«Adesso basta con le stupidaggini, Elward», ingiunse con calma l’uomo impolverato, togliendosi i baffi finti. «Accompagnami immediatamente da Joysil, se non vuoi che informi la Guardia della sorte di Iliskar Northwind, e di quella faccenda della spedizione di granchi di Selagunt scomparsa il mese scorso, per non parlare della parte da te avuta nel contrasto fra i Sette Mercanti e gli esattori fiscali del porto, ancora due mesi prima. O del nuovo agente commerciale marsembano del mercante di schiavi Ooaurtann di Westgate, che circola sotto il nome di “Varsoond”. Ma del resto è impossibile che Elward Varsoond Emmellero Daunthideir sappia alcunché riguardo a un mercante di schiavi, vero?»
Durante il pacato discorso dello sconosciuto, il maggiordomo si era tinto in volto di un pallore che ricordava il colore dell’avorio vecchio e aveva preso a deglutire ripetutamente, l’occhio sinistro che si contraeva come se vi fosse entrato dentro qualcosa.
Nel frattempo, il custode si era ritratto lentamente dal Maggiordomo Elward Daunthideir, mentre la sua espressione passava dall’irritazione all’ira, allo stupore e infine allo sconcerto, per poi stabilizzarsi su qualcosa di simile all’incredulità.
«Uh, cosa… uh… ahem…» balbettò il maggiordomo, poi di colpo sfoggiò un sorriso, si fece avanti per offrire la mano allo sconosciuto ed esclamò in tono cordiale: «Signore! Perché non hai menzionato tutto questo prima? È ovvio che Lady Ambrur sarà lieta di vederti… immediatamente, potrei aggiungere, e per me sarebbe un enorme piacere, lo sarebbe davvero, poterti accompagnare di persona alla sua presenza!».
E scortò l’impolverato sconosciuto oltre la soglia e nel passaggio che attraversava le spesse mura esterne di Haelithorntowers facendogli strada con ampi gesti, quasi trascinandolo lungo il breve sentiero che conduceva al grande portone d’ingresso della dimora. Il custode li seguì con lo sguardo, un fischio di stupore sulle labbra e la mente in preda allo sconcerto.
«Non dubito che per lui sia un grande piacere…» commentò poi, smettendo di fischiare, «e scommetto che quello sconosciuto farà bene a stare in guardia, altrimenti non arriverà mai vivo dalla signora. E a quel punto», continuò, incupendosi in volto, «la prossima a essere in pericolo sarà la mia pelle, perché il vecchio Elward sa che ho sentito tutto. Forse è meglio che ne parli io stesso con la signora, al più presto… però, e se lei fosse già al corrente di tutte quelle cose? E se Elward le facesse da facciata? Oh, dei…».
Lady Joysil Ambrur era nel suo salottino privato, adagiata su un vasto divano cosparso da una cascata di cuscini. Abbigliata con un vestito di seta rosa pallido, aveva i piedi nudi e i capelli sciolti che ricadevano folti e morbidi sui cuscini.
Numerosi volumi erano ammucchiati intorno a lei, alcuni più grandi del piano dei piccoli tavolinetti su cui erano posati. C’era da chiedersi con meraviglia come facessero le sue braccia snelle e languide a sollevare simili pesi… ma forse qualche servitore l’aiutava con i volumi più massicci, alcuni dei quali avevano l’aria di essere pericolosi tomi di magia.
Uno di essi era aperto sulle sue ginocchia, e lei ne distolse lo sguardo più con sorpresa che con irritazione, in quanto i servitori sapevano di non doverla disturbare quando…
Il suo maggiordomo le rivolse l’inchino più profondo che gli avesse mai visto fare e la fissò con occhi supplichevoli.
«Mia signora… un ospite molto speciale si è presentato da noi con una certa urgenza e con un messaggio privato, riservato soltanto ai tuoi orecchi. Afferma che tu lo conosci bene.»
Un’elegante sopracciglio s’inarcò, lunghe dita chiusero il volume e lo misero da parte, poi una mano si protese in un gesto d’invito.
«Allora accompagnalo da me.»
Il maggiordomo s’inchinò ancora, con modi che grondavano adulazione invece della consueta dignità vagamente sprezzante, e si girò verso la porta da cui era entrato, situata accanto al grande divano e coperta da un arazzo.
Roldro Tattershar venne avanti con il volto atteggiato a un’espressione grave.
