«Fain avrebbe potuto suonarlo cento volte anche da quando ha lasciato Fal Dara» ritorse Verin. «E penso che l’avrebbe fatto, se avesse saputo aprire lo scrigno. Dobbiamo preoccuparci che non trovi qualcuno in grado d’aprirlo. Dobbiamo seguirlo nelle Vie.»
Perrin alzò di scatto la testa; Mat cambiò posizione sulla sedia; Loial mandò un gemito soffocato.
«Anche se troviamo il modo di passare di nascosto fra le guardie di Barthanes» disse Rand «ci sarà sempre il Machin Shin. Non possiamo usare le Vie.»
«Quanti di noi potrebbero introdursi di nascosto nella proprietà di Barthanes?» replicò Verin, in tono sprezzante. «Esistono altre Porte. Stedding Tsofu si trova non molto lontano dalla città, tra levante e meridione. È uno stedding giovane, riscoperto solo da seicento anni; ma a quel tempo gli Anziani Ogier facevano ancora crescere le Vie. Stedding Tsofu avrà di sicuro una Porta. Vi andremo alle prime luci.»
Loial emise un gemito un po’ più forte: Rand non fu sicuro se riguardasse la Porta o lo stedding stesso.
Ingtar non parve ancora convinto, ma Verin fu calma e implacabile come neve che scivoli lungo il pendio d’una montagna. «I tuoi soldati saranno pronti alla partenza, Ingtar. Manda Hurin ad avvisare Huno, prima di mettersi a letto. Ed è meglio che andiamo tutti a dormire al più presto. Questi Amici delle Tenebre hanno su di noi un vantaggio di almeno un giorno e intendo ridurlo il più possibile, domani.» Con decisione accompagnò Ingtar alla porta.
Rand seguì gli altri, ma alla porta si fermò accanto all’Aes Sedai e guardò Mat procedere nel corridoio illuminato dalle candele. «Perché ha quell’aspetto?» domandò a Verin. «Credevo che tu l’avessi Guarito quanto bastava a concedergli almeno un po’ di tempo.»
Verin attese che Mat e gli altri avessero imboccato le scale. «A quanto pare, non ha funzionato bene come credevamo. La malattia ha in lui un decorso assai interessante. La forza gli resta e gli resterà fino alla fine, ritengo. Ma il suo corpo si consuma. Alcune settimane ancora, al massimo, direi. Vedi che c’è motivo d’affrettarsi.»
«Non ho bisogno d’altri incitamenti, Aes Sedai» replicò Rand, calcando sul titolo. Mat. Il Corno. La minaccia di Fain. Egwene. Luce santa, erano tutti uno sprone più che sufficiente.
«E tu, Rand al’Thor? Ti senti bene? Ti ribelli ancora, o ti sei arreso alla Ruota?»
«Vengo con te per trovare il Corno» replicò Rand. «Dopo di che, non ci sarà niente, fra me e le Aes Sedai. Hai capito? Niente!»
Verin non commentò e Rand si allontanò da lei; ma quando girò per imboccare le scale, Verin lo guardava ancora, con occhi penetranti e pensierosi.
34
La Ruota gira e ordisce
La prima luce del giorno già imperlava il cielo, quando Thom Merrilin si trovò a tornare verso Il Grappolo d’Uva. Anche nella zona dov’erano più numerose le sale e le taverne, c’era un breve periodo della notte in cui Fuoriporta era silenziosa e raccoglieva il fiato. Thom era di umore tale che, se le vie deserte fossero state in fiamme, non se ne sarebbe nemmeno accorto.
Alcuni invitati avevano insistito perché si fermasse anche dopo che la maggior parte degli ospiti era andata via da un pezzo e Barthanes stesso era andato a dormire. Era stata colpa sua, perché aveva smesso di declamare La Grande Cerca del Corno ed era passato al tipo di storie e di ballate buone per i villaggi: ‘Mara e i tre Re sciocchi’ e Come Susa domò Jain Fairstrider e storie di Anla la Consigliera Saggia. Quelle scelte erano un suo commento privato sulla stupidità dei nobili: nemmeno si sognava che l’avrebbero ascoltato. E invece avevano chiesto altre storie dello stesso genere, ma avevano riso nei momenti sbagliati e alle cose sbagliate. Avevano riso anche di lui, pensando forse che non se ne sarebbe accorto, oppure che un borsello pieno avrebbe guarito ogni ferita. Già due volte era stato sul punto di gettare via le monete così guadagnate.
