Egeanin si fermò appena al di là della soglia. Domon stava per domandarle dov’erano e perché, ma lei lo zittì con un’occhiata feroce e un ringhio. Non si mosse, ma parve sul punto di saltellare. Reggeva, come se fosse prezioso, l’oggetto preso sulla Spray. Domon cercò d’indovinare che cosa fosse.
All’improvviso un gong risuonò piano e la donna Seanchan cadde sulle ginocchia, posando con cura accanto a sé l’oggetto avvolto nel pezzo di seta. A una sua occhiata, anche Domon si mise in ginocchio. I lord avevano abitudini bizzarre e Domon sospettò che quelle dei lord Seanchan fossero ancora più bizzarre.
Nel vano della porta in fondo alla sala comparvero due uomini. Uno aveva la parte sinistra del cranio rasata e il resto dei capelli biondo chiaro raccolti in una treccia che gli pendeva sull’orecchio e gli arrivava alla spalla. La veste giallo scuro era tanto lunga da lasciar scorgere solo la punta delle pantofole gialle, quando camminava. L’altro indossava una veste di seta azzurra, ricamata a uccelli, e tanto lunga da formare una spanna di strascico. Aveva il cranio rasato e le unghie lunghe almeno un dito; le prime due d’ogni mano erano laccate d’azzurro. Domon rimase a bocca aperta.
«Siete alla presenza del Sommo Signore Turak» intonò l’uomo dai capelli biondi «che guida Coloro che Precedono e aiuta il Ritorno.»
Egeanin si prostrò, mani lungo i fianchi. Domon s’affrettò a imitarla. Perfino i Sommi Signori di Tear, si disse, non avrebbero preteso un simile atto d’omaggio. Con la coda dell’occhio vide Egeanin baciare il pavimento. Storse la bocca e decise che c’erano dei limiti a tutto. Tanto, non potevano vedere che cosa faceva.
A un tratto Egeanin si alzò. Domon iniziò a imitarla, ma riuscì solo ad alzarsi in ginocchio, prima che un ringhio della donna e l’aria scandalizzata dell’uomo con la treccia lo facessero tomaie prostrato, faccia a terra. Non avrebbe fatto una cosa del genere, borbottò sottovoce, nemmeno per il Consiglio dei Nove e il re di Illian messi insieme.
«Ti chiami Egeanin?» Era di sicuro la voce dell’uomo in veste azzurra. La cadenza strascicata aveva un ritmo quasi cantilenante.
«Fui così chiamata nel mio giorno della spada, Sommo Signore» rispose umilmente Egeanin.
«Questo è un magnifico esemplare, Egeanin. Abbastanza raro. Vuoi un pagamento?»
«Che il Sommo Signore apprezzi è pagamento sufficiente. Vivo per servire, Sommo Signore.»
«Farò il tuo nome all’Imperatrice, Egeanin. Dopo il Ritorno, nuovi nomi saranno chiamati al Sangue. Mostra che sei idonea e diffonderai più in alto il nome Egeanin.»
«Il Sommo Signore mi onora.»
«Sì. Puoi lasciarmi.»
Domon riuscì solo a vedere gli stivali della donna procedere a ritroso verso l’uscita. La porta si chiuse dietro Egeanin. Seguì un lungo silenzio. Domon guardò le goccioline di sudore che dalla fronte gli cadevano sul pavimento. Turak parlò di nuovo.
«Puoi alzarti, mercante.»
Domon si alzò e vide l’oggetto che Turak reggeva fra le dita dalle lunghe unghie: il disco di cuendillar sagomato secondo l’antico sigillo Aes Sedai. Ricordando la reazione di Egeanin alla menzione delle Aes Sedai, cominciò a sudare a profusione. Non c’era astio, negli occhi scuri del Sommo Signore, solo una traccia di curiosità: ma Domon non si fidava dei signori.
«Sai cos’è questo oggetto, mercante?»
«No, Sommo Signore.» La risposta di Domon fu ferma come roccia: nessun mercante durava a lungo, se non sapeva mentire con faccia onesta e voce tranquilla.
«Eppure lo tenevi in un nascondiglio.»
