«Questa gente è pazza» disse Rand, cercando una via d’uscita.
«Sì, milord.»
«Mi farò vedere con questi in mano, nella sala comune» disse lentamente Rand. Una cosa vista a mezzogiorno in una locanda, prima di sera era nota come minimo a dieci Case e prima del giorno dopo, a tutte le altre. «Non romperò i sigilli. In questo modo sapranno che per il momento non ho risposto né a un invito, né all’altro. Se aspettano di vedere da quale parte salto, forse riuscirò a guadagnare ancora qualche giorno. Ingtar arriverà presto. Deve arrivare!»
«Ecco un modo di pensare degno dei cairhienesi, milord» disse Hurin, con un sogghigno.
Rand gli lanciò un’occhiataccia e si mise in tasca le pergamene. «Andiamo, Loial» disse. «Forse Ingtar è arrivato.»
Nella sala comune, nessuno guardò Rand. Cuale puliva un vassoio come se dallo splendore dell’argento dipendesse la sua stessa vita. Le cameriere andavano avanti e indietro fra i tavoli, come se Rand e l’Ogier non esistessero. Tutti gli avventori, dal primo all’ultimo, fissavano il proprio boccale, come se i segreti del potere fossero nascosti nel vino o nella birra. Nessuno diceva una parola.
Dopo un momento, Rand trasse di tasca le due pergamene ed esaminò i sigilli; poi le rimise in tasca. Cuale sobbalzò, mentre Rand si dirigeva alla porta. Prima che l’uscio fosse chiuso, la conversazione era ripresa.
Rand percorse la via ad andatura così sostenuta che Loial non fu costretto ad accorciare il passo per stargli a fianco. «Dobbiamo trovare un modo di uscire dalla città, Loial. Questo trucco con gli inviti non durerà più d’un paio di giorni. Se Ingtar non sarà ancora giunto, dovremo andarcene comunque.»
«D’accordo» confermò Loial.
«Ma come?»
Loial cominciò a contare sulle dita. «Fain è nei dintorni della città, altrimenti a Fuoriporta non ci sarebbero stati i Trolloc. Se ce ne andiamo, li avremo addosso appena saremo fuori vista della città. Se ci uniamo a una carovana di mercanti, ci assaliranno di sicuro. Almeno sapessimo di quanti Trolloc e di quanti Amici delle Tenebre Fain dispone! Per fortuna ne hai eliminato qualcuno.» Non parlò del Trolloc che lui stesso aveva ucciso, ma dalla ruga sulla fronte e dal modo di tenere penzoloni le orecchie era chiaro che ci pensava.
«Non importa quanti sono» disse Rand. «Dieci valgono cento: se ci assalgono, non riusciremo a scamparla un’altra volta.»
«Lo penso anch’io. Non abbiamo soldi per pagarci il passaggio, ma anche se li avessimo e cercassimo di arrivare ai moli di Fuoriporta, non risolveremmo niente: di sicuro Fain avrà messo di guardia qualche Amico delle Tenebre. Se si convincerà che intendiamo andarcene per nave, se ne fregherà che la gente veda i Trolloc. E se riuscissimo a eliminarli tutti, dovremmo dare spiegazioni alle guardie della città. Nessuno crederà che non sappiamo come si apre lo scrigno e allora...»
«Non ho nessuna intenzione di mostrare lo scrigno ai cairhienesi. Loial.»
«Neppure i moli della città rappresentano una soluzione.» Quei moli erano riservati alle chiatte di granaglie e alle imbarcazioni da diporto dei nobili. Era proibito recarvisi, senza un permesso, «L’unico rifugio sicuro sarebbe Stedding Tsofu. Peccato che sia troppo lontano. I Trolloc non entrerebbero mai in uno stedding. Ma ci assalirebbero molto prima.»
Rand non rispose. Erano arrivati al corpo di guardia al di qua della porta da dove erano entrati a Cairhien. Fuoriporta formicolava di gente. Un paio di guardie teneva d’occhio i movimenti. Un uomo, vestito di stracci che un tempo erano stati un elegante abito shienarese, vide Rand e si ritrasse fra la folla. Rand lo notò, ma non poteva esserne sicuro; c’erano troppe persone, con l’abbigliamento tipico di troppi paesi, e tutte si muovevano di fretta. Salì i gradini ed entrò nel corpo di guardia, passando davanti a soldati in armatura, fermi ai lati della porta.
