La gente di Fuoriporta portava in genere abiti frusti, eppure lì il colore abbondava e c’era un rauco trambusto di vita. Venditori ambulanti offrivano a gran voce la propria merce, bottegai invitavano la gente a esaminare la mercanzia esposta sui banchi. Barbieri, fruttivendoli, arrotini, uomini e donne che offrivano decine di servizi e centinaia d’oggetti, giravano tra la folla. Da più d’un edificio filtrava musica. Sulle prime Rand pensò che provenisse da locande, ma le insegne mostravano uomini che suonavano il flauto o l’arpa, che facevano capriole o giochi di destrezza; e per quanto si trattasse di edifici ampi, non c’erano finestre. La maggior parte delle costruzioni di Fuoriporta, grandi o piccole, pareva di legno e molte di esse, per quanto scalcinate, parevano nuove. Rand guardò a bocca aperta alcuni edifici che superavano perfino i sette piani: ondeggiavano un poco, ma la gente che entrava e usciva frettolosamente pareva non accorgersene.
«Paesani» borbottò Tavolin, con disgusto. «Guardate come sono corrotti da usi forestieri. Non dovrebbero trovarsi qui.»
«E dove, allora?» domandò Rand. L’ufficiale gli scoccò un’occhiata velenosa e spronò il cavallo, scostando la folla a colpi di frustino.
Hurin toccò il braccio di Rand. «Colpa della Guerra Aiel, lord Rand» disse. Si accertò che nessun soldato fosse tanto vicino da ascoltare. «Molti contadini avevano paura di tornare alle loro terre lungo la Dorsale del Mondo e sono venuti quasi tutti qui. Per questo Galldrian fa arrivare dall’Andor e da Tear chiatte cariche di granaglie. Le fattorie orientali non mandano prodotti, perché non ci sono più contadini. Ma è meglio non parlarne con i cairhienesi, milord. A loro piace fingere che la guerra non ci sia mai stata, o quanto meno che l’abbiano vinta.»
Malgrado il frustino di Tavolin, furono costretti a fermarsi perché un bizzarro corteo attraversava la via. Sei uomini, che suonavano tamburelli e ballavano, precedevano una fila d’enormi fantocci, alti una volta e mezzo gli uomini che li muovevano mediante lunghi bastoni. Grandi figure incoronate, uomini e donne, in veste lunga e ornata, s’inchinavano alla folla, tra raffigurazioni d’animali fantasiosi: un leone con le ali; un capro ritto sulle zampe posteriori, con due teste che sputavano fuoco, a giudicare dagli striscioni cremisi penzolanti dalla bocca; un animale che pareva metà gatto e metà aquila; un altro con testa d’orso su corpo umano, che Rand ritenne raffigurazione d’un Trolloc. La folla mandava grida d’entusiasmo e rideva, mentre il corteo passava tra danze e capriole.
«L’uomo che ha costruito quel pupazzo non ha mai visto un Trolloc» borbottò Hurin, «La testa è troppo grossa, il corpo è troppo magro. Li considerano creature immaginarie come le altre. Gli unici mostri in cui credono, sono gli Aiel.»
«C’è una festa?» domandò Rand. Non vedeva altri segni, a parte il corteo, ma doveva pur esserci un motivo. Tavolin ordinò ai soldati di riprendere il cammino.
«Come ogni giorno, Rand» disse Loial. Camminando a fianco del cavallo, sulla cui sella c’era sempre lo scrigno nascosto dalla coperta, l’Ogier attirava tanti sguardi quanto i pupazzi. C’era perfino chi rideva e applaudiva, come al passaggio del corteo. «Galldrian tiene calma la popolazione, con i divertimenti» spiegò Loial. «Elargisce a menestrelli e musici il Dono del Re, un compenso in argento, perché si esibiscano qui a Fuoriporta e ogni giorno patrocina corse di cavalli in una pista lungo il fiume. Molto spesso di notte ci sono anche i fuochi artificiali.» Parve disgustato. «L’anziano Haman dice che Galldrian è una sciagura.» Batté le palpebre, rendendosi conto di quel che aveva appena detto, e subito si guardò intorno per scoprire se qualche soldato avesse udito. Pareva che nessuno l’avesse ascoltato.
«Fuochi artificiali» annuì Hurin. «Ho sentito dire che a Cairhien gli Illuminatori hanno costruito una sala capitolare come quella di Tanchico. Quando c’ero io, non m’interessava molto guardare i fuochi artificiali.»
