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Intanto erano salite a bordo le due donne in abiti femminili: una di loro tirava l’altra, servendosi d’un guinzaglio metallico color argento. Il guinzaglio andava dal braccialetto al polso della prima al collare intorno alla gola della seconda. Domon non capì se fosse intrecciato o giuntato (pareva tutt’e due) ma formava chiaramente un tutto unico con bracciale e collare. La prima donna l’aveva arrotolato, mentre l’altra saliva sul ponte. Quest’ultima indossava una comune veste grigia e rimase a braccia conserte e a occhi bassi. L’altra aveva riquadri rossi con l’emblema di fulmini ramificati color argento sul petto della veste azzurra e sui fianchi della sottana che le arrivava quasi alle caviglie degli stivali. Domon la guardò, a disagio.

«Parla lentamente, uomo» ordinò la donna dagli occhi azzurri, con la sua pronuncia confusa. Attraversò il ponte per porsi davanti a lui e lo fissò dal basso in alto, ma chissà come riuscì a sembrare più alta e più grossa di lui. «Sei più incomprensibile degli altri, in questa terra abbandonata dalla Luce. E io non sostengo d’essere del Sangue. Non ancora. Dopo il Corenne... Sono la capitana Egeanin.»

Domon ripeté lentamente la risposta, cercando di parlare con chiarezza, e soggiunse. «Sono un pacifico mercante, capitana. Non ho cattive intenzioni e non voglio immischiarmi nella vostra guerra.» Senza volerlo, diede un’altra occhiata alle due donne unite dal guinzaglio.

«Pacifico mercante?» ripeté Egeanin. «In questo caso sarai libero di andare per la tua strada, dopo aver giurato di nuovo fedeltà.» Notò l’occhiata di Domon e si girò a sorridere alle due donne, con l’orgoglio della proprietaria. «Ammiri la mia damane? Mi costa una grossa cifra, ma la vale fino all’ultimo centesimo. Pochi, anche fra i nobili, possiedono una damane; sono quasi tutte proprietà del trono. Lei è forte, mercante. Poteva ridurre a pezzettini la tua nave, se volevo.»

Domon fissò le due donne e il guinzaglio argenteo. Aveva collegato alle esplosioni in mare la donna con gli emblemi dei fulmini e aveva pensato che fosse un’Aes Sedai. Ora, dopo le parole di Egeanin, non sapeva più che cosa pensare. Nessuno poteva tenere al guinzaglio una... «È Aes Sedai?» domandò incredulo.

Non vide giungere il manrovescio, vibrato con noncuranza. Barcollò, con le labbra spaccate dal dorso metallico del guanto.

«Non si deve mai pronunciare quel nome» disse Egeanin, con tono calmo, ma pericoloso. «Ci sono solo le damane, le Incatenate; e ora servono in verità, oltre che in nome.» Aveva uno sguardo da far sembrare caldo il ghiaccio.

Domon inghiottì sangue e tenne lungo i fianchi le mani strette a pugno. Anche se avesse avuto una spada, non avrebbe spinto al massacro l’equipaggio, contro una decina di soldati in armatura; ma compì uno sforzo notevole per usare un tono umile. «Non intendevo mancare di rispetto, capitana. Non so niente di voi e delle vostre usanze. Se ti reco offesa, lo faccio per ignoranza, non per intenzione.»

Egeanin lo guardò. «Siete tutti ignoranti, capitano, ma tu pagherai il debito dei tuoi padri. Questa terra era nostra e tornerà nostra. Con il Ritorno, sarà di nuovo nostra.»

Domon non seppe che cosa replicare. Gli pareva impossibile che la donna volesse dire che quelle sciocchezze su Artur Hawkwing erano vere. Perciò rimase zitto.

«Farai rotta su Falme» proseguì Egeanin; Domon accennò a protestare e lei lo fulminò con lo sguardo. «Laggiù tu e la tua nave sarete esaminati. Se sei solo un pacifico mercante come sostieni, avrai il permesso d’andare per la tua strada, dopo avere prestato i giuramenti.»

«Giuramenti, capitana?»

«Di ubbidire, di aspettare, di servire. I tuoi antenati avrebbero dovuto ricordare.»

