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«Non mi presterò al gioco» disse Rand, sottovoce. «Lasceremo Cairhien al più presto possibile.» Infilò il pugno nella tasca della giubba e sentì che il biglietto di Selene si stropicciava. Lo tirò fuori e lo lisciò sul davanti della giubba. «Al più presto possibile» borbottò, rimettendo in tasca il foglio. «Fatti pure la tua bevuta, Hurin.»

Uscì a passo deciso, arrabbiato, non sapeva se con se stesso, se con Cairhien e il suo Grande Gioco, con Selene per la sua scomparsa, con Moiraine. Era lei, la causa di tutto: gli aveva buttato via i vestiti e gli aveva dato abiti da lord. Ormai si riteneva libero dalle loro interferenze, ma anche ora un’Aes Sedai riusciva a condizionargli la vita... e non era neppure presente.

Passò dalla stessa porta da cui era entrato in città, perché non conosceva altre strade. Un uomo in piedi davanti al corpo di guardia prese nota del suo passaggio — Rand risaltava sia per la giubba scarlatta, sia perché era più alto della media dei cairhienesi — e rientrò in fretta, ma Rand non se ne accorse. Le risate e le musiche di Fuoriporta lo attiravano.

Se, dentro le mura, la giubba rossa a ricami in oro lo metteva in evidenza, a Fuoriporta lo confondeva con gli altri. Parecchi, nelle vie affollate, vestivano con gli stessi colori smorti della gente in città, ma altrettanti indossavano giubbe rosse, azzurre, verdi, oro — alcuni indossavano abiti di colori così sgargianti da poter passare per Calderai — e le donne portavano vesti ricamate e sciarpe o scialli multicolori. Per la maggior parte, questi abiti eleganti erano in cattive condizioni o non s’adattavano a chi li indossava, come se in origine fossero stati fatti per altre persone; alcuni guardavano la giubba vistosa di Rand, ma nessuno pareva trovarla fuori luogo.

A un certo punto Rand si trovò bloccato da un’altra processione di grandi pupazzi. I musicanti suonavano i tamburelli e facevano capriole; un Trolloc dal muso di verro combatteva a colpi di zanne contro un uomo con la corona. Dopo alcuni colpi inefficaci, il Trolloc cadde a terra, fra le risate e gli evviva degli spettatori.

Rand borbottò tra sé che i veri Trolloc non sarebbero morti con altrettanta facilità.

Diede un’occhiata a un vasto edificio privo di finestre e si fermò a guardare dalla porta. Con sua sorpresa, l’interno pareva un’unica sala gigantesca, scoperta al centro e fiancheggiata di balconate, con un’ampia piattaforma all’estremità opposta. La gente ammassata sulle balconate e per terra guardava lo spettacolo sulla piattaforma. Rand continuò la passeggiata e scrutò dentro edifici analoghi; vide giocolieri, musici, un buon numero di saltimbanchi e perfino un menestrello, con il manto a toppe multicolori, che declamava con voce sonora una storia della Grande Cerca del Corno.

Nel vederlo, Rand ripensò a Thom Merrilin e proseguì in fretta. Il ricordo di Thom lo rattristava sempre. Thom era stato un amico. Un amico morto per lui. Mentre lui fuggiva e lo lasciava morire.

In un altro di quegli edifici, una donna in voluminosa veste bianca faceva sparire da un cestino certi oggetti e li faceva comparire in un altro, poi li prendeva in mano e li faceva svanire con grandi sbuffi di fumo. La folla guardava con esclamazioni di stupore.

«Due monete di rame, buon signore» disse un uomo dal viso di topo, fermo nel vano della porta. «Due soldini per vedere l’Aes Sedai.»

«Non credo» disse Rand, con un’occhiata alla donna. In mano le era comparsa una colomba bianca. Aes Sedai? Rand rivolse un mezzo inchino all’uomo dal viso di topo e proseguì.

Si apriva la strada tra la folla, chiedendosi che cosa guardare dopo, quando una voce profonda, accompagnata da musica d’arpa, provenne da una porta con sopra l’insegna di un giocoliere.

«...freddo soffia il vento giù dal passo di Shara; fredda giace la tomba senza nome. Eppure ogni anno, nel Giorno del Sole, su quel cumulo di pietre compare una singola rosa, che ha sui petali una lacrima di cristallo simile a rugiada, deposta dalla mano delicata di Dunsinin, perché lei si mantiene fedele all’accordo stipulato da Rogosh Occhio d’Aquila.»

