Il Potere percorse Rand come un torrente, Rand sentì il legame fra sé e Saidin, come un fiume durante un’alluvione, fra sé e il fuoco puro che ardeva nel cuore del Vento Nero, una cascata rabbiosa. Il calore dentro di lui superò ogni intensità, raggiunse un bagliore che avrebbe liquefatto la pietra, vaporizzato l’acciaio, incendiato l’aria. Il freddo crebbe fino al punto da congelargli il fiato nei polmoni, rendendolo duro come metallo. Rand si sentiva sopraffare, sentiva la vita erodersi come la morbida argilla della riva d’un fiume, sentiva d’essere lui stesso a esaurirsi.
"Non posso fermarlo! Se fuoriesce... Devo ucciderlo! Non posso fermarlo!" Si aggrappò disperatamente ai frammenti di se stesso. L’Unico Potere ruggì in lui; Rand fu portato via come truciolo di legno sulle rapide. Il vuoto iniziò a fondersi e a fluire; il vuoto mandò vapori di gelo congelante.
I battenti si bloccarono, ripresero a muoversi in senso contrario.
Rand rimase a guardare, sicuro, nei confusi pensieri che fluttuavano all’esterno del vuoto, di vedere solo quel che voleva vedere.
I battenti si chiusero e respinsero il Machin Shin, come se il Vento Nero fosse solido. Nel cuore della tenebra ruggiva ancora l’esplosione di fuoco.
Con vaga, remota meraviglia, Rand vide Loial, carponi, scostarsi dai battenti in movimento.
L’apertura si restrinse, svanì. Foglie e pampini sì fusero in una parete solida e tornarono pietra.
Rand sentì che il legame col fuoco si spezzava, che in lui il Potere smetteva di fluire: fosse durato ancora un istante, l’avrebbe spazzato via completamente. Cadde sulle ginocchia, scosso dai brividi. Era ancora dentro di lui. Saidin. Non fluiva più, ma era lì, formava un lago. Lui stesso era un lago di Unico Potere. Sentiva l’odore dell’erba, del terriccio, della pietra dei muri. Anche nel buio vedeva ogni filo d’erba, distinto e completo, tutti gli steli in una volta. Sentiva sul viso ogni minimo movimento d’aria. Arricciò la lingua al gusto della contaminazione; contrasse lo stomaco e fu preso da spasmi.
Freneticamente si sottrasse al vuoto; in ginocchio, senza muoversi, lottò per liberarsi. E alla fine gli rimasero solo il sapore cattivo sulla lingua e i crampi allo stomaco e il ricordo.
«Ci hai salvati, Costruttore» disse Hurin, con voce rauca, schiena premuta contro il muro. «Quella cosa... il Vento Nero?... era peggiore di... stava per scagliare addosso a noi quell’esplosione di fuoco? Lord Rand! Ti ha ferito? Ti ha toccato?»
Accorse ad aiutarlo, mentre Rand si alzava. Anche Loial si rimetteva in piedi e si puliva mani e ginocchia.
«Non potremo mai seguire Fain lì dentro» disse Rand, toccando il braccio di Loial. «Grazie. Ci hai salvati davvero.» “Hai salvato me, se non altro” soggiunse tra sé. “Il Potere mi stava uccidendo. Mi uccideva e lo trovavo... meraviglioso." Deglutì: sentiva ancora sulla lingua una debole traccia della contaminazione. «Ho voglia di bere.»
«Ho solo cercato la foglia e l’ho rimessa a posto» disse Loial, con una scrollata di spalle. «Se non chiudevamo la Porta, il Vento Nero ci avrebbe uccisi. Non sono proprio un eroe, Rand. Ero così spaventato da non riuscire quasi a pensare.»
«Eravamo spaventati tutt’e due» ammise Rand. «Forse, come eroi, siamo scadenti, ma non ce ne sono altri. Per fortuna Ingtar è con noi.»
«Lord Rand» disse Hurin, con diffidenza «possiamo... andarcene, adesso?»
Subito protestò all’idea che Rand scavalcasse per primo il muro, senza sapere chi c’era in attesa dall’altra parte; Rand replicò d’essere l’unico armato, ma anche allora Hurin non parve convinto.
Con l’aiuto di Loial, Rand si afferrò al muro, lo scavalcò e si lasciò cadere dall’altra parte; atterrò in piedi, con un tonfo sordo. Tese l’orecchio e scrutò nella notte. Per un istante credette di scorgere un movimento e di udire un fruscio di stivali sul vialetto di mattoni, ma il rumore non si ripeté e lui lasciò perdere, attribuendolo al nervosismo. Aveva davvero il diritto d’essere nervoso, si disse. Si girò ad aiutare Hurin.
