta… aveva rabbrividito perché sapeva che lui in realtà stava vedendo sua madre, soltanto sua madre.
Maga, non M’IMPORTA della morte di tua madre o di qualsiasi altra cosa della tua vita! Voglio solo che questa cosa finisca e che tu esca dalla mia mente, dalla mia… dalla mia…
[Calmati, Narnra, calmati. Mostrami la prima cosa che ti viene in mente.]
Sola e affamata, quel primo inverno, si vide offrire una caraffa da un uomo dal sorriso disinvolto, accoccolato accanto alla porta aperta della sua capanna, nel Quartiere dei Moli. Il contenuto della caraffa non era semplice vino, le accese un fuoco nel ventre che scacciò il gelo e l’aiutò a ridere. Per un po’ si scambiarono storielle divertenti e risero delle rispettive imitazioni dei venditori ambulanti, e dopo un po’ Urrusk l’invitò a entrare, allontanò le mosche da una coscia di capra arrosto già mezza mangiata e gliela porse.
Lo stomaco vuoto la indusse a lanciarsi sulla carne e a divorarla come una pantera, mentre lui rideva ancora, le riempiva spesso la caraffa e continuava a ridere nell’armeggiare per slacciarle i vestiti, non riuscendo a trovare la cintura e finendo per cadere a faccia in avanti contro i suoi stinchi.
Un altro uomo si affacciò sulla porta e allontanò Urrusk con un manrovescio.
«Idiota!» sibilò. «Ti pago per attirare le schiave, non per rovinarne il valore!».
Con un ringhio, protese la mano verso un ammasso di oggetti, nel solaio, e tirò giù un paio di manette tintinnanti, avanzando verso Narnra con un bagliore tale nello sguardo da far pensare che fosse intenzionato a continuare dove aveva costretto Urrusk a smettere, dopo aver…
Narnra si dibatté debolmente quando l’uomo le afferrò i polsi, ma le sue dita erano fredde e dure come la pietra, e ridendo lui la trascinò come se fosse stata una bambola verso un anello fissato alla parete. Poi Urrusk apparve barcollante dietro di lui, il volto distorto dall’ira, e gli passò intorno al collo la catena della seconda manetta, tirando con tutte le sue forze.
Con gli occhi che sporgevano dalle orbite, l’uomo più grosso ruggì e tirò a sua volta. Narnra ne approfittò per appoggiarsi al muro con le spalle e sferrargli un calcio fra le gambe, il più in alto possibile e con tutte le sue forze, finendo per cadere dolorosamente in posizione seduta sul pavimento mentre lui barcollava e andava a sbattere contro una parete con la faccia.
Un istante più tardi Narnra era fuori nella notte e stava correndo rapida come il vento, alla cieca, con una pattuglia della Guardia lanciata ben presto al suo inseguimento…
(Paura, disgusto, ira impotente, ancora, ira nauseata)
[Calmati, Narnra. Non sei la sola che abbia avuto problemi, a Waterdeep.]
Sudore e respiri affannosi, in quella stanza al piano superiore di una casa della Via del Veggente, dove il vecchio, guercio Nathdarr gestiva la sua scuola di scherma, più abile nel combattere con un solo occhio di quanto molti uomini lo fossero con due. Caladnei era la sola ragazza presente nella stanza, i suoi balzi disperati e l’agilità con cui manovrava la spada stavano trasformando lentamente il disprezzo del maestro in riluttante ammirazione, fino alla notte in cui Marcon e Thloram avevano fatto irruzione nella stanza con il respiro affannoso, gridandole di fuggire con loro… subito!
Mentre lei lavorava per diventare più abile nell’uso della spada, i suoi compagni della Fusciacca si erano dati da fare per spendere il loro denaro nella Città degli Splendori. Stupidamente, Rimardo e Vonda avevano cercato di derubare un nobile, i cui uomini li avevano catturati e torturati a morte, costringendoli a fornire i nomi di tutti i membri della Fusciacca della Stella Lucente… come le guardie del nobile avevano detto beffardamente a Marcon mentre cercavano di infilzarlo in una taverna, meno di un’ora prima.
Lui e Thloram si erano aperti un varco ed erano fuggiti con una vera e propria folla alle calcagna e quattro guardie in livrea morte alle loro spalle, e adesso la Guardia Cittadina si era unita alla caccia. Se però lei aveva ancora la maggior parte del suo oro, sapevano dove trovare qualcuno che, a pagamento, li avrebbe nascosti in una cassa che quella notte stessa sarebbe stata caricata su un carro e trasportata fuori città.
L’espressione ammirata di Nathdarr si era trasformata in acido disgusto e lui aveva scosso il capo nel guardarli fuggire nella notte uscendo dal retro… ma quando la folla si era presentata ululando alla porta principale della sua sala di addestramento, aveva trapassato con calma con la spada i primi tre che si erano fatti avanti prima ancora di trarre un altro respiro.
Davvero divertente. Quindi sei sopravvissuta a tutti gli altri e poi sei fuggita a nasconderti in Cormyr?
[Sei crudele, Narnra. Ora ti mostrerò perché mi sono separata dai membri della Fusciacca. Meriti di saperlo.]
Adesso che Thloram era morto e sepolto nella Fenditura, Marcon era il solo superstite della banda gioviale che l’aveva prelevata dal suo tavolo al Boccale Crepato. Oh, naturalmente aveva trovato dei rimpiazzi… numerosi maghi e guerrieri, più giovani e ancora più propensi alle spacconerie di quanto lo fosse stato Bertro… ma il divertimento era svanito, c’erano troppi ricordi tristi, troppi volti sorridenti erano scomparsi per sempre.
Di conseguenza, quando Meleghost Telchaedrin le mandò a dire di presentarsi da lui per un colloquio privato, lei non si preoccupò di informare Marcon. Se un decadente Halruaan aveva deciso di eliminarla, le andava bene così; in fin dei conti, prima o poi tutti andavano incontro agli dei, e Caladnei aveva smesso di temere che potesse giungere il suo momento.
La Fusciacca si è recata là, nelle torri della famiglia Telchaedrin, per accettare un incarico. Sarde Telchaedrin voleva che dessero la caccia a un erede rinnegato, prima che l’incantesimo di contaminazione del sangue da lui creato avesse finito per spargere la morte in ogni angolo di Halruaa. Caladnei aveva diffidato dall’inizio di quell’incarico, ma la quantità di denaro offerta era incredibile… un’altra cosa che generava in lei dei sospetti, anche se i suoi compagni, più giovani di lei, non sembravano accorgersene… e Marcon palesemente preferiva far finta di niente.
Lord Meleghost era uno zio anziano di Lord Sarde, considerato un «tipo strano» dai pochi Halruaan a cui Caladnei aveva avuto modo di fare il suo nome, perché in gioventù era andato fuori dalle Mura in cerca di avventure, e al suo ritorno aveva narrato un quantità di strane storie riguardo alle pittoresche terre di Faerûn, oltre le montagne.
Al suo arrivo, Caladnei lo trovò solo nella vuota sala di marmo dall’alta volta, fermo in piedi accanto a un’alta piattaforma, vicino a una grande finestra ovale alta quanto sei uomini; anche accanto a essa, Lord Meleghost appariva comunque di statura molto alta.