«Il Corno di Valere, Sommo Signore» rispose Fain con calma, compiaciuto nel vedere che l’uomo con la treccia restava a bocca aperta. Turak si limitò ad annuire, quasi tra sé.
Il Sommo Signore si girò e si allontanò. Fain rimase sorpreso e aprì bocca per protestare; poi, a un secco gesto dell’uomo con la treccia, seguì in silenzio Turak.
Si trovò in un’altra stanza il cui mobilio era stato sostituito da paraventi pieghevoli: c’era una sola poltrona, davanti a un armadio alto e rotondo. Reggendo sempre Corno e pugnale, Turak guardò l’armadio. Non aprì bocca, ma l’altro Seanchan emise degli ordini in tono rapido e brusco; nel giro di qualche istante, da una porta dietro i paraventi entrarono uomini in semplici vesti di lana e sistemarono nella stanza un altro tavolino. Dietro di loro entrò una giovane donna dai capelli così chiari da sembrare quasi bianchi; portava una serie di piccoli cavalletti in legno lucidato, di vana forma e grandezza. Era vestita di seta bianca quasi trasparente, ma Fain aveva occhi solo per il pugnale. Il Corno era un mezzo per raggiungere un fine, ma il pugnale era una parte di lui stesso.
Turak sfiorò un cavalletto di legno e la ragazza lo depose al centro del tavolino. I servitori, all’ordine dell’uomo con la treccia, girarono la poltrona in modo che si trovasse di fronte al tavolino. I servi di grado inferiore avevano capelli lunghi fino alla spalla. Uscirono quasi subito, inchinandosi fin quasi a toccare con la testa le ginocchia.
Turak depose sul cavalletto il Corno, in modo che stesse dritto; poi mise davanti al Corno il pugnale e prese posto nella poltrona.
Fain non riuscì più a resistere. Allungò la mano verso il pugnale.
L’uomo con la treccia gli afferrò il polso, in una stretta da spezzare le ossa. «Cane irsuto! La mano che tocca senza un ordine la proprietà del Sommo Signore, viene mozzata.»
«È mio» ringhiò Fain.
Turak, appoggiato alla spalliera, alzò un’unghia laccata d’azzurro e Fain fu tirato da parte in modo che il Sommo Signore potesse esaminare il Corno senza che ci fossero ostacoli.
«Tuo?» disse Turak. «In uno scrigno che non sapevi aprire? Se desterai a sufficienza il mio interesse, potrei darti il pugnale. Anche se risale all’Epoca Leggendaria, mi lascia indifferente. Prima di tutto, risponderai a una domanda. Perché mi hai portato il Corno di Valere?»
Ancora per un momento Fain guardò con desiderio il pugnale, poi con uno strattone si liberò il polso e se lo massaggiò, facendo un inchino. «Perché tu possa suonarlo, Sommo Signore. Allora potrai conquistare tutte queste terre, se vorrai. Il mondo intero. Potrai abbattere la Torre Bianca e ridurre in polvere le Aes Sedai, perché nemmeno i loro poteri fermeranno gli eroi chiamati dalla tomba.»
«Devo suonarlo io» disse Turak, in tono piatto. «E abbattere la Torre Bianca. Perché? Sostieni di ubbidire, aspettare, servire; ma questa è una terra di gente che infrange i giuramenti. Perché mi dai la tua terra? Hai rancori personali verso queste... donne?»
Fain si sforzò di mostrarsi convincente. Doveva avere pazienza, come un tarlo che scava dall’interno. «Sommo Signore, la mia famiglia si tramanda di generazione in generazione un giuramento. Era al servizio del grande Artur Paendrag Tanreall; e quando costui fu assassinato dalle streghe di Tar Valon, gli è rimasta fedele. Mentre altri lottavano e smembravano l’impero di Artur Hawkwing, noi abbiamo tenuto fede al giuramento e ne abbiamo sopportato le conseguenze. Dobbiamo aspettare il ritorno degli eserciti inviati da Artur Hawkwing al di là dell’oceano Aryth, dobbiamo aspettare il ritorno del sangue di Artur Hawkwing per distruggere la Torre Bianca e riprendere quel che era del Sommo Sovrano. E quando il sangue di Artur Hawkwing tornerà, serviremo e consiglieremo, come facevamo per il Sommo Sovrano. A parte il bordo azzurro, il vessillo che sventola sopra questo tetto è il vessillo di Luthair, il figlio che Artur Paendrag Tanreall inviò con i suoi eserciti al di là dell’oceano.» Fain si lasciò cadere sulle ginocchia, in una buona imitazione di chi si sente sconvolto dal ricordo. «Voglio solo servire e consigliare il sangue del Sommo Sovrano.»
