Huldyl Rauthur sostava con aria pensosa e accigliata nell’alto corridoio stretto e deserto fuori della Camera dell’Ala del Drago, ma se gli echi dilaganti del sondaggio mentale eseguito dalla Maga Reale non gli avessero contorto il volto in una smorfia di dolore, su di esso ci sarebbe stato un sogghigno compiaciuto.
Il contraccolpo derivante da quegli echi stava facendo sussultare anche il Sommo Cavaliere Rhauligan e Madre Laspeera, e da dove si trovava, Huldyl poteva avvertire anche la loro sofferenza. Fra tutte e due, Caladnei e questa maga di nome Narnra dovevano possedere un potere mentale tale da avere la meglio su venti Maghi della Guerra del regno messi insieme. Madre Mystra, forse anche su una quarantina di loro!
E così la piccola ladra era figlia del Grande Elminster in persona, eh? Non c’era da meravigliarsi che Caladnei si fosse affrettata a fare di lei un sia pur riluttane agente. Una sorta di «sommo cavaliere in prova». Bene, bene.
Sarebbe stato più saggio non fare parola della cosa con nessuno, neppure con Starangh, nel caso che un giorno avesse avuto bisogno di un’informazione importante da barattare con la propria salvezza.
Inoltre, avrebbe fatto meglio ad aspettare qualche istante prima di bussare, in modo da lasciare che le cose nella stanza si calmassero. Riferire a Laspeera i problemi che si erano verificati al rifugio era una cosa urgente, naturalmente, ma come sosteneva il vecchio adagio, la prudenza era pur sempre prudenza, e un Mago della Guerra troppo audace diventava rapidamente un Mago della Guerra defunto.
«Gli dei ti benedicano, Narnra», affermò Rhauligan, in tono rude, da un punto alle sue spalle.
Lui e le due donne avevano aspettato in silenzio, dandole il tempo di fare la sua scelta.
Narnra trasse un profondo respiro, allargò entrambe le mani e le appoggiò sulla fredda parete, spingendo con forza fino a costringersi a girarsi a fronteggiare i tre senza attendere per tutto il tempo, senza dubbio lungo, che avrebbe potuto risultarle necessario per trovare il coraggio necessario.
Aveva fatto la sua scelta, e adesso la prima svolta della strada appariva nitida davanti a lei.
«Dimmi quali sono i tuoi ordini, Maga Reale», si costrinse a dire, e riuscì perfino a sorridere.
All’improvviso, Huldyl Rauthur scoprì di non essere più solo nel corridoio: un Dragone Purpureo era apparso dal nulla, rivolgendogli un sorriso e chiamandolo a sé con un cenno.
Poi, per un momento appena, il volto del guerriero si modificò, diventando quello del mago Incantesimi Oscuri.
In quell’istante, Huldyl prese in considerazione la possibilità di svenire, ma infine si limitò a deglutire a fatica e a obbedire, dirigendosi verso il Mago Rosso che sorrise, tornò ad assumere le sembianze di un Dragone Purpureo, e lo precedette al di là di un’altra porta.
La cavigliera stava funzionando a meraviglia e, cosa ancora migliore, fino a quel momento Caladnei non aveva avuto sospetti di sorta. A quanto pareva, la Maga Reale era ancora un po’ troppo lenta di riflessi e peccava di eccessiva fiducia…
Per non parlare della mente sempre più lenta di un certo Elminster di Shadowdale, come rifletté fra sé lo stesso Elminster, con un asciutto sorriso.
Nell’ultima mezz’ora, i pensieri di Caladnei erano stati senza dubbio in tumulto, in quanto lei era impegnata a mantenere sana una mente ostile all’interno della propria, ma il delicato sondaggio effettuato dalla cavigliera aveva dato risultati quanto mai chiari su una cosa in particolare: Narnra Shalace era davvero sua figlia.
«Che Mystra mi benedica», mormorò Elminster. «Questo impone di agire in maniera più audace.»