Rand scosse la testa. Non aveva mai visto fuochi artificiali tanto elaborati da richiedere la presenza anche d’un solo Illuminatore. Aveva sentito dire che gli Illuminatori lasciavano Tanchico solo per fare spettacoli in onore di sovrani. Era una città bizzarra, quella in cui stava per entrare.
Davanti all’arco alto e quadrato delle porte della città, Tavolin ordinò l’alt e smontò accanto a un tozzo edificio di pietra appena dentro le mura. L’edificio aveva feritoie, anziché finestre, e una spessa porta rinforzata con bande di ferro.
«Un momento, milord Rand» disse l’ufficiale. Diede le redini a un soldato e scomparve dentro l’edificio.
Rand diede un’occhiata di diffidenza ai soldati, seduti rigidamente in sella e disposti su due lunghe file. Si domandò che cosa avrebbero fatto, se lui, Loial e Hurin avessero cercato di andarsene. Approfittò della sosta per osservare la città.
La Cairhien vera e propria era in netto contrasto con la caotica confusione di Fuoriporta. Vie lastricate, tanto ampie da far sembrare inferiore al reale il numero di passanti, si tagliavano ad angolo retto. Portantine chiuse, alcune ornate di piccoli guidoni con l’emblema del Casato, passavano lentamente; carrozze si muovevano senza fretta. La gente camminava in silenzio, vestita di scuro, senza colori vivaci tranne qua e là una banda di traverso sul petto della giubba o della veste. Più bande aveva, più la persona presentava atteggiamento orgoglioso, ma nessuno rideva e neppure sorrideva. Gli edifici, sulle colline a terrazze, erano tutti di pietra, con ornamenti a linee e angoli retti. Nelle vie non c’erano imbonitori né venditori ambulanti; anche le botteghe parevano in sordina: le insegne erano piccole e la mercanzia non era esposta all’esterno.
Ora le alte torri si vedevano con chiarezza. Erano circondate di piattaforme di pali legati insieme; operai sciamavano sulle impalcature e aggiungevano pietre per rendere più alte le torri.
«Le Torri Senza Cima di Cairhien» mormorò Loial, in tono triste. «Be’, un tempo erano tanto alte da giustificare il nome. Quando gli Aiel presero Cairhien, circa all’epoca della tua nascita, le torri bruciarono, si creparono e crollarono. Non vedo nessun Ogier, fra i muratori. Agli Ogier non piacerebbe lavorare qui... i cairhienesi vogliono lavori semplici, senza abbellimenti. Ma c’erano degli Ogier, quando sono passato da qui.»
Tavolin uscì, accompagnato da un altro ufficiale e da due scrivani: uno portava un grosso registro dalla copertina in legno; l’altro, un vassoio con l’occorrente per scrivere. La fronte dell’ufficiale era rasata come quella di Tavolin, anche se pareva che la calvizie gli avesse portato via più capelli del rasoio. Tutt’e due gli ufficiali girarono lo sguardo da Rand allo scrigno nascosto sotto la coperta e viceversa. Nessuno dei due domandò che cosa ci fosse lì sotto. Tavolin aveva guardato spesso la coperta, nel tragitto da Tremonsien, ma neanche lui aveva fatto domande. Il calvo guardò pure la spada di Rand e per un istante sporse le labbra.
Tavolin lo presentò come Asan Sandair e annunciò a voce alta: «Lord Rand, di Casa al’Thor, dell’Andor, e il suo servitore, chiamato Hurin, con Loial, un Ogier di Stedding Shangtai.» Lo scrivano aprì il registro e Sandair vi scrisse i nomi, in bella grafia.
«Dovrai tornare in questo corpo di guardia domani alla stessa ora, milord» disse Sandair, lasciando al secondo scrivano il compito d’asciugare l’inchiostro «per comunicare il nome della locanda dove alloggi.»
Rand guardò le vie prive d’animazione di Cairhien e quelle più vivaci di Fuoriporta. «Puoi suggerirmi il nome d’una buona locanda da quelle parti?» domandò con un cenno in direzione di Fuoriporta.
Con un sibilo frenetico Hurin richiamò l’attenzione di Rand e si sporse verso di lui. «Non sarebbe appropriato, lord Rand» bisbigliò. «Se ti fermi a Fuoriporta, pur essendo un lord, si convinceranno che trami chissà cosa.»
Rand capì che l’annusatore aveva ragione. Sandair era rimasto a bocca aperta e Tavolin aveva inarcato il sopracciglio: tutt’e due lo fissavano con attenzione. Rand avrebbe voluto dire loro che non giocava al Grande Gioco; invece disse: «Prenderemo alloggio in città. Ora possiamo andare?»