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«Esattamente» disse Reuben con un gran sorriso. «Dottoressa Benoit?»

Louise annuì e si alzò in piedi. «Il calcolo quantistico è qualcosa con cui anche noi stiamo iniziando a giocare» esordì spostando una ciocca di capelli dal viso. «Un computer normale può determinare i fattori di un dato numero cercando un fattore possibile per vedere se funziona, quindi passando a quello successivo, e così via: si tratta della semplice forza bruta del calcolo. Ma se si impiega un computer tradizionale per fattorizzare un numero molto alto — per esempio un numero con 512 cifre, come quelli usati per criptare le transazioni fatte con la carta di credito in Internet — l'elaboratore impiegherebbe un numero incalcolabile di secoli per testare singolarmente tutti i possibili fattori.»

Anche Louise guardò a turno i volti dei presenti, per sincerarsi che tutti la stessero seguendo, quindi proseguì: «Un computer quantistico, invece, si serve di sovrapposizioni di stati quantici per verificare simultaneamente un alto numero di possibili fattori. Cioè, in sostanza, si costruiscono dei duplicati di nuovi universi fittizi per effettuare il calcolo quantistico e, una volta completata la fattorizzazione — il che virtualmente avviene in tempo reale — tutti quegli universi collassano e ritornano all'unità, poiché, eccetto il numero di prova che hanno testato per verificare che fosse il fattore ricercato, sono completamente identici. In questo modo, nel breve spazio di tempo che ci vuole per identificare un solo fattore, si provano simultaneamente tutti i fattori e si risolve un problema fino ad ora irrisolvibile.» A questo punto fece una pausa, prima di tirare le conclusioni del suo discorso: «O per lo meno, fino ad oggi, questo è quanto teorizzato sul calcolo quantistico: la momentanea sovrapposizione di stati quantici in effetti crea universi differenti.»

Mary annuì, cercando di non perdere il filo.

«Ma supponiamo che le cose non vadano così» continuò Louise. «Supponiamo che, invece che creare universi temporanei che restano in vita la frazione di un secondo, un computer quantistico acceda ad universi paralleli già esistenti: altre versioni di realtà in cui è presente anche un computer quantistico.»

«Non esistono basi teoriche per affermare una cosa del genere» la interruppe Bonnie Jean piuttosto seccata. «E d'altra parte, qui, nel solo universo che siamo certi che esista, non ci sono computer quantistici.»

«Proprio così!» esclamò Louise. «Questa è quindi la mia teoria: il dottor Boddit e i suoi colleghi stavano cercando di fattorizzare un numero talmente alto che per verificare ogni possibile fattore c'era bisogno di più versioni del computer quantistico di quelle presenti negli universi separati già esistenti. Capite? È entrato in contatto con migliaia — milioni! — di universi, e in ognuno di quegli universi paralleli il computer quantistico ha trovato un duplicato di se stesso, e quel duplicato ha testato un fattore potenziale diverso. Mi seguite? Ma cosa accadrebbe se si stesse fattorizzando un numero enorme, gigantesco, un numero con più fattori possibili di quelli degli universi paralleli in cui già esiste un laboratorio per il calcolo quantistico? Cosa accadrebbe? Be', penso che si verificherebbe esattamente quello a cui abbiamo assistito: il dottor Boddit e i suoi colleghi stavano fattorizzando un numero gigantesco, il computer quantistico ha trovato i suoi gemelli in tutti — ma letteralmente tutti — gli universi paralleli in cui già esisteva questo calcolo, ma aveva ancora bisogno di altre copie di se stesso, così ha continuato a cercare altri universi paralleli, anche quelli dove non esisteva un laboratorio di calcolo quantistico: il nostro universo. E, quando lo ha trovato, è stato come abbattere un muro, il che ha causato il fallimento dell'esperimento. Ma l'urto ha determinato l'irruzione di Ponter e di una parte del suo mondo nel nostro.»

Mary notò che la dottoressa Mah stava annuendo: «L'aria che è entrata insieme a Ponter.»

