Mat, con l’arco a tracolla, cavalcava con indifferenza e faceva girare in aria tre palle colorate; ma pareva più pallido di prima. Ora Verin lo esaminava due, tre volte al giorno e corrugava la fronte; Perrin era sicuro che almeno una volta l’Aes Sedai aveva provato la Guarigione, ma senza risultati visibili. In ogni caso, Verin pareva interessata a qualcosa di cui non parlava.
Rand, pensò Perrin, fissando la schiena dell’Aes Sedai. Verin cavalcava sempre in testa alla colonna, con Ingtar, e lo incitava a procedere più rapidamente di quanto lui non consentisse. Perrin si era convinto che Verin sapesse di Rand. Mentre esaminava le implicazioni di questo fatto, ricevette dai lupi immagini mentali: fattorie di pietra e villaggi a terrazze, tutti al di là dei picchi; i lupi li vedevano alla stessa maniera delle colline e dei campi, ma avevano l’impressione che fossero terreni rovinati. Per un istante Perrin condivise con i lupi il senso di rimpianto, ricordò luoghi che i due-zampe avevano da tempo abbandonato, le rapide corse fra gli alberi lo scatto secco di fauci mentre il cervo tentava la fuga... Con uno sforzo scacciò dalla mente i lupi, “Queste Aes Sedai ci distruggeranno tutti” si disse.
Ingtar rallentò per affiancarsi a Perrin. A volte, agli occhi di quest’ultimo, la mezzaluna sull’elmo del lord shienarese pareva un paio di corna di Trolloc. «Ripetimi cosa ti hanno riferito i lupi» disse piano Ingtar.
«L’ho già ripetuto dieci volte» brontolò Perrin.
«Ripetilo ancora! Nel caso che mi sia sfuggito un particolare, qualsiasi cosa che m’aiuti a ritrovare il Corno...» Inspirò a fondo e lasciò uscire il fiato lentamente. «Devo trovare il Corno di Valere, Perrin. Ripeti cosa t’hanno detto.»
«Qualcuno, durante la notte, ha assalito gli Amici delle Tenebre e ha ucciso i Trolloc di cui abbiamo trovato i cadaveri» disse Perrin. Ormai non provava più nausea, al ricordo dello spettacolo: corvi e avvoltoi fanno scempio, quando si cibano. «I lupi lo chiamano Ammazza-Ombra, ma non si sono avvicinati tanto da vederlo con chiarezza. Non ne hanno paura, solo una sorta di stupore reverenziale. Dicono che ora i Trolloc seguono Ammazza-Ombra. E che Fain è con i Trolloc.» Anche dopo tanto tempo, il ricordo dell’odore di Fain, la sensazione di quell’uomo, gli faceva torcere la bocca. «Quindi ci sarà con loro anche il resto degli Amici delle Tenebre.»
«Ammazza-Ombra» mormorò Ingtar. «Una creatura del Tenebroso, come i Myrddraal? Nella Macchia ho visto creature che potrebbero corrispondere al nome, ma... Non ti hanno detto altro?»
«Non vogliono avvicinarsi a lui. Non era un Fade. te l’ho detto, i lupi ucciderebbero un Fade più rapidamente di quanto non ucciderebbero un Trolloc, anche a costo di perdere metà del branco. Ingtar, i lupi che lo videro hanno trasmesso agli altri l’immagine, che da questi è passata ad altri ancora, prima d’arrivare a me. Posso solo dirti quel che mi hanno trasmesso; e dopo tanti passaggi...» Lasciò morire la frase, perché Huno s’avvicinava.
«Un Aiel fra le rocce» disse piano Huno.
«Così lontano dal Deserto?» si stupì Ingtar. Huno riuscì, senza cambiare espressione, ad assumere un’aria offesa e Ingtar soggiunse: «No, non metto in dubbio la tua parola. Sono solo sorpreso.»
«Aveva una maledetta voglia di farsi vedere da me, altrimenti non l’avrei mai visto» disse Huno, di malavoglia. «E sul maledetto viso non ha il velo, quindi non è in giro per uccidere. Ma quando vedi un maledetto Aiel, ce ne sono sempre altri che non vedi.» All’improvviso sgranò gli occhi. «La Luce m’incenerisca! Non voleva soltanto farsi vedere.» Segnò a dito l’uomo comparso sulla pista, davanti a loro.
Subito Masema abbassò la lancia, spronò il cavallo e lo lanciò al galoppo, imitato da tre altri soldati: quattro punte d’acciaio corsero verso l’uomo in mezzo alla pista.
