Rand si bloccò di colpo e diede un’occhiata alla porta. Dall’altra parte c’erano i Trolloc. Meglio vedersela con esseri umani. Con gli Illuminatori si poteva forse ragionare: i Trolloc non ascoltavano, uccidevano.
«Mi spiace d’averti cacciata in questa situazione» disse a Selene.
«Il pericolo aggiunge un certo non so che» rispose lei, piano. «E finora te la cavi bene. Andiamo a vedere cosa troviamo?» Lo precedette nel passaggio fra i due edifici. Rand la seguì, con le narici piene del suo pungente profumo.
In cima alla collina il passaggio si apriva in un vasto spiazzo d’argilla pressata e chiara quasi come l’intonaco, in parte circondato da altri edifici bianchi, privi di finestre, separati da vicoli stretti e bui; ma alla destra di Rand c’era un edificio con finestre illuminate che gettavano sullo spiazzo d’argilla una chiazza di luce. Rand si ritrasse nell’ombra del vicolo: un uomo e una donna, usciti dall’edificio, attraversarono lentamente la spianata.
A giudicare dagli abiti, i due non erano di sicuro cairhienesi. L’uomo portava brache ampie come le maniche della camicia, tutt’e due color giallo chiaro, con ricami lungo le gambe delle brache e sul petto della camicia. La donna aveva una veste assai ricamata sul petto, color verde chiaro, e capelli acconciati in un gran numero di treccioline.
«È tutto pronto?» domandò la donna. «Sei sicuro, Tammuz?»
L’uomo allargò le braccia. «Tu fai sempre il controllo dopo di me, Aludra. Tutto è pronto. Si potrebbe iniziare lo spettacolo in questo stesso momento.»
«Porte e cancelli sono sbarrati? Tutte le...» Le parole svanirono, mentre i due s’allontanavano lungo l’edificio illuminato.
Rand esaminò gli oggetti nello spiazzo, ma non riconobbe quasi niente. Al centro, alcune decine di tubi verticali alti quasi quanto lui e spessi un piede e più, si ergevano su basi di legno. Da ogni tubo, una cordicella scura e ritorta correva per terra fin dietro un basso muricciolo lungo forse tre passi. Tutt’intorno allo spiazzo c’era un guazzabuglio di rastrelliere di legno, con truogoli, tubi, bastoni biforcuti e un’altra ventina d’oggetti diversi.
Dei fuochi artificiali, visti in un paio d’occasioni, Rand sapeva solo che scoppiavano con un gran botto o sibilavano per terra in spirali di scintille o, a volte, saettavano in aria. Riconobbe però le cordicelle, ossia le micce, a cui bisognava dare fuoco.
Diede un’occhiata alla porta, segnalò agli altri due di seguirlo e si avviò dall’altra parte dello spiazzo: se dovevano nascondersi, voleva che il nascondiglio fosse il più lontano possibile da quella porta.
Bisognava passare fra le rastrelliere. Rand trattenne il fiato, ogni volta che ne sfiorava una. Gli oggetti disposti negli alloggiamenti si spostavano rumorosamente al minimo tocco. Le rastrelliere parevano tutte di legno, senza parti metalliche. Rand immaginava già il fracasso, se ne avessero rovesciata una. Tenne d’occhio con diffidenza i tubi, perché ricordava quale botto aveva provocato uno di quei tubi grosso un dito. Se quelli erano fuochi d’artificio, non voleva trovarsi vicino.
Loial borbottava in continuazione, soprattutto quando urtò una rastrelliera e si scostò in fretta urtandone un’altra. Procedeva con l’accompagnamento di acciottolii e borbottii.
Selene contribuiva a innervosire gli altri due: camminava con noncuranza, come se si trovasse in una via cittadina; non urtava niente, non faceva rumore, però non si curava di tenere chiuso il mantello e il bianco della veste pareva più vivido di quello degli edifici. Rand scrutò le finestre illuminate, timoroso che vi comparisse qualcuno: era impossibile non scorgere Selene e non dare l’allarme.
Però le finestre rimasero vuote. Rand già tirava un sospiro di sollievo, mentre s’avvicinavano al basso muricciolo e ai vicoli e agli edifici più in là, quando Loial urtò una rastrelliera posta proprio contro il muro, che conteneva dieci bastoncini lunghi un braccio, dalla cui punta si levava un filo di fumo. La rastrelliera si rovesciò per terra senza tanto rumore, ma i bastoncini fumanti si sparpagliarono sopra una delle micce. La miccia prese fuoco, la fiamma sibilò, scoppiettò e corse verso uno dei tubi.