«Lord Rand» disse l’annusatore, quando fu con i piedi solidamente per terra «come faremo a seguirli? Da quel che ho sentito dire delle Vie, ormai potrebbero essere a mezzo mondo di distanza da qui, in ogni direzione.»
«Verin saprà come fare» rispose Rand. A un tratto gli venne voglia di ridere: per ritrovare Corno e pugnale (ammesso che fosse ancora possibile) doveva rivolgersi di nuovo alle Aes Sedai. L’avevano lasciato libero e doveva già tornare da loro. «Non lascerò morire Mat senza tentare tutto il possibile.»
Anche Loial scavalcò il muro e tutti insieme tornarono verso il palazzo. Alla porticina c’era Mat, che aprì il battente proprio mentre Rand allungava la mano verso la maniglia. «Verin dice che non devi fare niente» annunciò subito Mat. «Se Hurin ha scoperto dove si trova il Corno, per il momento non possiamo fare altro. Dice che andremo via appena sarai di ritorno e che faremo un piano. E io dico che questa è l’ultima volta che corro avanti e indietro a portare messaggi. D’ora in avanti, se vuoi dire qualcosa a qualcuno, gli vai a parlare di persona.» Scrutò nelle tenebre alle loro spalle. «Il Corno è lì da qualche parte? In uno degli edifici annessi al palazzo? Hai visto il pugnale?»
Rand lo spinse all’interno. «Non è negli edifici, Mat. Speriamo che Verin abbia una buona idea sul da farsi, ora. Io non ne ho nessuna.»
Mat aveva l’aria di fare altre domande, ma si lasciò spingere nel corridoio fiocamente illuminato. Ricordò perfino di zoppicare, quando risalirono al piano superiore.
Rand e gli altri entrarono nelle sale affollate di nobili e ricevettero un buon numero d’occhiate. Rand si domandò se per caso non sapessero che cos’era accaduto all’esterno, o se non avrebbe dovuto mandare Hurin e Mat ad aspettare nel vestibolo; ma poi capì che le occhiate non erano diverse da quelle precedenti: tradivano curiosità, calcolo, voglia di sapere che cosa combinassero lui e l’Ogier. Per quella gente, i servitori erano davvero invisibili. Nessuno cercò di avvicinarsi, dal momento che Rand e Loial erano insieme. Pareva che ci fosse un protocollo della cospirazione, nel Grande Gioco: ciascuno cercava d’origliare conversazioni private, ma non s’intrometteva.
Verin e Ingtar erano insieme, quindi senza gente attorno. Ingtar pareva un po’ intontito. Verin rivolse una breve occhiata a Rand e agli altri tre; corrugò la fronte nel vedere la loro espressione, si sistemò lo scialle e si diresse alla sala d’ingresso.
Mentre vi entravano, comparve Barthanes, come se l’avessero avvertito che i tre ospiti stavano per andarsene. «Ve ne andate così presto?» disse. «Verni Sedai, posso pregarti di trattenerti ancora un poco?»
Verin scosse la testa. «Dobbiamo andare, lord Barthanes. Da alcuni anni non venivo a Cairhien. Il tuo invito al giovane Rand mi ha fatto piacere. È stato... interessante.»
«Allora la Grazia ti guidi in sicurezza alla locanda. Il Grande Albero, vero? Mi favorirai di nuovo con la tua presenza? Sarei onorato, Verin Sedai. E anche tu, lord Rand, e tu, lord Ingtar, e anche tu, Loial figlio di Arent figlio di Halan.» Il suo inchino fu un po’ più profondo per l’Aes Sedai che per gli altri, ma pur sempre un semplice movimento della testa.
Verin rispose con un cenno. «Può darsi. La Luce t’illumini, lord Barthanes.» Si girò e si diresse alla porta.
Rand si mosse per seguire gli altri, ma Barthanes lo trattenne per la manica, con due dita. Mat parve volersi fermare e Hurin gli diede una spinta perché si unisse a Verin e agli altri.
«Ti avventuri nel Gioco più profondamente di quanto non pensassi» disse sottovoce Barthanes. «Quando ho udito il tuo nome, non volevo crederci, eppure sei venuto e ti adatti alla descrizione e... Mi hanno lasciato un messaggio per te. Penso che te lo riferirò, dopotutto.»
Alle parole di Barthanes, Rand aveva sentito un formicolio lungo la spina dorsale; rimase a occhi sgranati. «Un messaggio?» replicò. «Da chi? Da lady Selene?»