Rand sentì un brivido. «Siete giunti tardi» disse. «Troppo tardi.» Si lasciò cadere seduto sulla via e cominciò a ridere.
31
Sulle tracce
Rand non si accorse della presenza di Verin finché l’Aes Sedai non gli prese fra le mani il viso. Per un momento scorse negli occhi della donna la preoccupazione, forse perfino la paura; poi, all’improvviso, si sentì come sotto un getto d’acqua gelida: non bagnato, ma con la pelle d’oca. Rabbrividì e smise di ridere. Verin lo lasciò e si accoccolò accanto a Hurin. La Lettrice guardò con diffidenza l’Aes Sedai. E Rand pure. Che cosa faceva, lì? Come se non lo sapesse.
«Dove sei andato?» domandò Mat, con voce rauca. «Sei scomparso senza una parola e ora ricompari a Cairhien prima di noi. Loial?» L’Ogier si strinse nelle spalle e guardò la folla, agitando le orecchie. Metà della gente non guardava più l’incendio, osservava i nuovi venuti. Alcuni s’avvicinarono per ascoltare.
Rand lasciò che Perrin lo prendesse per la mano e lo tirasse in piedi. «Come avete fatto a trovare la locanda?» domandò. Diede un’occhiata a Verin, in ginocchio, con le mani sulla testa di Hurin. «È stata lei?»
«In un certo senso» rispose Perrin. «Le guardie alla porta volevano i nostri nomi e un tale, uscito dalla guardiola, ha fatto un salto nell’udire quello di Ingtar. Ha detto di non averlo mai sentito, ma aveva sulle labbra un sorriso che gridava ‘bugia’ a un miglio di distanza.»
«Credo di sapere a chi ti riferisci. Ha sempre quel sorriso sulle labbra.»
«Verin gli ha mostrato l’anello» intervenne Mat «e gli ha mormorato qualcosa.» Aveva l’aria da malato, guance rosse e lucide, ma riuscì a sogghignare. «Non ho udito cosa gli ha detto, ma non sapevo se gli sarebbero schizzati gli occhi dalle orbite o se avrebbe prima inghiottito la lingua. Tutt’a un tratto non riusciva a fare abbastanza per noi. Ha detto che ci aspettavi e dove alloggiavi. Si è offerto di guidarci lui stesso, ma ha tirato un sospiro di sollievo, quando Verin non ha accettato.» Sbuffò. «Lord Rand di Casa al’Thor.»
«Una storia troppo lunga per spiegarla ora» disse Rand. «Dove sono Huno e gli altri? Avremo bisogno di loro.»
«A Fuoriporta» rispose Mat, accigliandosi, e proseguì lentamente: «Huno ha detto che preferivano stare lì, anziché dentro le mura. Da quel che ho visto, non gli do torto, Rand, perché abbiamo bisogno di Huno? Li hai trovati?»
Era il momento, capì Rand a un tratto, che aveva cercato di evitare. Inspirò a fondo e guardò negli occhi il suo amico. «Mat, avevo il pugnale e l’ho perduto. Gli Amici delle Tenebre se lo sono ripreso.» Udì gli ansiti di meraviglia dei cairhienesi, ma non vi badò. Giocassero pure il loro Grande Gioco, se volevano; Ingtar era giunto e finalmente lui, Rand, non vi sarebbe stato più implicato. «Però non possono essere tanto lontano.»
Ingtar era rimasto in silenzio; ora avanzò d’un passo e prese per il braccio Rand. «L’avevi? E il...» Diede un’occhiata agli astanti. «E l’altra cosa?»
«Si sono ripresi anche quello» disse Rand, piano. Ingtar batté sulla mano il pugno e si girò; alcuni cairhienesi indietreggiarono, nel vedere la sua espressione.
Mat si morsicò il labbro, poi scosse la testa. «Non sapevo che l’avessi trovato, quindi non è come se l’avessi perduto di nuovo: è solo ancora da trovare.» Era chiaro che parlava del pugnale, non del Corno di Valere. «Lo troveremo di nuovo. Abbiamo due annusatoli, adesso. Anche Perrin è un annusatore. Ha seguito la pista fino a Fuoriporta, quando sei scomparso con Hurin e Loial. Pensavo che fossi semplicemente fuggito... be’, sai cosa voglio dire. Ma dove sei andato? Ancora non riesco a capire come hai fatto a precederci. Quel tipo ha detto che sei qui da diversi giorni.»
Rand lanciò un’occhiata a Perrin ("Anche lui annusatore?" pensò) e scoprì che Perrin lo studiava a sua volta. Gli parve pure che borbottasse qualcosa... L’Ammazza-Ombra? Aveva di certo capito male. Gli occhi gialli di Perrin sostennero per un momento il suo sguardo e parvero contenere segreti su di lui. Rand si disse che si lasciava prendere dalle fantasticherie... no, non era impazzito, non ancora... e distolse lo sguardo.
