«Certo, milord Rand» rispose Sandair, con un inchino. «Ma... la locanda?»
«Ti farò sapere il nome, quando ne troveremo una.» Si girò verso Red, esitò. In tasca gli frusciava il biglietto di Selene. «Devo trovare una giovane donna di Cairhien. Lady Selene. Ha la mia età ed è molto bella. Non so il suo Casato.»
Sandair e Tavolin si scambiarono un’occhiata. Sandair disse: «Farò delle ricerche, milord. Forse sarò in grado di riferirti qualcosa, quando tornerai domani.»
Rand annuì e guidò in città Loial e Hurin. Non c’era molta gente a cavallo, ma i tre attirarono poca attenzione, perfino Loial. Pareva che tutti ostentassero di badare ai fatti propri.
«Interpreteranno male la mia richiesta di notizie su Selene?» domandò Rand.
«Con i cairhienesi non si può mai dire» rispose Hurin. «Pensano sempre che tutto abbia a che fare con il Daes Dae’mar.»
Rand scrollò le spalle. Si sentiva osservato da tutti. Non vedeva l’ora di mettersi una giubba normale e smetterla d’impersonare chi non era.
Hurin conosceva diverse locande della città, anche se a Cairhien era stato soprattutto a Fuoriporta. Li condusse a una locanda chiamata Il Difensore del Muro del Drago, la cui insegna mostrava un uomo con la corona, che teneva il piede sul petto di un altro e la spada contro la gola di un secondo. Quello disteso sulla schiena aveva capelli rossi.
Un mozzo di stalla venne a prendere i cavalli e scoccò rapide occhiate a Rand e a Loial, quando pensava che non guardassero. Rand si disse di smetterla di fantasticare: non era possibile che tutti, in città, giocassero quel loro Gioco. Comunque, se lo giocavano, lui non c’entrava per niente.
La sala comune era pulita, con i tavoli disposti in bell’ordine come il resto della città; i pochi avventori diedero un’occhiata ai nuovi venuti e tornarono subito a guardare il proprio bicchiere di vino. Però Rand ebbe l’impressione che continuassero a guardare e che tendessero anche l’orecchio. Nell’ampio camino ardeva un fuocherello, anche se la giornata era calda.
Il locandiere era un tipo grasso e untuoso; portava una banda verde di traverso sulla giubba grigio scuro. Nel vederli, trasalì e Rand non se ne sorprese: Loial, con lo scrigno sottobraccio, fu costretto a chinare la testa per entrare; Hurin era carico di bisacce e di fagotti; e la giubba rossa di Rand contrastava con gli abiti dai colori smorti degli altri avventori.
Il locandiere notò la giubba e la spada di Rand e ritrovò subito il sorriso untuoso. S’inchinò, sfregandosi le mani. «Chiedo scusa, milord. Per un attimo solo t’avevo scambiato per un... Chiedo scusa. Non ho più la testa d’una volta. Desideri delle stanze, milord?» Aggiunse un altro inchino, meno profondo, per Loial. «Mi chiamo Cuale, milord.»
Mi ha scambiato per un Aiel, pensò acidamente Rand. Voleva andarsene al più presto da Cairhien. Ma era l’unico posto dove Ingtar poteva trovarlo. E Selene aveva detto che lo avrebbe aspettato a Cairhien.
Non occorse molto tempo per preparare le stanze, mentre Cuale, con troppi sorrisi e inchini, spiegava che era necessario spostare un letto per Loial. Rand chiese di nuovo una sola stanza, ma fra lo sguardo scandalizzato del locandiere e l’insistenza di Hurin, finì per prenderne una per sé e una per gli altri due, con una porta di comunicazione.
Le stanze erano simili, a parte il fatto che la seconda aveva due letti, uno dei quali adatto all’Ogier, mentre in quella di Rand ce n’era uno solo, però grande quasi quanto gli altri due, con massicce colonnine che sfioravano il soffitto. Anche la poltrona dall’alto schienale e il lavabo erano squadrati e massicci; l’armadio posto contro la parete, intagliato in uno stile pesante, pareva pronto a cadergli addosso. Due finestre, ai lati del letto, guardavano nella via, due piani più in basso.
Appena il locandiere fu uscito, Rand aprì la porta di comunicazione e chiamò Loial e Hurin. «Questa città è un tormento» disse. «Tutti mi guardano come se pensassero che combini chissà cosa, Vado un’oretta a Fuoriporta: là, almeno, la gente ride. Chi vuole fare il primo turno di guardia al Corno?»