«Raccolgo oggetti antichi, Sommo Signore. C’è chi li ruberebbe, se li trovasse a portata di mano.»
Per un momento Turak guardò il disco bianco e nero. «Questo è fatto di cuendillar, mercante. Conosci il nome? Ed è più antico di quanto tu forse non pensi. Vieni con me.»
Domon lo seguì cautamente e si sentì un po’ più sicuro: ogni signore delle terre che conosceva, se avesse voluto, avrebbe già chiamato le guardie. Ma da quel poco che aveva visto, i Seanchan non agivano come gli uomini normali. Si mantenne impassibile.
Fu condotto in un’altra stanza. I mobili provenivano di sicuro dal paese di Turak: parevano fatti di curve, senza linee rette, e il legno lucidissimo mostrava un’insolita grana. C’era una sola sedia, sopra un tappeto di seta a disegni d’uccelli e di fiori, e un ampio armadio circolare. Paraventi pieghevoli formavano nuove pareti.
L’uomo con la treccia aprì le ante dell’armadio e mise in mostra scaffali con un bizzarro assortimento di statuine, coppe, ciotole, vasi, non uno uguale all’altro in forma e dimensioni. Domon trattenne il fiato, quando Turak sistemò con cautela il disco accanto a un altro identico.
«Cuendillar» disse Turak. «Ecco che cosa colleziono io, mercante. Solo l’Imperatrice in persona ha una collezione più bella della mia.»
A Domon quasi schizzarono gli occhi dalle orbite: se il contenuto degli scaffali era davvero di cuendillar, bastava a comprare un regno o almeno a fondare una grande Casa. Perfino un re poteva ridursi all’elemosina per comprare tutti quegli oggetti, ammesso che sapesse dove trovarne in tale quantità. Domon sorrise.
«Sommo Signore, ti prego d’accettare in dono questo oggetto,» Non voleva privarsene, ma era meglio che far arrabbiare il Seanchan. E poi, forse gli Amici delle Tenebre avrebbero dato la caccia a lui, adesso. «Sono solo un semplice mercante. Voglio solo commerciare. Lasciami partire con la mia nave e ti prometto che...»
L’espressione di Turak non mutò, ma l’uomo con la treccia interruppe Domon, con un secco: «Cane irsuto! Parli di dare al Sommo Signore ciò che la capitana Egeanin gli ha già dato. Tu contratti come se il Sommo Signore fosse un... un mercante! Sarai scorticato vivo in nove giorni, cane, e..,» Un lieve movimento del dito di Turak lo zittì.
«Non posso permetterti di lasciarmi, mercante» disse il Sommo Signore. «In questa mala terra di gente che infrange i giuramenti, non trovo nessuno che sappia conversare con un uomo sensibile. Ma tu sei un collezionista. Forse la tua conversazione sarà interessante.» Si accomodò sulla sedia e studiò Domon.
Quest’ultimo mostrò quel che sperava fosse un sorriso suadente. «Sommo Signore, sono solo un mercante, un uomo semplice. Non possiedo l’abilità di conversare con i grandi Signori.»
L’uomo con la treccia gli scoccò un’occhiataccia. Parve che Turak non avesse udito la protesta. Da dietro un paravento comparve una ragazza snella e graziosa che s’inginocchiò accanto al Sommo Signore e gli porse un vassoio laccato sul quale c’era una coppa, sottile e priva di manico, con un liquido nero e fumante. Il viso della ragazza, scuro e tondo, aveva una vaga rassomiglianza con quelli del Popolo del Mare. Turak prese con delicatezza la coppa, senza mai guardare la giovane donna, e inalò i vapori. Domon guardò la ragazza e subito distolse lo sguardo, con un ansito soffocato: la veste di seta bianca ricamata a fiori era così diafana da lasciar vedere che al di sotto c’era solo un corpo nudo.
«L’aroma del kaf» disse Turak «è piacevole quasi quanto il sapore. Ora, mercante, so che qui la cuendillar è anche più rara che nel Seanchan. Dimmi come mai un semplice mercante ne possiede un pezzo.» Sorseggiò il kaf e attese.
Domon inspirò a fondo e si dispose a guadagnarsi a suon di bugie la via d’uscita da Palme.