«Che cos’è?» domandò Rand.
«Un sa’angreal» rispose Verin. Lo disse come se fosse davvero cosa di scarsa importanza, ma Perrin a un tratto ebbe la sensazione che Rand e Verin erano entrati in una conversazione privata e dicevano cose che nessun altro poteva udire. «Parte di una coppia: i due più grandi sa’angreal che si conoscano. Una coppia bizzarra, per giunta. Il primo, ancora sotterrato a Tremalking, può essere usato solo da una donna. Questo, solo da un uomo. Furono fabbricati durante la Guerra dei Poteri e dovevano essere armi; ma se c’è qualcosa per cui essere grati, nella fine di quell’Epoca o nella Frattura del Mondo, è proprio il fatto che la fine sia giunta prima che le due armi fossero usate. Insieme, sono abbastanza potenti da provocare una nuova Frattura del Mondo, forse peggiore della prima.»
Perrin strinse i pugni. Evitò di guardare Rand, ma anche con la coda dell’occhio vide che era sbiancato. Pensò che avesse paura e non lo biasimò affatto.
Anche Ingtar parve scosso. «Quella statua dovrebbe essere sotterrata di nuovo, il più profondamente possibile» disse. «Cosa sarebbe accaduto, se Logain l’avesse trovata? O qualsiasi disgraziato in grado d’incanalare il Potere, anche se non si proclama il Drago Rinato? Verin Sedai, devi avvisare Galldrian dei pericoli che corre.»
«Cosa? Oh, non ce n’è bisogno, penso. I due sa’angreal devono essere usati contemporaneamente, per utilizzare l’Unico Potere in quantità sufficiente a provocare la Frattura del Mondo. Era così, nell’Epoca Leggendaria: uomo e donna, insieme, erano dieci volte più potenti di ciascuno da solo. E quale Aes Sedai, al giorno d’oggi, aiuterebbe un uomo a incanalare il Potere? Un’Aes Sedai da sola è abbastanza potente, ma conosco ben poche donne tanto forti da sopravvivere al flusso che passa attraverso il sa’angreal di Tremalking. L’Amyrlin, ovviamente. Moiraine e Elaida. Forse un altro paio. E tre ancora in addestramento. In quanto a Logain, gli sarebbe occorsa tutta la sua forza solo per evitare d’essere ridotto a tizzone bruciato. No, Ingtar, non credo che tu ti debba preoccupare. Almeno, finché il vero Drago Rinato non si manifesta; e allora avremo ben altre preoccupazioni. Pensiamo invece a come agire appena saremo nel palazzo di Barthanes.»
Parlava a Rand. Perrin lo capì; anche Mat, a giudicare dall’aria disgustata, se ne era accorto. Persino Loial si mosse a disagio sulla poltrona. “Luce santa, Rand” pensò Perrin. “Non lasciarti usare da lei!"
Rand premette sul piano del tavolo le mani, con tanta forza da far sbiancare le nocche, ma parlò con voce ferma e non staccò mai lo sguardo dall’Aes Sedai. «Prima dobbiamo riprendere il Corno e il pugnale. E poi basta, Verin. Poi basta.»
Guardando il sorriso di Verin, lieve e misterioso, Perrin provò un brivido. Secondo lui, Rand non sapeva nemmeno la metà di quel che credeva di sapere. Nemmeno la metà.
32
Parole pericolose
Il palazzo di lord Barthanes, acquattato nella notte come un rospo gigantesco, occupava un’estensione di terreno degna d’una roccaforte, con tutte le mura e gli edifici esterni. Però non era una fortezza, dappertutto c’erano finestre illuminate da cui provenivano musica e risa. Però in cima alle torri e sui camminamenti lungo il tetto c’erano guardie e nessuna finestra era vicina al suolo. Rand smontò da cavallo, si lisciò la giubba e si aggiustò il cinturone. Gli altri smontarono intorno a lui, alla base di un’ampia scalinata di pietra bianca che portava alla porta di legno scolpito.
Dieci shienaresi, agli ordini di Huno, formavano la scorta. Huno scambiò con Ingtar un cenno d’intesa e condusse i suoi uomini a unirsi alle altre scorte, accanto a un grosso falò, dove un bue intero arrostiva sullo spiedo e scorrevano fiumi di birra.
