Rand si spogliò e s’infilò nella vasca; mentre si lavava, cominciò a riflettere. Verin era lì. Una delle tre Aes Sedai che non avrebbero cercato di domarlo né di consegnarlo nelle mani di quelle che l’avrebbero domato. In apparenza, almeno. Una delle tre che volevano fargli credere d’essere il Drago Rinato, per usarlo come falso Drago. Verin rappresentava gli occhi di Moiraine che lo sorvegliavano, la mano di Moiraine che lo muoveva tirando i fili. Ma lui li aveva tagliati, quei fili.
I servitori avevano portato nella stanza le bisacce e un fagotto con abiti puliti. Rand si asciugò e aprì il fagotto... e sospirò. Aveva dimenticato che tutte le altre giubbe erano eleganti come quella buttata sulla spalliera d’una sedia perché la cameriera la pulisse. Dopo un momento, scelse la giubba nera, che sì adattava al suo umore. Nell’alto colletto c’erano aironi d’argento e lungo le maniche erano ricamate due rapide d’argento, acqua che si mutava in spuma contro rocce frastagliate.
Mentre trasferiva varie cose dalla giubba sporca a quella pulita, Rand trovò le pergamene. Senza pensarci, mise in tasca gli inviti e studiò i due biglietti di Selene. Si domandò come era stato così sciocco. Selene era la bellissima figlia d’una Casa nobile. Lui era un pastore che le Aes Sedai cercavano d’usare, un uomo condannato a impazzire, se non moriva prima. Tuttavia, solo a guardare i biglietti, era ancora attratto da lei: quasi sentiva ancora il suo profumo.
«Sono un pastore» disse ai biglietti. «Non un uomo importante. E se potessi sposare una ragazza, sposerei Egwene; ma lei vuol diventare Aes Sedai. E come posso amare una donna, sapendo che finirò per impazzire e forse per uccidere anche lei?»
Le parole però non offuscarono il ricordo della bellezza di Selene, né il modo in cui lei gli scaldava il sangue, solo guardandolo. A Rand parve che Selene fosse con lui nella stanza, quasi sentì il suo profumo, tanto che si guardò intorno e si mise a ridere, vedendo d’essere solo.
«Ho le traveggole, come se fossi già impazzito» borbottò.
D’impulso, tolse la protezione al lume sul comodino e spinse sulla fiamma i due biglietti. Fuori della locanda, il vento crebbe d’intensità, filtrò dagli scuri e alimentò le fiamme che avvolsero i fogli di pergamena. Rand si affrettò a gettarli nel camino spento, per non bruciarsi le dita. Aspettò che l’ultimo frammento annerito si spegnesse, poi si agganciò la spada e uscì.
Verin aveva preso una stanza da pranzo privata, i cui scaffali lungo le pareti scure contenevano più argenteria di quelli della sala comune. Mat faceva il giocoliere, usando tre uova sode al posto delle palle colorate, e cercava di mostrarsi indifferente. Ingtar, con la fronte corrugata, scrutava il camino spento. Loial, che nelle tasche aveva ancora alcuni libri presi a Fal Dara, leggeva seduto accanto a un lume.
Perrin, seduto scompostamente al tavolo, si guardava le mani. Per lui, la stanza odorava della cera d’api usata per lucidare i pannelli di legno. “Era lui” pensava. “Rand è l’Ammazza-Ombra. Luce santa, cosa succede a noi tutti?" Strinse le mani a pugno. “Queste mani erano destinate al maglio da fabbro, non all’ascia da guerra."
All’ingresso di Rand, alzò gli occhi: l’amico gli parve determinato, come se avesse deciso la linea da seguire. L’Aes Sedai indicò a Rand di sedersi di fronte a lei.
«Hurin come sta?» domandò Rand, sistemando la spada in modo da sedersi comodamente. «Riposa?»
«Ha insistito per uscire» intervenne Ingtar. «Gli ho detto di seguire la traccia solo finché non avesse fiutato i Trolloc. Lo raggiungeremo domani. O vuoi partire all’inseguimento stasera stessa?»
«Ingtar» disse Rand, a disagio «sul serio, non volevo prendere il comando. Ho parlato senza riflettere.» Ma non con lo stesso nervosismo che avrebbe mostrato un tempo, pensò Perrin. Ammazza-Ombra. Stavano cambiando, tutt’e tre.
Ingtar non rispose, ma continuò a fissare il camino.