«Fermi!» gridò Ingtar. «Fermi, ho detto! Farò mozzare le orecchie a chi non si ferma!»
Masema tirò con cattiveria le redini e fermò il cavallo; anche gli altri si fermarono, in una nube di polvere, a meno di dieci passi dallo sconosciuto, tenendolo sotto la minaccia delle lance. L’uomo alzò le mani per mandare via la polvere: la sua prima mossa.
Era alto, con la pelle scurita dal sole e capelli rossi tagliati corti, a parte un codino che gli arrivava alla spalla. Dagli stivali allacciati al ginocchio al fazzoletto legato lascamente intorno al collo, indossava abiti di varie sfumature di marrone e di grigio che si confondevano con il terreno e con le rocce. Da sopra la spalla spuntava l’estremità d’un corto arco di corno; dalla cintura pendevano su di un fianco la faretra irta di frecce e sull’altro un lungo coltellaccio. Nella sinistra l’Aiel stringeva uno scudo rotondo, di pelle, e tre corte lance.
«Non ho pifferai per suonare la musica» disse l’Aiel. Sorrise. «Ma se volete la danza...» Non cambiò posizione, però Perrin intuì che a un tratto era pronto a scattare. «Mi chiamo Urien» soggiunse l’Aiel. «Della setta delle Due Guglie, degli Aiel Reyn. Sono uno scudo Rosso. Ricordatevi di me.»
Ingtar smontò e avanzò verso l’Aiel, togliendosi l’elmo. Perrin esitò solo un attimo e si unì a lui: non poteva perdere l’opportunità di vedere da vicino un Aiel. Che si comportava come un Aiel dal velo nero. Nelle storie, gli Aiel erano micidiali e pericolosi come i Trolloc (alcune li definivano anche Amici delle Tenebre), ma col suo sorriso Urien non pareva pericoloso, anche se pronto a scattare. Aveva occhi azzurri.
«Assomiglia a Rand.» Perrin si girò: anche Mat si era unito a loro. «Forse Ingtar ha ragione» soggiunse piano Mat. «Forse Rand è un Aiel.»
Perrin annuì. «Ma questo non cambia niente» replicò.
«No, non cambia niente.» Dal tono, parve che Mat si riferisse anche ad altro.
«Siamo tutt’e due assai lontani da casa» disse Ingtar all’Aiel «e noi almeno non siamo venuti per combattere.»
Perrin cambiò opinione sul sorriso di Urien: l’Aiel pareva deluso.
«Certo, shienarese» disse Urien. Si girò verso Verin, che in quel momento smontava da cavallo, e le rivolse un bizzarro inchino: conficcò per terra le lance e protese la destra, palmo in alto. Assunse un tono pieno di rispetto. «Sapiente, la mia acqua è tua» disse.
Verin diede le redini a un soldato, si avvicinò e intanto esaminò l’Aiel. «Perché mi hai chiamata così? Mi hai scambiata per una Aiel?»
«No, Sapiente. Ma hai l’aria di chi ha fatto il viaggio a Rhuidean ed è sopravvissuta. Gli anni non toccano le Sapienti nel modo in cui toccano le altre donne e gli uomini.»
Sul viso dell’Aes Sedai comparve un’aria d’entusiasmo, ma Ingtar intervenne, impaziente. «Siamo sulla pista di Amici delle Tenebre e di Trolloc, Urien. Hai visto traccia di loro?»
«Trolloc? Qui?» Parve illuminarsi. «Uno dei segni di cui parlano le Profezie. Quando i Trolloc usciranno di nuovo dalla Macchia, noi lasceremo la Triplice Terra e riprenderemo i nostri antichi territori.»
Dagli shienaresi provenne qualche borbottio. Urien li guardò con tale orgoglio che parve guardarli dall’alto in basso.
«La Triplice Terra?» disse Mat.
Perrin pensò che fosse ancora più pallido; non proprio il pallore d’un malato, ma di chi sta per lungo tempo al chiuso.
«Voi la chiamate il Deserto» disse Urien, «Per noi, è la Triplice Terra. Pietra che lascia l’impronta, per fare noi; terreno di prova, per dimostrare il nostro valore; e punizione per il peccato.»
«Quale peccato?» domandò Mat. Perrin trattenne il fiato, incerto sulla reazione dell’Aiel.
Urien scrollò le spalle. «Accadde tanto tempo fa che nessuno lo ricorda» disse. «Tranne le Sapienti e i capi dei clan, che però non ne parlano. Fu di sicuro un peccato assai grave, se non vogliono parlarne, ma il Creatore ci punisce duramente.»