Gli altri dieci shienaresi erano rimasti indietro, con Perrin. Quella sera ciascuno doveva avere un compito ben preciso, aveva detto Verin, e Perrin era di troppo. La scorta era necessaria per salvaguardare il prestigio agli occhi dei cairhienesi; ma, se avesse compreso più di dieci soldati, sarebbe parsa sospetta. Rand era lì perché era stato invitato; Loial partecipava perché gli Ogier erano ricercati, nell’alta nobiltà cairhienese. Hurin fingeva d’essere il valletto di Ingtar. Il suo compito era quello di fiutare Amici delle Tenebre e Trolloc, se possibile: il Corno di Valere sarebbe stato nelle loro vicinanze. Mat, che ancora brontolava, si fingeva il valletto di Rand, dal momento che, da breve distanza, poteva sentire la presenza del pugnale. Se Hurin falliva, forse lui sarebbe riuscito a trovare gli Amici delle Tenebre.
Rand aveva chiesto a Verin perché anche lei era presente e l’Aes Sedai aveva sorriso. «Per tenervi fuori dei guai» aveva risposto.
Mentre salivano la scalinata, Mat brontolò: «Ancora non capisco perché devo fare il valletto.» Lui e Hurin venivano dietro gli altri. «La Luce mi fulmini, se Rand può fare il lord, anch’io posso mettermi una giubba elegante.»
«Un valletto» disse Verin, senza girarsi a guardarlo «può andare in molti posti dove un altro non può; molti nobili non lo vedrebbero nemmeno. Tu e Hurin avete i vostri compiti.»
«Adesso fai silenzio, Mat» intervenne Ingtar «se non vuoi farci scoprire.» Si avvicinavano alla porta, dove stazionavano sei guardie, sulla cui giubba c’era l’emblema di Casa Damodred, l’Albero e la Corona; accanto a loro c’era un numero uguale di uomini in livrea verde scuro, con lo stesso emblema sulla manica.
Rand trasse un respiro profondo e tese l’invito. «Sono lord Rand di Casa al’Thor» disse d’un fiato. «E questi sono miei ospiti. Verin Aes Sedai dell’Ajah Marrone. Lord Ingtar di Casa Shinowa, dello Shienar. Loial, figlio di Arent figlio di Halan, di Stedding Shangtai.» Loial aveva chiesto che non si menzionasse il suo stedding, ma Verin aveva insistito per il massimo rispetto delle formalità.
Il domestico che aveva preso con un inchino meccanico l’invito sobbalzò a ogni nome e sgranò gli occhi a quello di Verin. Con voce strozzata disse: «Siate benvenuti in Casa Damodred, milord Rand e milord Ingtar. Benvenuta, Aes Sedai. Benvenuto, amico Ogier.» Indicò agli altri domestici di spalancare i battenti e con un inchino introdusse Rand e gli altri; appena entrato, si affrettò a passare l’invito a un altro uomo in livrea e a mormorargli all’orecchio.
Costui aveva l’emblema dell’Albero e Corona sul petto della giubba verde. «Aes Sedai» disse, usando il lungo bastone per fare un inchino a ciascuno, piegandosi fin quasi a toccare con la testa le ginocchia. «Milord Rand. Milord Ingtar. Amico Ogier. Mi chiamo Ashin. Seguitemi, prego.»
Nel vestibolo c’erano solo servitori, ma Ashin guidò gli ospiti in una grande sala affollata di nobili, dove a un’estremità si esibiva un giocoliere e all’altra alcuni acrobati. Voci e musica provenienti da altre parti rivelavano che quei nobili non erano gli unici ospiti, né giocoliere e acrobati le uniche attrattive. I nobili formavano capannelli di due, tre, quattro persone, a volte uomini e donne insieme, a volte solo uomini o solo donne, sempre a una certa distanza gli uni dagli altri, in modo che nessuno potesse ascoltare che cosa dicevano. Gli ospiti indossavano gli abiti di colore sobrio tipici dei cairhienesi, ciascuno con bande di colori vivaci che scendevano almeno fino a metà petto e in alcuni casi anche fino alla cintola. Le donne avevano alte acconciature ricciolute, ciascuna diversa dalle altre, e sottane molto ampie, tanto da essere costrette a mettersi di sbieco per varcare qualsiasi porta che non fosse larga come quella del palazzo. Gli uomini, nessuno dei quali aveva la testa rasata dei soldati, portavano capelli lunghi e berretti di velluto scuro, alcuni a forma di campana, altri piatti; e, come le donne, avevano ai polsi gale di trina color avorio scuro che quasi nascondevano le mani.