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Il robot oscillò per un attimo, e le telecamere svelarono un'apertura alla base della sfera geodesica, come se fosse stata parzialmente smontata. Sul pavimento giacevano enormi pezzi ricurvi di vetro o di plastica trasparente, ammassati l'uno sull'altro; probabilmente era per questo che la luce del robot aveva mandato dei riflessi. Montati, avrebbero formato una sfera gigantesca.

Adesso vedevano a intermittenza tre di quegli strani esseri, tutti deformi, due dei quali senza peluria sul viso. Uno di loro stava indicando il robot, il braccio simile a un ramoscello.

Jasmel mise le mani sui fianchi, e muovendo lievemente il capo avanti e indietro chiese: «Che cosa sono?»

Adikor scosse la testa sbalordito.

«Sono una specie di scimpanzé?» ipotizzò la ragazza.

«No, non credo siano scimpanzé o babbuini» disse Dern.

«Infatti,» convenne Adikor «anche se sono magri come loro. Ma non hanno i peli. Sembrano più simili a noi che alle scimmie.»

«Peccato che indossino quegli strani copricapi. Mi chiedo a cosa servano» disse Dern.

«Forse per protezione» suggerì Adikor.

«Be', se così fosse non sembrano molto utili» commentò Dern. «Se dovesse cadergli qualcosa sulla testa, sarebbe il collo e non le spalle a sopportarne il peso.»

«Non c'è traccia di mio padre» disse tristemente Jasmel.

Rimasero in silenzio per un po'. poi la ragazza aggiunse: «Lo sapete a chi assomigliano? Agli esseri umani primitivi, come quei fossili conservati nel palazzo di galdarb.»

Quelle parole fecero letteralmente vacillare Adikor, che mosse un paio di passi indietro. Prese una sedia, la girò e vi si accasciò.

«Sono dei Gliksin» annunciò, ricordando la parola. Gliksin era la regione dove erano stati rinvenuti i fossili di quei primati, gli unici che non presentavano la fronte sporgente e che avevano quelle ridicole prominenze che partivano dalla mandibola inferiore.

Era possibile che il loro esperimento li avesse portati ad oltrepassare i confini del mondo, accedendo a un universo che si era separato dal loro molto prima dell'invenzione del computer quantistico? No, non era possibile. Adikor scosse il capo. Una simile eventualità era semplicemente pazzesca. D'altra parte, i Gliksin erano estinti da… forse da mezzo milione di mesi, ma di questo non era sicuro. Si passò la mano sulla fronte, sempre più perplesso. L'unico suono nella stanza era il ronzio dei filtri dell'aria; il solo odore, il sudore e i feromoni.

«Ma è una cosa enorme» sussurrò Dern. «Gigantesca.»

Adikor annuì lentamente. «Un'altra versione della Terra. Un'altra versione di umanità.»

«Sta parlando!» esclamò Jasmel all'improvviso indicando una delle figure sullo schermo. «Alza il volume.»

Dern lo alzò. «È un vero e proprio linguaggio» disse Adikor scuotendo la testa sbalordito. «Avevo letto da qualche parte che i Gliksin non erano in grado di parlare perché avevano la lingua troppo corta.»

Ascoltarono in silenzio, anche se le parole non avevano senso.

«È così strano» disse Jasmel. «Non ho mai sentito una cosa simile.»

Il Gliksin in primo piano aveva smesso di tirare giù il robot, essendosi reso conto che il cavo a cui era attaccato era terminato. Si allontanò per far posto ad altri Gliksin. Adikor non si era subito reso conto che c'erano anche delle femmine, anch'esse senza peli sul viso, anche se aveva notato qualche maschio con la barba. Sembravano più piccole, e in alcune, sotto i panni che indossavano, si notavano le mammelle.

Jasmel si voltò a guardare il pavimento della sala dei registri. «Il varco non si è richiuso. Chissà per quanto rimarrà aperto.»

Adikor si stava chiedendo la stessa cosa. La prova che avrebbe salvato lui, il figlio Dab e sua sorella Kelon era lì davanti: un mondo alternativo! Doveva filmarlo, ma Daklar Bolbay avrebbe sicuramente sostenuto che quelle immagini erano false, una sofisticata elaborazione digitale. Dopo tutto, avrebbe detto, Adikor disponeva dei computer più all'avanguardia di tutto il pianeta.