«Puoi andare, Elward», ordinò Lady Joysil, in tono brusco, non appena lo vide. «Va’ alla polla meridionale, dove i pesci hanno bisogno di essere nutriti.»
Il maggiordomo annuì con fare rigido, impassibile in volto, e si affrettò a uscire. Alle sue spalle, il bardo dagli abiti impolverati sollevò una mano per avvertire la dama di fare silenzio, e dopo qualche istante si avvicinò in silenzio alla porta, aprendola per sbirciare fuori. Elward se n’era andato davvero.
Annuendo con soddisfazione, il bardo tornò indietro, e Lady Joysil si alzò per abbracciarlo con affetto.
«Cosa succede, Roldro?» mormorò. «Nulla di buono, pare.»
«Ammaratila, sono appena arrivato da Suzail, dove ho sentito due Maghi della Guerra parlare di ciò a cui sta attualmente lavorando Lord Vangerdahast, ora che si è ritirato dalla sua carica.»
«Sì, sta forgiando nuovi incantesimi nel suo rifugio… magie complesse, a quanto pare, e indubbiamente potenti. Si tratta di incantesimi di vincolo per creare nuovi protettori per Cormyr che sostituiscano i Signori Dormienti, che sono stati tutti distrutti. Ritengo che i primi incantesimi da lui approntati servano a trovare e placare i guardiani a cui vuole dare la caccia.»
«Infatti», annuì Roldro. «È quanto sappiamo noi Arpisti. Tuttavia, dubito che tu abbia scoperto che genere di guardiani lui intenda vincolare.»
«Per saperlo, Roldro, sono pronta a pagarti la stessa cifra dell’ultima volta», affermò con calma Lady Ambrur.
«Una somma decisamente accettabile.»
«Perché ti stai allontanando da me?» domandò la nobildonna, scoccando al bardo un’occhiata in tralice.
«Per darti spazio», fu la calma risposta.
«Cosa vorresti dire?» insistette lei, socchiudendo gli occhi.
«Ascolta, Ammaratha: come nuovi custodi del regno, Vangerdahast intende vincolare… dei draghi.»
«Cosa?»
L’aria fu scossa da un rombo di tuono in furioso crescendo, e Roldro Tattershar si affrettò a indietreggiare dietro il divano, sussultando.
Ci fu un bagliore di scaglie fra l’azzurro e l’argento, ali possenti si allargarono e presero ad agitarsi, senza badare ai gemiti scricchiolanti del soffitto, e il bagliore di quei penetranti occhi turchesi paralizzò il tremante Arpista accoccolato dietro il divano.
La grande coda prese a sferzare l’aria, lunghe zampe spiccarono un balzo… poi il soffitto cominciò a precipitare intorno a Roldro in grossi blocchi di intonaco, legno, polvere e pietra. La stanza tremò, il grazioso lucernario ovale svanì per sempre, ridotto a un ammasso di schegge tintinnanti, e al suo posto apparve una finestra molto più grande, in quanto adesso l’intera sommità della camera era aperta ed esposta al nebbioso cielo marsembano.
Dove il drago azzurro si stava librando sempre più in alto nel dirigersi verso nord, volando rapido e furente.
Smettendo di trattenere il respiro, Roldro trasse una boccata d’aria… e cominciò a tossire violentemente. Un fitto strato di polvere lo ricopriva e di sotto si potevano sentire le prime deboli grida di guardie e servitori, che si stavano chiedendo cosa fosse mai successo.
Ammaratha Cyndusk era giù un piccolo punto che stava scomparendo all’orizzonte. Attraversata a fatica la stanza devastata, Roldro prelevò uno dei cofanetti di gioielli della dama come prima rata del pagamento che gli era dovuto e procedette a cercare l’accesso al passaggio segreto che sapeva diramarsi da quella stanza all’interno dell’armadio occidentale. Se da un lato era in grado di tenere testa a un maggiordomo disonesto, infatti, d’altro canto non poteva fare altrettanto se quello stesso maggiordomo era accompagnato da una dozzina o più di guardie furenti e bene armate.
«Possa tu avere fortuna, Ammaratha», sussurrò, fra un colpo di tosse e l’altro. «Se potessi trasformarmi in un drago, io però non piomberei ruggendo addosso a Vangerdahast, a meno di voler andare incontro a una rapida morte.»