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«Non voglio sentir parlare nemmeno di questo» lo bloccò subito Rand. Allungò di nuovo il passo. «Voglio solo dare il pugnale a Mat e il Corno a Ingtar.» E poi? Impazzire? Morire? Se fosse morto prima d’impazzire, almeno non avrebbe danneggiato nessuno. Ma non voleva nemmeno morire. Lan poteva parlare di Inguainare la spada, ma lui, Rand, era un pastore, non un Custode. «Se solo non lo tocco» borbottò «forse riesco a... Owyn ce l’ha quasi fatta.»

«Come, Rand? Non ho capito.»

«Niente, niente» rispose Rand, in tono stanco. «Vorrei che Ingtar fosse qui. E Mat e Perrin.»

Per un poco camminarono in silenzio. Rand rifletteva. Il nipote di Thom era durato quasi tre anni, incanalando il Potere solo quando lo riteneva indispensabile. Se Owyn era riuscito a limitarsi, era certo possibile non incanalare mai, per quanto seducente Saidin fosse.

«Rand» disse Loial. «C’è un incendio, più avanti.»

Rand lasciò perdere quei pensieri poco piacevoli e guardò, accigliato. Una densa colonna di fumo nero s’alzava sopra i tetti. Non si vedeva che cosa c’era alla base della colonna, ma il fumo era troppo vicino alla locanda.

«Amici delle Tenebre» disse, fissando il fumo. «I Trolloc non possono entrare senza farsi vedere, ma gli Amici delle Tenebre... Hurin!» Si lanciò di corsa, seguito da Loial.

Più si avvicinavano, più erano sicuri; girarono l’ultimo angolo e si trovarono davanti al Difensore del Muro del Drago: dalle finestre superiori della locanda usciva fumo e dal tetto scaturivano fiamme. Una folla si era raccolta davanti alla locanda. Cuale gridava e si scalmanava seguendo il lavoro di uomini che portavano nella via i mobili. Altri, in doppia fila, passavano secchi pieni d’acqua, da un pozzo in fondo alla via, e viceversa. La maggior parte della gente si limitava a guardare; un altro getto di fiamme scaturì dal tetto d’ardesia; la folla mandò esclamazioni di stupore.

Rand si aprì un varco fino al locandiere. «Dov’è Hurin?» domandò.

«Attenti, con quel tavolo!» gridò Cuale, sporco di fuliggine. «Non graffiatelo!» Sorpreso, guardò Rand. «Milord? Chi? Il tuo servitore? Non ricordo d’averlo visto, milord. Senza dubbio è uscito. Non far cadere quei candelieri, stupido! Sono d’argento!» Si allontanò e continuò a vociare contro gli uomini che portavano in salvo l’arredamento della locanda.

«Hurin non sarebbe uscito» disse Loial. «Non avrebbe mai abbandonato il...» Si guardò intorno e non terminò la frase. Alcuni spettatori, pareva, trovavano un Ogier interessante quanto l’incendio.

«Lo so» disse Rand. Si tuffò nell’edificio.

A giudicare dalla sala comune, nessuno avrebbe detto che la locanda andava a fuoco. La doppia fila di uomini proseguiva sulla scala, passando i secchi; altri portavano fuori i mobili rimasti; ma non c’era più fumo di quanto ce n’era se in cucina bruciava un pezzo d’arrosto. Mentre Rand saliva la scala, il fumo divenne più denso. Tossendo, Rand si lanciò di corsa.

La doppia fila si fermava al secondo pianerottolo. Gli uomini gettavano acqua nel corridoio pieno di fumo nero, dove fiamme rossastre guizzavano e lambivano le pareti.

Un uomo afferrò Rand per il braccio. «Non puoi salire, milord. Al piano di sopra, tutto è perduto. Ogier, faglielo capire.»

Solo allora Rand s’accorse che Loial l’aveva seguito. «Indietro, Loial» disse. «Lo porterò fuori.»

«Non puoi portare Hurin e scrigno insieme, Rand» replicò l’Ogier. Si strinse nelle spalle. «E poi, non lascerò bruciare i miei libri.»

«Allora tieniti basso. Sotto il fumo.» Si lasciò cadere carponi e salì gli ultimi gradini. Contro il pavimento, l’aria era respirabile, anche se il fumo faceva tossire. Tuttavia anche l’aria pareva ardente. Rand non riusciva a respirare solo dal naso. Usò la bocca e si sentì seccare la lingua.

Un getto d’acqua lo colpì, inzuppandolo. La frescura fu sollievo momentaneo. Rand avanzò strisciando, deciso, capì di avere alle spalle Loial solo perché lo sentiva tossire.