La voce tirò Rand come pesce preso all’amo. Rand varcò la porta, mentre all’interno si alzavano gli applausi.

«Due monete di rame, mio buon signore» disse un uomo dal viso di topo, che poteva essere il gemello del precedente. «Due soldini per vedere...»

Rand pescò in tasca alcune monete e gliele mise in mano. Avanzò come intontito, fissando l’uomo sulla piattaforma, che rispondeva con un inchino all’applauso degli ascoltatori: reggeva nell’incavo del braccio l’arpa e allargava il mantello quasi a catturare tutti i battimani. Era alto, magro, non più giovane, con lunghi baffi candidi come i capelli. Quando si raddrizzò e vide Rand, sgranò gli occhi, azzurri e acuti.

«Thom!» il bisbiglio di Rand si perse nel frastuono della folla.

Fissando Rand negli occhi, Thom Merrilin fece un piccolo cenno in direzione della porticina sul fianco della piattaforma. Poi riprese a inchinarsi, sorridente, crogiolandosi agli applausi.

Rand raggiunse la porticina ed entrò. Era solo un piccolo vano con tre scalini che portavano alla piattaforma. Dall’altra parte, un giocoliere s’allenava con le palline multicolori e sei acrobati si scaldavano i muscoli.

Thom comparve sui gradini, zoppicando, come se la gamba destra non si piegasse più bene come una volta. Diede un’occhiata al giocoliere e agli acrobati e sbuffò sdegnosamente, rivolgendosi a Rand. «Vogliono solo ascoltare La Grande Cerca del Corno» disse. «Si penserebbe che, con le notizie che giungono dall’Haddon, dal Mirk e dalla Saldaea, uno di loro chieda il Ciclo Karaethon. Be’, forse non proprio quello, ma pagherei io stesso per raccontare qualcosa d’altro.» Guardò Rand, dalla testa ai piedi. «Pare che te la passi bene, ragazzo.» Toccò il colletto di Rand e sporse le labbra. «Benissimo, anzi.»

Rand non riuscì a non ridere. «Ho lasciato Whitebridge sicuro che tu fossi morto. Moiraine diceva che eri ancora vivo, ma... Luce santa, Thom, sono felice di rivederti! Dovevo tornare indietro ad aiutarti.»

«Saresti stato un grande stupido, ragazzo, Quel Fade...» Si guardò intorno: non c’era nessuno tanto vicino da ascoltare, ma lui abbassò ugualmente la voce. «Quel Fade non s’interessava affatto a me. Mi ha lasciato il ricordino d’una gamba rigida ed è corso dietro a te e a Mat. Ti saresti fatto uccidere,» Esitò, pensieroso. «Moiraine ha detto che ero ancora vivo, giusto? È con te, allora?»

Rand scosse la testa. Con sua sorpresa, Thom parve deluso.

«Peccato, in un certo senso. È una brava donna, anche se è,.,» Non terminò la frase. «Quindi il Fade stava dietro a Mat o a Perrin. Non voglio sapere quale dei due. Erano bravi ragazzi e preferisco restare all’oscuro.» Rand cambiò posizione, a disagio, e sobbalzò, quando Thom gli puntò addosso il dito ossuto. «Voglio sapere invece un’altra cosa. Hai ancora la mia arpa e il mio flauto? Li rivoglio, ragazzo. Quelli che uso adesso non vanno bene neppure per un maiale.»

«Li ho con me, Thom. Ti prometto di portarteli. Ancora non riesco a credere che sei vivo. E che non sei a Illian. La Grande Cerca sta per iniziare. C’è il premio per la migliore declamazione della Grande Cerca del Corno. Morivi dalla voglia di andare a Illian.»

Thom sbuffò. «Dopo Whitebridge? Sarei morto, se ci fossi andato. Anche se avessi fatto in tempo a imbarcarmi, Domon e il suo equipaggio avrebbero sparso per tutta Illian la voce che ero inseguito dai Trolloc. Se, prima di salpare, hanno visto il Fade o ne hanno sentito parlare... La maggior parte degli illianesi credono che Trolloc e Fade siano favole, ma altri vorrebbero sapere perché un uomo era inseguito da queste creature: basterebbe a rendere non troppo piacevole la permanenza a Illian.»