Radunò i suoi — tranne un uomo in armatura ordinaria, indice di basso rango, che le rivolse un profondo inchino — e si allontanò sulla scialuppa, in direzione della nave più grande. Il Seanchan rimasto sulla Spray non diede ordini: si limitò a sedersi sul ponte, a gambe incrociate, e cominciò ad affilare la spada, mentre l’equipaggio issava le vele e riprendeva la navigazione. Pareva incurante d’essere da solo: d’altra parte Domon avrebbe personalmente gettato fuori bordo ogni uomo dell’equipaggio che avesse osato alzare una mano su di lui, perché, mentre la Spray procedeva lungo la costa, la nave Seanchan seguiva più al largo, in acque profonde. Fra le due imbarcazioni c’era un miglio, ma Domon sapeva che la fuga era impossibile e intendeva riconsegnare a Egeanin il soldato, sano e salvo come se fosse stato cullato dalle braccia materne.

Il viaggio fino a Falme era lungo; alla fine Domon persuase il Seanchan a parlare un poco. Il soldato era un uomo dagli occhi scuri, di mezz’età, con una vecchia cicatrice sulla fronte e un’altra, più piccola, sul mento; si chiamava Caban e disprezzava chiunque vivesse al di qua dell’oceano Aryth. Forse, pensò Domon, quella gente era davvero... ma no, sarebbe stata follia. La parlata di Caban aveva la stessa cadenza di quella di Egeanin; però, mentre quella della donna pareva seta strusciata su acciaio, quella dell’uomo era raspare di cuoio su roccia; e Caban voleva parlare soprattutto di battaglie, di bevute e di donne. Domon non era sicuro se si riferisse a luoghi e tempi attuali o alle terre da cui proveniva. L’uomo era certamente poco disponibile a parlare di quello che Domon voleva sapere.

A un certo punto Domon gli rivolse una domanda sulla damane. Caban si allungò, dal punto dove sedeva davanti al timoniere, e con la punta della spada punzecchiò la gola di Domon. «Tieni a bada la lingua» disse. «Altrimenti la perderai. Sono cose che riguardano il Sangue, non quelli come te. O come me.» Sogghignò, mentre lo diceva, e subito dopo riprese a strisciare la cote sulla lama pesante e ricurva della spada.

Domon si toccò la gocciolina di sangue sgorgata sopra il colletto e decise di non toccare ancora l’argomento.

Più le due imbarcazioni s’avvicinavano a Falme, più oltrepassavano navi Seanchan, alte e tozze, alcune a vele spiegate, molte all’ancora. Ciascuna aveva prua quadrata e torrette, e per dimensioni uguagliava le più grandi navi che Domon avesse visto anche fra il Popolo del Mare. Alcune imbarcazioni locali, con la prua affilata e le vele sghembe, correvano sui flutti. Domon cominciò a credere che Egeanin non avesse mentito sulla possibilità di lasciarlo libero.

Quando la Spray raggiunse il promontorio dove sorgeva Falme, Domon guardò con sorpresa il gran numero di navi Seanchan ancorate fuori del porto. Cercò di contarle, ma rinunciò dopo la centesima: e non era ancora arrivato alla metà. Aveva già visto un numero così elevato d’imbarcazioni, a Illian, a Tear, perfino a Tanchico, ma comprendeva anche navi molto più piccole. Borbottando di malumore, guidò in porto la Spray, sotto la sorveglianza della nave Seanchan.

Falme sorgeva sopra una striscia di terra proprio in punta a Capo Toman. A ponente non aveva altro che l’oceano Aryth. Alte scogliere correvano ai lati, fino all’imboccatura del porto; in cima a una di esse, nel punto dove ogni nave doveva passare, c’erano le torri delle Vedette sulle Onde. Una gabbia pendeva lungo il fianco d’una torre: vi sedeva un uomo dall’aria depressa, con le gambe penzoloni fra le sbarre.

«E quello chi è?» domandò Domon.

Caban aveva finalmente terminato d’affilare la spada. Diede uno sguardo al punto indicato da Domon. «Ah, la Prima Vedetta» rispose. «Non l’uomo che al nostro arrivo sedeva sul seggio, naturalmente. Ogni volta che muore, ne scelgono un altro e noi lo mettiamo nella gabbia.»

«Ma perché?» domandò Domon.

Caban sorrise, mostrando troppi denti. «Hanno aspettato la cosa sbagliata e hanno dimenticato quel che avrebbero dovuto ricordare.»

Con uno sforzo Domon distolse gli occhi dal Seanchan. La Spray scivolò sull’ultima vera onda ed entrò nelle acque più calme del porto. Domon si disse che non erano affari suoi: lui era davvero un mercante.