Nell’ampio vestibolo c’erano panche di legno per chi aveva da fare lì dentro, in genere gente in umile e paziente attesa, vestita con gli abiti scuri e brutti che indicavano i cittadini più poveri. Fra loro c’erano pochi abitanti di Fuoriporta, riconoscibili per le vesti trasandate e i colori vivaci, senza dubbio alla ricerca del permesso di lavorare dentro le mura.
Rand andò direttamente al lungo tavolo in fondo alla stanza. C’era solo un uomo, seduto a quel tavolo: un civile con una striscia verde di traverso sulla giubba e l’aria ben pasciuta, che riordinò gli scartafacci sul tavolo e spostò due volte il calamaio, prima di guardare, con un sorriso falso, Rand e Loial.
«Come posso esserti utile, milord?»
«Nello stesso modo di ieri» disse Rand, con più pazienza di quanta non ne provasse. «E l’altroieri e il giorno prima ancora. Lord Ingtar è arrivato?»
«Lord Ingtar, milord?»
Rand inspirò a fondo e lasciò uscire lentamente il fiato. «Lord Ingtar di Casa Shinowa, dello Shienar» precisò. «Lo stesso uomo di cui ho chiesto ogni giorno, da quando sono qui.»
«Nessuno con questo nome è entrato in città, milord.»
«Ne sei sicuro? Non devi almeno dare un’occhiata ai tuoi elenchi?»
«Milord, all’alba e al tramonto i corpi di guardia si scambiano l’elenco dei forestieri giunti a Cairhien e io esamino quelli che ricevo, appena me li consegnano. Da molto tempo a Cairhien non entra un lord dello Shienar.»
«E lady Selene? Prima che tu me lo chieda di nuovo, non conosco il nome della sua Casa. Ma già tre volte ti ho dato nome e descrizione. Non basta?»
L’uomo allargò le braccia. «Mi spiace, milord. Non sapendo a quale Casa appartiene, diventa una faccenda difficile.» Aveva in faccia un’espressione blanda. Rand si domandò se, anche sapendolo, glielo avrebbe detto.
Con la coda dell’occhio notò un movimento a una delle porte dietro il tavolo: un uomo stava per entrare nel vestibolo, ma si era subito ritirato.
«Forse il capitano Caldevwin mi può aiutare» disse Rand al funzionario.
«Il capitano Caldevwin, milord?»
«L’ho appena visto alle tue spalle.»
«Mi spiace, milord. Se nel corpo di guardia ci fosse un capitano Caldevwin, lo saprei.»
Rand rimase a fissare il funzionario, finché Loial non gli toccò la spalla. «Rand» disse l’Ogier «tanto vale andare via.»
«Grazie per l’aiuto» disse Rand, in tono asciutto. «Tornerò domani.»
«Sono lieto di fare quel che è in mio potere» rispose l’altro, con lo stesso sorriso falso.
Rand uscì dal corpo di guardia con tale rapidità che Loial fu costretto ad affrettarsi per raggiungerlo nella via.
«Mentiva, sai, Loial» disse Rand. Non rallentò, anzi allungò il passo, come per bruciare con l’esercizio fisico parte della frustrazione. «Caldevwin era là dentro. Quindi è possibile che menta su tutto. Forse Ingtar è già in città e ci cerca. E scommetto che quell’uomo sa anche dove si trova Selene.»
«Può darsi, Rand. Daes Dae’mar...»
«Luce santa, sono stufo di sentir parlare del Grande Gioco. Non voglio giocarlo. Non voglio averci niente a che fare.»
Loial gli camminò a fianco, senza replicare.
«Lo so» riprese Rand. «Pensano che io sia un lord e a Cairhien anche i lord stranieri fanno parte del Gioco. Non avessi mai indossato questa giubba!» Moiraine, si disse con amarezza, continuava a metterlo nei guai. Quasi subito, però, ammise con riluttanza che non poteva incolparla della situazione. Aveva avuto sempre un motivo per fingere d’essere quel che non era: prima per tenere alto il morale di Hurin, poi per fare colpo su Selene. Dopo, non c’era stato verso di togliersi di dosso l’etichetta di lord. Rallentò fino a fermarsi. «Quando Moiraine mi ha lasciato andare via, credevo che tutto si sarebbe semplificato di nuovo. Anche se inseguivo il Corno, anche se... anche per il resto.» Anche, si domandò, con Saidin nella testa? «Luce santa, cosa non darei perché tutto fosse di nuovo semplice come una volta!»
«Ta’veren» cominciò Loial.