Proprio quel borsello rigonfio gli bruciava tasca e orgoglio, ma non era l’unico motivo del suo malumore. E neppure il disprezzo dei nobili. Costoro gli avevano fatto domande su Rand, senza neppure prendersi la briga di mascherarle, visto che si rivolgevano a un menestrello. Perché Rand era a Cairhien? Perché un lord andorano aveva preso da parte lui, un menestrello? Troppe domande. E lui non era sicuro che le risposte fossero state abbastanza ingegnose. Non aveva più i riflessi d’una volta, per giocare il Grande Gioco.
Prima di dirigersi al Grappolo d’Uva, era andato al Grande Albero: a Cairhien non era difficile scoprire dove qualcuno alloggiava, se si metteva qualche moneta d’argento nelle mani giuste. Ancora non sapeva bene che cosa avrebbe voluto dire. Ma Rand era già partito, con i suoi amici e con l’Aes Sedai. La notizia aveva lasciato a Thom l’impressione d’un lavoro rimasto incompiuto. Ma il ragazzo ormai doveva cavarsela da solo: Luce santa, lui ne era fuori!
Attraversò a passo deciso la sala comune, deserta come di rado accadeva, e salì gli scalini a due per volta. Almeno, ne aveva avuto l’intenzione però non riusciva a piegare bene il ginocchio destro e rischiò di cadere. Brontolando, salì più lentamente le scale e aprì la porta della sua stanza, Cercò di non fare rumore, per non svegliare Dena.
Malgrado tutto, sorrise nel vederla dormire col viso contro la parete, ancora vestita. Si era addormentata aspettandolo. Sciocca d’una ragazza! Ma era un pensiero gentile: era quasi convinto che le avrebbe perdonato qualsiasi cosa. D’impulso decise che quella era la notte in cui le avrebbe permesso d’esibirsi per la prima volta; posò per terra l’astuccio dell’arpa e le mise la mano sulla spalla, per svegliarla e dirglielo.
Dena rotolò inerte sulla schiena e lo fissò con occhi sbarrati, vitrei: aveva un ampio squarcio nella gola. Il lato del letto, nascosto dal suo corpo, era scuro e inzuppato di sangue.
Thom si sentì rivoltare lo stomaco: se non avesse avuto la gola serrata come da una morsa, avrebbe vomitato, o urlato, o tutt’e due.
Fu messo in allarme dal lieve cigolio dell’anta dell’armadio. Si girò di scatto e con un solo movimento estrasse dalla manica i coltelli e li lanciò. Il primo colpì alla gola un uomo grasso e calvo con un pugnale in mano; l’uomo barcollò all’indietro e il sangue gli gorgogliò fra le dita serrate, mentre lui cercava di gridare.
Però, ruotando sulla gamba rigida, Thom mancò il secondo lancio: il coltello si conficcò nella spalla destra d’un uomo assai muscoloso, col viso pieno di cicatrici, che usciva dall’altro armadio. L’uomo lasciò cadere dalle dita inerti il pugnale e si diresse rumorosamente alla porta.
Prima che lo sconosciuto movesse un secondo passo, Thom estrasse un altro coltello e gli vibrò un fendente alla gamba. L’uomo mandò un urlo e inciampò; Thom lo afferrò per i capelli e gli sbatté la faccia contro la parete. L’uomo urlò di nuovo, quando il manico del coltello conficcato nella spalla urtò contro la porta.
Thom spinse la lama del coltello a un dito dall’occhio dell’uomo. Le cicatrici sul viso gli davano un’aria da duro, ma l’uomo fissò la punta del coltello senza battere ciglio né fare la minima mossa. Il grassone, disteso metà dentro l’armadio e metà fuori, scalciò per l’ultima volta e giacque immobile.
«Prima che ti uccida» disse Thom «rispondimi. Perché?» Parlò a voce bassa, intorpidita: si sentiva intorpidito anche dentro.
«Il Grande Gioco» rispose in fretta l’uomo. Il modo di parlare e i vestiti erano quelli d’uno della strada, ma gli abiti erano un filino troppo ben fatti, troppo poco consumati: l’uomo aveva da spendere più soldi d’un normale abitante di Fuoriporta. «Niente di personale contro di te, capisci? È solo il Gioco.»
«Il Gioco? Non sono coinvolto nel Daes Dae’mar! Chi vorrebbe la mia morte per il Grande Gioco?» L’uomo esitò. Thom avvicinò il coltello, Se l’uomo avesse battuto le palpebre, avrebbe sfiorato la punta. «Chi?»