Una parete del corridoio pareva solida fiamma e nelle vicinanze il pavimento aveva già iniziato ad aggiungere riccioli di fumo alla nube addensata in alto. Rand fu contento di non scorgere che cosa c’era sopra il fumo: gli bastava udire gli scricchiolii di malaugurio.

La porta della stanza di Hurin non aveva ancora preso fuoco, ma era tanto calda che Rand riuscì ad aprirla solo al secondo tentativo. Vide subito Hurin, disteso scompostamente sul pavimento, Strisciò accanto a lui e lo sollevò: l’annusatore aveva in testa un bernoccolo grosso come una prugna.

Hurin aprì gli occhi, confuso. «Lord Rand?» mormorò debolmente. «...bussato alla porta... credevo altri invi...» Rovesciò gli occhi. Rand gli cercò il battito del cuore e sospirò di sollievo.

«Rand...» Loial tossì. Era accanto al letto. Le coperte scostate mostravano le assi del pavimento. Lo scrigno era scomparso.

Sopra il fumo, il soffitto scricchiolò; caddero pezzi di legno ardente.

«Prendi i tuoi libri» disse Rand. «Io porto Hurin. Sbrigati!» Iniziò a mettersi in spalla il corpo inerte di Hurin, ma Loial glielo tolse.

«I libri brucino pure, Rand. Non puoi portarlo in spalla e strisciare; se ti alzi, non arriverai mai alla scala.» Si mise sulla schiena Hurin. Il soffitto scricchiolò rumorosamente. «Sbrighiamoci, Rand.»

«Vai, Loial. Ti seguo.»

L’Ogier strisciò nel corridoio e Rand gli andò dietro. Poi si fermò e guardò la porta interna. Nella sua stanza c’era lo stendardo. Lo stendardo del Drago. “Che bruci!" pensò. Gli parve di udire la voce di Moiraine: «La tua vita può dipendere da esso». “Cerca ancora di usarmi. Le Aes Sedai non mentono mai."

Con un grugnito, rotolò sul pavimento e con un calcio spalancò la porta.

L’altra stanza era tutta in fiamme. Il letto era un falò, lingue di fiamma già correvano sul pavimento. Impossibile strisciarvi sopra. Rand si alzò, corse acquattato nella stanza, tossendo e soffocando. La giubba bagnata mandava fumo. Un lato dell’armadio bruciava, Rand spalancò l’anta. Dentro c’erano le bisacce, ancora intatte. Una era gonfia per lo stendardo di Lews Therin Telamon; accanto all’altra c’era l’astuccio di legno col flauto. Per un istante Rand esitò: poteva ancora lasciarlo bruciare.

Il soffitto mandò un gemito. Rand afferrò le bisacce e l’astuccio. Si tuffò verso la porta e atterrò sulle ginocchia, mentre pezzi di travatura in fiamme si schiantavano nel punto dove si era trovato l’attimo prima. Trascinando il carico, strisciò nel corridoio. Il pavimento tremò per la caduta di altri pezzi di travatura.

Rand arrivò alla scala e vide che gli uomini con i secchi erano spariti. Scivolò lungo i gradini fino al pianerottolo, si mise in piedi, attraversò di corsa l’edificio ormai vuoto e uscì nella via. Gli astanti lo fissarono: con la faccia annerita e la giubba coperta di fuliggine, Rand barcollò fino alla casa di fronte: Loial aveva appoggiato Hurin alla parete. Una donna puliva con uno straccio il viso dell’annusatore, che però teneva ancora gli occhi chiusi e aveva il respiro irregolare.

«Non c’è una Sapiente qui vicino?» domandò Rand. «Ha bisogno d’aiuto.»

La donna lo guardò, senza espressione. Rand cercò di ricordare gli altri nomi con cui aveva udito definire le Sapienti, fuori dei Fiumi Gemelli. « Una Curatrice? Una donna chiamata Mamma qualcosa? Una donna che conosce le erbe e i medicamenti?»

«Io sono Lettrice, se è questo che intendi» rispose la donna. «Ma per lui non so cosa fare, se non metterlo comodo. Ho paura che abbia qualcosa di rotto dentro la testa.»

«Rand! Sei proprio tu!»

Rand sgranò gli occhi. Mat, con l’arco a tracolla, spingeva tra la ressa il proprio cavallo. Un Mat dal viso più tirato, dal sorriso più pallido, ma sempre Mat. E dietro di lui veniva Perrin: i suoi occhi gialli brillavano alla luce dell’incendio e attiravano sguardi di stupore quanto le fiamme. Ingtar, con una giubba dal collo alto al posto dell’armatura, ma sempre con la spada che sporgeva da sopra la spalla, smontava da cavallo.