Il vecchio mago richiamò quindi alla mente l’immagine della ragazza, lì nel suo studio cosparso di carte, e con un incantesimo appena mormorato la trasformò da un’immagine mentale in una figura all’apparenza solida, vestita di cuoio, che lo fissava con occhi roventi attraverso una massa di arruffati capelli scuri. Immobilizzata la figura in quell’atteggiamento, il mago le girò intorno, esaminandola con aria critica e modificando appena i fianchi, l’altezza delle spalle…
Accigliandosi, mosse un dito in un gesto di richiamo e si rivolse alla pipa ricurva che aveva risposto prontamente alla convocazione.
«Non riesco a ricordare come cammina, e come tiene le mani quando è in movimento», affermò. «È tempo di andare a dare una sbirciatina.»
Lasciata la pipa a fluttuare in silenzio davanti al simulacro di Narnra che cominciava a svanire, il mago mosse un passo e scomparve a sua volta.
Il bardo indossava abiti di cuoio ingrigiti dal tempo e coperti dalla polvere della strada, la sua faccia era quasi tutta nascosta da un boccale di peltro alto quanto la corazza di un guerriero di bassa statura, e lui sedeva curvo in avanti a un tavolo in ombra, nell’angolo di fondo di quella particolare taverna di Suzail, perché era lì… e specificatamente all’interno della porta del ripostiglio delle scope, alle sue spalle… che era situato il portale di collegamento con Marsember.
Roldro Tattershar riteneva che in Cormyr non fossero molte le persone, perfino fra i Sommi Cavalieri e i Maghi della Guerra, che sapevano ancora di quel particolare portale, e perfino la maggior parte dei suoi colleghi Arpisti non ne aveva mai sentito parlare. Di conseguenza, ogni volta che si recava al Grifone Verde, Roldro badava ad applicare un paio di folti baffi finti al suo labbro superiore e a scegliere un abbigliamento diverso dai suoi consueti abiti eleganti e sgargianti.
In quella particolare occasione, tuttavia, poco mancò che nel posare il boccale lui finisse per soffocare e quasi per inghiottire i baffi finti, quando l’aria proprio davanti al suo tavolo fu percorsa da un tremito e di colpo due uomini si materializzarono di schiena a poca distanza da lui là dove prima non c’era nulla. Con un gesto rapido e silenzioso, Roldro abbandonò la testa sul braccio e lasciò che il boccale gli penzolasse dal pollice fino a inclinarsi, in modo da apparire a tutti gli effetti come un ubriaco addormentato.
«Non posso rimanere a lungo!» sibilò l’uomo più basso, passandosi nervosamente le mani fra le poche ciocche di capelli castani che rimanevano sul suo cranio sempre più calvo. «Stavo per riferire a Laspeera i… ah… i problemi che si sono verificati al rifugio, e molte guardie di servizio al palazzo mi hanno visto passare!»
«Quante cose ritieni che la Maga Reale e Laspeera sappiano riguardo ai dettagli del lavoro di Vangerdahast?»
«Quasi tutto», replicò Rauthur, accigliandosi. «Lui le ha addestrate entrambe.»
«No, no! Mi riferisco a questo suo grandioso progetto… quello a cui attualmente sta lavorando! Vincolare i draghi perché difendano Cormyr!»
«Oh! Ah, quel piano. È davvero questo ciò che lui vuole… per gli dei! Uh… ecco… non lo so con certezza. Posso cercare di scoprirlo, ma… ecco, non sono molto abile nel far domande senza parere.»
«Questa è la pura verità, Rauthur. Perché non affermi di aver sentito Vangerdahast borbottare fra sé qualcosa come “questi vincoli per i draghi non funzioneranno mai!” in un momento in cui i suoi schermi si erano abbassati, riferendo la cosa come parte dei “problemi ” che si sono verificati, e osservi le loro reazioni?»
«Ah… sì, sì, ma certo!»
«Bene!» approvò l’uomo più alto e snello, poi mormorò qualcosa e la stanza tornò di colpo a essere vuota, tranne per i suoi tre tavoli, le sedie e un Arpista che si stava fingendo ubriaco.