In quel momento Verin aiutava Hurin, ancora scosso, a mettersi in piedi. «Mi sento a posto come piume d’oca» diceva Hurin. «Ancora un po’ stanco, ma...» Lasciò in sospeso la frase; parve accorgersi di lei solo in quel momento e capire che cos’era accaduto.
«La stanchezza durerà qualche ora» gli disse Verin. «Il corpo fa fatica a guarire in fretta.»
La Lettrice cairhienese si alzò. «Aes Sedai?» disse piano. Verin inclinò la testa e la Lettrice le rivolse una riverenza.
Per quanto dette a bassa voce, le parole Aes Sedai corsero tra la folla, in toni che andavano dallo stupore reverenziale alla paura e all’offesa. Ora tutti guardavano... neppure Cuale badava alla locanda in fiamme. Rand pensò che un po’ di prudenza non era sprecata, in fin dei conti.
«Avete già preso alloggio?» domandò. «Non possiamo discutere qui.»
«Buona idea» disse Verin. «Mi sono già fermata qualche volta al Grande Albero. Andremo lì.»
Loial andò a prendere i cavalli (il tetto della locanda ormai era crollato, ma le stalle erano intatte) e poco dopo percorrevano le vie, tutti a cavallo, tranne l’Ogier, che disse d’essersi riabituato ad andare a piedi. Perrin reggeva la cavezza d’un cavallo da soma.
«Hurin» disse Rand «fra quanto sarai in grado di seguire la loro pista? Ce la farai? Chi ti ha colpito e incendiato la locanda ha lasciato una traccia, vero?»
«Anche subito, milord. Ne sento l’odore nella via. Ma non durerà molto. Non c’erano Trolloc, erano solo persone. E non hanno ucciso nessuno. Amici delle Tenebre, penso, ma non si può essere sicuri, a fiuto. Passerà un giorno, forse, prima che l’odore svanisca.»
«Rand, credo che nemmeno loro sappiano aprire lo scrigno» disse Loial. «Altrimenti avrebbero preso solo il Corno. Sarebbe stato più facile da portare.»
Rand annuì. «L’avranno messo su di un carro o su di un cavallo. Passata Fuoriporta, si uniranno di sicuro ai Trolloc. Allora, Hurin, sarai in grado di seguire le loro tracce.»
«Certo, milord.»
«Perciò ti riposerai, finché non ti sarai ripreso.» L’annusatore pareva tranquillo, ma si teneva abbandonato sulla sella e aveva l’aria stanca. «Nel caso peggiore, ci precedono solo di qualche ora. Se ci diamo da fare...» A un tratto s’accorse che gli altri lo fissavano, Verin e Ingtar, Mat e Perrin. Incosciamente, aveva assunto il comando. Arrossì. «Chiedo scusa, Ingtar. Solo, negli ultimi giorni mi sono abituato a prendere le decisioni. Non volevo mettermi al tuo posto.»
Ingtar annuì lentamente.
«Moiraine ha scelto bene, quando ha detto a lord Agelmar di nominarti mio secondo. Forse sarebbe stato meglio se l’Amyrlin Seat avesse affidato a te il comando.» Scoppiò a ridere. «Tu, almeno, sei riuscito a mettere le mani sul Corno!»
Dopo questa battuta, continuarono in silenzio.
Il Grande Albero pareva la locanda gemella del Difensore del Muro del Drago: un alto edificio quadrato, di pietra, con la sala comune rivestita di pannelli di legno scuro e rifiniture d’argento, e con un grosso orologio sulla mensola del camino. La padrona pareva la sorella di Cuale: comare Tiedra aveva lo stesso aspetto grassoccio, gli stessi modi untuosi... e gli stessi occhi acuti, la stessa aria d’ascoltare quel che c’era dietro le parole. Ma conosceva Verin e il suo sorriso di benvenuto per l’Aes Sedai fu caloroso; non nominò mai le Aes Sedai, ma Rand era sicuro che la donna sapesse.
Tiedra e uno sciame di persone di servizio provvidero a sistemare i cavalli e accompagnarono i clienti nelle loro stanze. Quella di Rand era bella come l’altra andata a fuoco, ma lui era più interessato alla grossa vasca di rame che due servitori portarono a fatica nella stanza e ai secchi d’acqua fumante che le sguattere portarono su dalla cucina. Un’occhiata allo specchio sopra il lavabo gli mostrò un viso che pareva sfregato con la carbonella e la giubba piena di macchie nere.