Ma se il robot avesse portato qualcosa da quel mondo, una qualsiasi cosa! Un oggetto lavorato, o forse…

I Gliksin erano in tumulto. Sembrava trattarsi di una caverna a forma di botte, alta forse quìndici volte un individuo di statura imponente, direttamente ricavata dalla roccia.

«Devono essere un gruppo numeroso, eh?» disse Jasmel. «Ci sono esemplari dal colore della pelle diverso, e… guarda quella femmina lì! Ha i capelli arancioni, come un orangutango!»

«Guarda, uno di loro sta scappando» disse Dern indicandolo.

«Già» fece Adikor. «Mi chiedo dove stia andando.»

«Ponter! Ponter!»

L'uomo alzò lo sguardo. Era seduto a un tavolo nel refettorio dell'università Laurenziana, insieme a due ricercatori del dipartimento di fisica. Mentre mangiavano, stavano annotando una mappa dei più grandi centri di fisica del mondo, dal CERN all'Osservatorio vaticano, dal Fermilab al giapponese Super Kamiokande, l'altro grande rilevatore di neutrini, che di recente era rimasto danneggiato a causa di un incidente. A qualche metro di distanza, un centinaio di studenti seguivano la scena affascinati.

«Ponter!» gridò di nuovo Mary Vaughan, stremata, finendo quasi sul tavolo. «Vieni immediatamente!»

Ponter e i due fisici si alzarono dal tavolo. «Cosa succede?» chiese uno dei due.

Mary li ignorò. «Corri!» disse in un rantolo. «Corri.»

Gli prese la mano e cominciarono a correre. Mary aveva già il fiatone, perché dopo aver preso la telefonata dall'Osservatorio di Sudbury aveva fatto di corsa la strada dal laboratorio, situato in un altro edificio, fino al refettorio.

«Cosa succede?» chiese Ponter.

«Un varco! Un congegno — un robot o qualcosa del genere — è arrivato sino a noi. E il varco è ancora aperto!»

«Dove?»

«Giù nell'osservatorio dei neutrini.» Si portò le mani al petto ballonzolante. Sapeva che Ponter poteva correre molto più velocemente di lei. Senza rallentare, tirò fuori il borsellino, lo aprì e tirò fuori le chiavi della macchina, che offrì a Ponter. Ma l'uomo scosse lievemente la testa. Per un secondo, credette che con quel gesto volesse dirle: non vado senza di te. Ma la ragione era un'altra: Ponter Boddit non aveva mai guidato un'automobile. Continuarono a correre, lui avanti, lei dietro, ma aveva il passo lungo, era più riposato, e…

Si girò a guardarla: era inutile che arrivasse al parcheggio prima di lei. Si fermò, e così fece lei, fissandolo ansiosa.

«Posso?»

Non aveva la più pallida idea di quel che intendesse, ma annuì. Lui allungò le poderose braccia e la sollevò da terra. Gli si aggrappò al collo taurino, mentre Ponter riprendeva a correre, le gambe che spingevano come pistoni contro il pavimento piastrellato. Mary sentiva i muscoli gonfiarsi mentre andava come un treno. Ovunque, i presenti si fermavano a guardare lo spettacolo.

Arrivarono alla pista di bowling; Ponter dava fondo a tutte le sue energie, divorando la strada, il suono dei passi poderosi che risuonava nel corridoio vetrato. Sempre più veloci, passarono i chioschi, il Tim Hortons, e…

In quel momento uno studente entrava dalla porta; spalancò la bocca, ma tenne la porta aperta per farli passare.

Mary guardava dietro le spalle di Ponter; vedeva le zolle d'erba sollevarsi al loro passaggio. Serrò la stretta, reggendosi forte. Ponter conosceva bene la sua automobile; non avrebbe avuto difficoltà a scorgere la Neon rossa nel modesto parcheggio: uno dei vantaggi delle piccole università. Continuò a correre, e Mary sentì chiaramente il passaggio dall'erba all'asfalto del parcheggio.

Dopo qualche metro rallentò e l'adagiò a terra. Dopo quella pazza corsa le girava la testa, ma si costrinse a correre fino alla macchina, la chiavetta elettronica sguainata ad aprire le portiere. Si fiondarono dentro; infilò la chiave nel quadro di avviamento, schiacciò l'acceleratore a tavoletta e sgommarono via sulla strada, lasciandosi alle spalle l'università. Arrivarono a Sudbury in un battibaleno e imboccarono la strada per la miniera. Mary non era abituata a correre — non che fosse possibile, nel traffico di Toronto — ma stava percorrendo la strada sterrata a 120 chilometri all'ora.