Turak rimase in silenzio così a lungo che Fain cominciò a chiedersi se occorresse insistere, per convincerlo. Ma il Sommo Signore si decise infine a parlare. «Pare che tu conosca cose che nessuno, né d’alto né di basso rango, ha mai detto, da quando è stata avvistata questa terra. Qui la gente la ritiene una diceria come tante, ma tu sai. Te lo leggo negli occhi, lo sento nella voce. Penserei quasi che ti abbiano mandato a tendermi una trappola. Ma chi, se l’avesse, userebbe in questo modo il Corno di Valere? Nessuno del Sangue poteva avere il Corno, perché secondo la leggenda era nascosto in questa terra. E di sicuro ogni lord locale lo userebbe contro di me, anziché metterlo nelle mie mani. Come sei entrato in possesso del Corno? Ti dichiari un eroe, come nella leggenda? Hai compiuto imprese eroiche?»
«Non sono un eroe, Sommo Signore» rispose Fain; rischiò un sorriso di modestia, ma non vide alcun cambiamento nell’espressione di Turak e lasciò perdere. «Il Corno fu trovato da un mio antenato, durante i tumulti scoppiati alla morte del Sommo Sovrano. Lui sapeva come aprire lo scrigno, ma il segreto morì con lui, nella Guerra dei Cento Anni che distrusse l’impero di Artur Hawkwing; noi discendenti sapevamo solo che nello scrigno c’era il Corno e che dovevamo custodirlo fino al ritorno del sangue del Sommo Sovrano.»
«Vorrei quasi crederti.»
«Credimi, Sommo Signore. Appena avrai suonato il Corno...»
«Non rovinare la credibilità che sei riuscito a ottenere. Non ho intenzione di suonarlo. Quando tornerò nel Seanchan, lo consegnerò all’Imperatrice, come il più prezioso dei miei trofei. Forse sarà l’Imperatrice stessa, a suonarlo.»
«Ma, Sommo Signore» protestò Fain «devi...» Si ritrovò disteso sul fianco, con la testa che gli ronzava; solo quando gli si schiarì la vista, s’accorse che l’uomo con la treccia si massaggiava le nocche e capì che cos’era accaduto.
«Certe parole» disse l’uomo, con calma «non si usano mai, nei confronti del Sommo Signore.»
Fain decise di quale morte sarebbe morto l’uomo con la treccia.
Turak spostò lo sguardo da Fain al Corno, con la massima calma, come se non avesse visto niente. «Forse ti darò all’Imperatrice, insieme con il Corno di Valere. Potrebbe trovare divertente un uomo che sostiene d’avere mantenuto il giuramento, quando tutti gli altri l’hanno infranto o dimenticato.»
Fain si tirò in piedi e approfittò del gesto per nascondere l’esultanza. Non sapeva che ci fosse un’Imperatrice e la possibilità di entrare in contatto con una sovrana apriva nuovi sentieri, permetteva nuovi piani. Una sovrana che avrebbe avuto alle spalle la potenza dei Seanchan e nelle mani il Corno di Valere. Molto meglio che rendere quel Turak un Sommo Sovrano.
Alcune parti del piano originario potevano aspettare. Doveva mostrarsi calmo, non far capire a Turak quanto fosse entusiasta. Dopo tanto tempo, poteva ben pazientare ancora un poco. «Come il Sommo Signore desidera» disse, sforzandosi di assumere il tono umile di chi vuole solo servire.
«Sembri quasi ansioso» notò Turak. Fain riuscì a stento a soffocare una smorfia.
«Ti dirò perché non intendo suonare il Corno di Valere e neppure tenerlo» proseguì il Sommo Signore. «Forse la spiegazione curerà la tua ansia. Non voglio che un mio dono offenda l’Imperatrice; se la tua ansia non potrà essere curata, non sarà mai soddisfatta, perché tu non lascerai mai queste rive. Chi suonerà il Corno di Valere, da quel momento sarà vincolato a esso. E finché lui vivrà, per chiunque altro il Corno sarà solo un semplice corno. Io sono al dodicesimo posto nella linea di successione al Trono di Cristallo. Se tengo il Corno di Valere, quelli fra me e il trono penseranno che intendo essere il primo; e l’Imperatrice, se da una parte vuole che gareggiamo fra noi in modo che il suo successore sia il più forte e il più astuto, dall’altra favorisce al momento la propria seconda figlia, che non vedrebbe di buon occhio qualsiasi minaccia a Tuon. Se suonassi il Corno, anche se poi le mettessi ai piedi queste terre e ogni donna della Torre Bianca in catene, l’Imperatrice, possa vivere in eterno, di sicuro penserebbe che non miro soltanto alla successione.»