Rand rimase un istante a occhi sbarrati, poi bisbigliò un grido: «Dietro il muretto!»
Selene protestò con rabbia, quando lui la gettò a terra al riparo del muretto, ma Rand non le badò. Mentre Loial si accucciava accanto a loro, cercò di distendersi su di lei per proteggerla. Aspettò che il tubo esplodesse e si domandò se sarebbe rimasto qualcosa, del muretto. Udì un tonfo sordo e la vibrazione del terreno. Con cautela, si sollevò quanto bastava a scrutare da sopra il riparo. Selene, sotto di lui, gli diede pugni nelle costole e si dimenò per togliersi da quella posizione, imprecando in una lingua che Rand riconobbe, ma che in quel momento non notò.
Dalla punta del tubo scaturiva un filo di fumo. Tutto qui. Rand scosse la testa, stupito. Se il risultato era solo quello...
Col fragore d’un tuono, un enorme fiore rosso e bianco sbocciò nel cielo ormai buio e ricadde lentamente in una miriade di scintille.
Mentre Rand lo fissava a occhi sgranati, nell’edificio illuminato scoppiò il finimondo. Donne e uomini comparvero alle finestre, tra le grida, segnando a dito.
Rand guardò con desiderio il vicolo buio distante solo una decina di passi: al primo, tutti quelli alle finestre l’avrebbero visto. Dall’edificio provenne il rumore di piedi in corsa.
Rand spinse contro il muro Loial e Selene; si augurò che tutt’e tre si confondessero con le ombre. «Fermi e zitti» bisbigliò. «È la nostra unica speranza.»
«A volte» disse piano Selene «se stai completamente immobile, nessuno ti vede,» Non pareva preoccupata.
Dallo spiazzo provennero rumori di stivali, avanti e indietro, e voci incollerite. Soprattutto quella che Rand riconobbe come la voce di Aludra.
«Tu, grandissimo buffone, Tammuz! Brutto maiale! Tua madre era una capra, Tammuz! Un giorno o l’altro ci ammazzerai tutti.»
«Non ne ho colpa, Aludra» protestò l’uomo. «Sono sicuro d’avere messo ogni cosa al suo posto e le esche erano,..»
«Non rivolgermi la parola, Tammuz! Un grosso porco non merita di parlare come un essere umano!» Aludra cambiò tono e rispose alla domanda di una terza persona. «Non c’è tempo di prepararne un altro. Stasera Galldrian dovrà accontentarsi dei rimanenti. Uno l’ha avuto in anticipo. E tu, Tammuz! Tu metterai tutto a posto e domattina andrai con i carri a comprare letame. Se stanotte va storto ancora qualcosa, non mi fiderò più di te neppure per il letame!»
I passi s’allontanarono verso l’edificio, col sottofondo del brontolio di Aludra. Tammuz rimase nello spiazzo, protestando sottovoce per l’ingiustizia della sorte.
Quando l’uomo si avvicinò a rialzare la rastrelliera, Rand trattenne il respiro. Rincantucciato nell’ombra addosso al muretto, vedeva la schiena e le spalle di Tammuz. Se quest’ultimo avesse girato la testa, non avrebbe potuto non vedere Rand e gli altri. Sempre lamentandosi, Tammuz rimise a posto i bastoni fumanti e tornò a passo deciso verso l’edificio in cui erano spariti gli altri.
Rand lasciò uscire il fiato e diede una rapida occhiata in quella direzione, poi si ritrasse nell’ombra. Alle finestre c’erano ancora alcune persone. «Abbiamo avuto già fin troppa fortuna, stasera» bisbigliò.
«Si dice che i grandi uomini si creino da soli la propria fortuna» commentò Selene.
«Smettila con questa solfa» la rimproverò lui stancamente. Avrebbe voluto che il profumo di Selene non gli desse tanto alla testa: trovava difficile pensare con chiarezza. Ricordava la sensazione del corpo di lei, quando l’aveva spinta a terra... morbido e solido, in una mistura che lo turbava... e anche questo non gli era d’aiuto.
«Rand?» Loial scrutava da dietro il muro, dalla parte opposta all’edificio illuminato. «Ce ne occorrerà ancora una buona dose, di fortuna.»
Rand cambiò posizione per guardare da sopra la spalla dell’Ogier. Al di là dello spiazzo, nel passaggio che portava alla porta priva di sbarra, tre Trolloc scrutavano cautamente dall’ombra le finestre illuminate. Una donna era affacciata, ma pareva non vederli.