«Ci sono alcune cose che m’interessano moltissimo, Rand» disse Verin, a bassa voce. «Come sei svanito dall’accampamento senza lasciare traccia. Come sei arrivato a Cairhien una settimana prima di noi. Quel funzionario è stato chiarissimo, su questo punto. Avresti dovuto volare.»
Un uovo sodo cadde per terra e si ruppe. Mat però non lo guardò: fissava Rand. Anche Ingtar si era girato. Loial fingeva ancora di leggere, ma aveva l’aria preoccupata e le orecchie dritte.
Perrin s’accorse di fissare anche lui Rand. «Be’, non ha volato» disse. «Non gli vedo ali. Forse ha da raccontarci cose più importanti.»
Verin spostò su di lui l’attenzione, solo per un momento. Perrin riuscì a sostenerne lo sguardo, ma fu il primo ad abbassare gli occhi. Aes Sedai! Perché erano stati così sciocchi da seguire un’Aes Sedai? Rand gli rivolse un’occhiata di gratitudine e Perrin rispose con un sogghigno. Non era il Rand d’una volta... pareva nato con quella giubba elegante che ora gli stava a pennello... ma era pur sempre il ragazzo che aveva visto crescere. Ammazza-Ombra. Un uomo che i lupi guardavano con timore reverenziale. Un uomo in grado d’incanalare il Potere.
«Non c’è nessun segreto» disse Rand. E raccontò con semplicità quel che era accaduto.
Perrin si ritrovò a guardarlo a bocca aperta. Pietre Portali. Altri mondi dove il terreno pareva cambiare posizione. Hurin sulla pista che gli Amici delle Tenebre avrebbero potuto lasciare. E una bellissima donna in pericolo, proprio come nelle storie dei menestrelli.
Mat fischiò piano, stupito. «E lei ti ha riportato indietro? Per mezzo di una di queste... Pietre?»
Rand esitò solo un istante.
«Di sicuro è stata lei» rispose. «Per questo siamo giunti molto prima di voi. Quando Fain arrivò, Loial e io riuscimmo nella notte a riprendere il Corno di Valere. Siamo venuti a Cairhien perché non pensavo di riuscire a passare in mezzo a loro, dopo averli svegliati. Ingtar avrebbe continuato verso meridione, alla loro caccia, e prima o poi sarebbe giunto a Cairhien.»
Ammazza-Ombra. Rand guardò, incuriosito, Perrin e quest’ultimo si rese conto d’avere parlato ad alta voce; ma non tanto da farsi udire dagli altri, pareva, perché nessuno gli rivolse occhiate di curiosità. Ebbe voglia di parlare dei lupi a Rand. Conosceva il segreto di Rand e sarebbe stato giusto che anche lui sapesse il suo. Ma c’era Verin: non poteva parlare di fronte a lei.
«Interessante» commentò l’Aes Sedai, con aria pensierosa. «Mi piacerebbe moltissimo conoscere la ragazza. Se può usare una Pietra Portale... Perfino il nome è poco noto.» Si scosse. «Be’, sarà per un’altra volta. Non dovrebbe essere difficile trovare, fra le Case cairhienesi, una ragazza d’alta statura. Ah, ecco il nostro pranzo.»
Perrin sentì profumo d’agnello ancora prima che comare Tiedra precedesse il piccolo corteo con i vassoi di cibo. Si sentì venire l’acquolina, più per la carne che per i piselli e le zucchine, le carote e i cavoli di contorno, o le pagnotte calde e croccanti. Trovava ancora saporite le verdure, ma a volte, negli ultimi tempi, sognava la carne rossa. Cruda, di solito. Sconcertato, si scoprì a pensare che le belle fettine d’agnello appena tagliate dalla locandiera erano fin troppo cotte. Prese una porzione di tutto. E due porzioni d’agnello.
Fu un pranzo silenzioso, durante il quale tutti erano presi dai propri pensieri. Perrin trovò doloroso guardar mangiare Mat: aveva l’appetito di sempre, malgrado il rossore febbrile del viso, e puliva il piatto come chi fa l’ultimo pasto prima di morire. Perrin cercò di alzare il meno possibile gli occhi dal piatto e rimpianse che lui e i suoi amici avessero lasciato Emond’s Field.
Le cameriere sparecchiarono e uscirono. Verin insistette perché rimanessero tutti insieme fino al ritorno di Hurin. «Potrebbe portarci notizie tali da indurci a partire subito» spiegò.