«Io» rispose subito Loial. «Ne approfitto per leggere un poco. Non ho visto altri Ogier, ma non significa che non ce ne siano. Stedding Tsofu non dista molto dalla città.»
«Credevo che ti sarebbe piaciuto incontrarli.»
«Ah... no, Rand. L’ultima volta m’hanno fatto un mucchio di domande perché ero da solo fuori dello stedding. Se hanno avuto contatti con Stedding Shangtai... Be’, meglio restare qui a leggere.»
Rand scosse la testa: dimenticava spesso che Loial era scappato di casa per vedere il mondo. «E tu, Hurin? C’è musica, a Fuoriporta, e gente allegra. Scommetto che là nessuno gioca il Daes Dae’mar.»
«Non ne sarei così sicuro, lord Rand. In ogni caso, ti ringrazio per l’invito, ma preferisco non accompagnarti. Ci sono tante di quelle zuffe, e anche uccisioni, a Fuoriporta, che il posto puzza, se mi spiego. Ma non daranno fastidio a un lord: si ritroverebbero alle costole i soldati. Se non ti spiace, preferisco andare a bere nella sala comune.»
«Hurin, non ti serve il mio permesso. Lo sai.»
«Certo, milord.» Accennò a un inchino.
Rand sospirò. Se non se ne fossero andati presto da Cairhien, Hurin avrebbe cominciato a fargli inchini a ogni piè sospinto. E se Mat e Perrin l’avessero visto, gliel’avrebbero ricordato in continuazione. «Mi auguro che nessun intralcio faccia tardare Ingtar. Se non viene in fretta, dovremo riportare noi stessi il Corno a Fal Dara.» Si tastò la tasca e toccò il biglietto di Selene. «Loial, tornerò presto, così potrai dare un’occhiata alla città.»
«Preferisco non rischiare, Rand.»
Hurin l’accompagnò da basso. Appena entrarono nella sala comune, Cuale s’avvicinò a Rand e con un inchino gli presentò un vassoio con tre fogli di pergamena, piegati e sigillati. Rand li prese: erano fogli d’ottima pergamena, sottile e liscia. Costosa.
«Cosa sono?» domandò.
Cuale s’inchinò di nuovo. «Inviti, naturalmente, milord. Di tre nobili Case.» Gli rivolse un altro inchino e s’allontanò.
«Chi può mandarmi un invito?» si domandò Rand, rigirando i fogli. Nessuno, degli avventori seduti ai tavoli, alzò lo sguardo; ma Rand ebbe l’impressione che tutti lo tenessero d’occhio. Non riconobbe i sigilli. Nessuno recava la falce di luna e le stelle del sigillo di Selene. «Chi saprà che sono qui?»
«Ormai, tutti, lord Rand» disse piano Hurin. Pareva che lui pure si sentisse osservato. «Le guardie alla porta non terrebbero certo la bocca chiusa all’arrivo d’un lord forestiero. Il mozzo di stalla, il locandiere... ciascuno racconta quel che sa, se ritiene che gli sia di vantaggio, milord.»
Con una smorfia, Rand mosse due passi e gettò nel fuoco gli inviti. La pergamena bruciò subito. «Non gioco il Daes Dae’mar» disse, a voce abbastanza alta perché tutti udissero. Neppure Cuale lo guardò. «Non ho niente a che fare col vostro Grande Gioco. Sono qui solo per aspettare alcuni amici.»
Hurin lo prese per il braccio. «Per favore, lord Rand» disse, in un bisbiglio pressante. «Per favore, non farlo mai più.»
«Perché? Credi che riceverò altri inviti?»
«Di sicuro. Luce santa, mi sembri Teva, che s’infastidì così tanto perché una vespa gli ronzava intorno, da prendere a calci il nido. Così hai solo convinto tutti i presenti d’essere nel Gioco fino al collo; in particolare perché hai negato di giocarlo, penseranno. Tutti i lord e le lady di Cairhien lo giocano.» Diede un’occhiata ai fogli arricciati e anneriti. Storse la bocca. «E senza dubbio ti sei inimicato tre Case. Non Case importanti, altrimenti non si sarebbero mosse così in fretta, ma pur sempre Case nobili, Devi rispondere a ogni altro invito che riceverai, milord. Declinalo, se ne hai voglia... anche se faranno illazioni, sui motivi per cui l’hai declinato. O hai accettato altri inviti. Certo, se li declini tutti, o se li accetti tutti...»