«Esatto» disse Louise. «Come avevamo supposto, si trattava per lo più di aria trasferita in questo universo, in quantità sufficiente da far scoppiare la sfera di acrilico. Ma, oltre all'aria, è stata proiettata qui anche una persona, che in quel momento si trovava nel laboratorio.»

«Se così fosse, allora non sapeva quello a cui andava incontro?» chiese Mah.

«No,» interloquì Reuben Montego «non lo sapeva. Se noi tutti siamo rimasti scioccati, immaginate quanto doveva esserlo lui. Il poveretto si è ritrovato in un attimo sommerso dall'acqua, nel buio più assoluto. Se non ci fosse stato quel trasferimento massiccio di aria sarebbe certamente annegato.»

Il tuo mondo ribaltato in un attimo, pensò Mary guardando il Neandertal. Era molto bravo a celare la paura e il disorientamento che doveva provare, ma lo shock doveva essere stato grande.

Mary gli sorrise, comprensiva.

22

Il dooslarm basadlartn di Adikor Huld andava avanti. Il giudice sedeva sempre nella parte meridionale della sala, mentre Adikor rimaneva sulla panca rovente, con Daklar Bolbay che gli gattonava intorno.

«È stato davvero commesso un crimine?» domandò l'accusatrice rivolta al giudice Sard. «Non è stato rinvenuto alcun cadavere, si potrebbe quindi sostenere che si tratti di un semplice caso di persona scomparsa, anche se tale ipotesi oggi ci sembra altamente improbabile. Abbiamo effettuato delle ricerche approfondite nella miniera, anche con l'ausilio di sofisticati rilevatori, e cosa abbiamo appurato? Che l'impianto di Ponter non emette alcun segnale. Se fosse ferito, ne invierebbe. Anche nel caso in cui fosse deceduto per cause naturali l'impianto continuerebbe a funzionare, impiegando l'energia di riserva, per diversi giorni dopo la cessazione dei processi biochimici. Questo ci porta alla conclusione che solo una causa violenta può spiegare la scomparsa di Ponter e il silenzio del suo Companion.»

Adikor sentì lo stomaco contrarsi. Il ragionamento di Bolbay non faceva una piega: i Companion erano stati progettati per essere infallibili. Prima della loro invenzione, passavano dei mesi prima che le persone scomparse fossero dichiarate decedute. Ma Lonwins Trob aveva promesso che i suoi Companion avrebbero cambiato le cose: nessuno sarebbe più svanito nel nulla senza lasciare tracce.

Ovviamente, Sard si trovò d'accordo con la requisitoria dell'accusa. «Sono convinta» disse «che la scomparsa del corpo e del suo Companion fanno supporre un atto criminoso. Si proceda.»

«Molto bene» disse Bolbay, che prima di rivolgersi nuovamente al giudice lanciò una rapida occhiata ad Adikor. «Qui da noi» riprese «l'omicidio non è un reato comune. Togliere la vita ad una persona — voglio dire, porre definitivamente fine all'esistenza di qualcuno — è il crimine più grave ed efferato che esista. Eppure, alcuni casi si sono verificati, la maggior parte, comunque, prima dell'avvento dei Companion e delle registrazioni negli archivi degli alibi. In quei casi, per suffragare l'accusa di omicidio il tribunale richiedeva tre elementi.

«Il primo è l'occasione di commettere il crimine; e questa occasione Adikor Huld l'ha avuta come mai nessun altro su questo pianeta, dato che il suo Companion era nell'impossibilità di trasmettere le informazioni.

«Il secondo è la tecnica, vale a dire il modo in cui il crimine è stato commesso. Senza il cadavere, si possono solo fare delle congetture sulle modalità dell'assassinio, anche se, come vedremo tra breve, esiste un metodo particolarmente idoneo a tale scopo.

«E, infine, bisogna dimostrare il movente, la giustificazione logica dell'omicidio, qualcosa che abbia spinto l'assassino a commettere un atto così atroce e irrimediabile. Ed è proprio il movente che ho intenzione di provare adesso, signor giudice.»

L'anziana donna annuì. «La ascolto.»

Bolbay si voltò verso Adikor. «Tu e Ponter Boddit vivevate insieme, vero?»