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Rand trasalì nel vedere un Ogier che parve uscire dal terreno, da una delle collinette erbose e coperte di fiori di campo, in quel punto disseminate fra gli alberi. Poi notò nei monticelli delle finestre e una Ogier, affacciata e intenta a preparare una crostata: capì che quelle erano le case degli Ogier. I telai delle finestre erano di pietra, ma parevano formazioni naturali erose dal vento e dall’acqua nel corso di generazioni.

I Grandi Alberi, col tronco massiccio e radici sporgenti grosse come cavalli, avevano bisogno d’ampio spazio tra l’uno e l’altro, ma diversi crescevano proprio dentro il paese degli Ogier. Rampe di terra battuta formavano sentieri sopra le radici. A dire il vero, a parte i sentieri, l’unico modo per distinguere il villaggio dalla foresta era l’ampio spiazzo centrale, intorno a quello che poteva soltanto essere il ceppo d’un Grande Albero. Largo quasi un centinaio di passi, liscio e lucido come un qualsiasi pavimento, il ceppo presentava in diversi punti alcuni gradini. Rand era intento a calcolare quanto era stato alto quell’albero, quando Erith parlò a voce alta per farsi sentire da tutti loro.

«Ecco gli altri nostri ospiti.»

Da dietro l’enorme ceppo comparvero tre donne. La più giovane reggeva in mano una ciotola di legno.

«Aiel» disse Ingtar. «Fanciulle della Lancia. Per fortuna Masema è con gli altri.» Ma si scostò da Verin e da Erith e sganciò il fermo della spada.

Incuriosito e a disagio, Rand esaminò le Aiel. Erano del popolo al quale, secondo troppi, anche lui apparteneva. Due erano donne già adulte; la terza, poco più d’una ragazzina. Tutt’e tre erano d’alta statura. Avevano capelli che andavano dal rossiccio al biondo oro, tagliati corti, acconciati in un codino lungo fino alla spalla.

Portavano brache ampie, infilate negli stivaletti; tutti i capi di vestiario erano in sfumature di marrone, di grigio, di verde: fra le rocce e nei boschi, pensò Rand, si sarebbero mimetizzati quasi come i manti dei Custodi. Da sopra la spalla di ciascuna Aiel spuntava un corto arco; dalla cintura pendevano la faretra e un lungo coltello. Ognuna portava un piccolo scudo rotondo, di pelle, e una manciata di giavellotti dalla punta lunga e dall’asta corta. Parevano, anche la più giovane, in grado d’usare alla perfezione le armi.

A un tratto le tre donne si accorsero della presenza di altri esseri umani; parvero sorprese, ma reagirono con la rapidità del fulmine. La più giovane gridò: «Shienaresi!» e si girò a posare con cautela la ciotola. Le altre due presero il fazzoletto che portavano intorno alle spalle e se lo avvolsero intorno alla testa. Si misero sul viso anche un velo nero che lasciava scoperti solo gli occhi; la più giovane si raddrizzò per imitarle. Avanzarono a passi decisi, ciascuna raccolta su se stessa, tenendo protesa la mano con lo scudo e i giavellotti, tranne uno, pronto nell’altra mano.

Ingtar sguainò la spada. «Stai da parte, Aes Sedai, Erith, fatti in là.» Hurin afferrò il frangilama, incerto per un attimo se impugnare il randello o la spada; dopo una seconda occhiata al giavellotto delle Aiel, scelse la spada.

«No» protestò la giovane Ogier. Torcendosi le mani, si girò da Ingtar alle Aiel e viceversa. «Non dovete combattere.»

Rand si rese conto d’impugnare la spada. Perrin aveva sganciato l’ascia, ma esitava a impugnarla.

«Siete impazziti?» disse Mat, con l’arco ancora a tracolla. «Non m’interessa se sono Aiel. Sono donne.»

«Smettetela!» ordinò Verin. «All’istante!» Le Aiel continuarono ad avanzare e l’Aes Sedai serrò i pugni, incollerita.

Mat indietreggiò e mise il piede nella staffa. «Me ne vado» annunciò. «Avete sentito? Non resto a farmi infilzare da quelle lance e non voglio colpire una donna!»

«Il Patto!» gridò Loial. «Ricordate il Patto!» Ma non ottenne miglior risultato di Verin e di Erith.

Rand notò che l’Aes Sedai e la giovane Ogier si tenevano ben discoste dalle tre Aiel. Forse Mat aveva avuto l’idea giusta. Non sapeva se avrebbe colpito una donna, anche per difendersi. Intanto le tre Aiel erano ormai a una trentina di passi e quelle loro corte lance avevano di sicuro una simile gittata. Rand lasciò perdere l’idea di montare in groppa a Red e di allontanarsi: smise di preoccuparsi di non ferirle e cominciò a preoccuparsi di non farsi ferire.

Innervosito, cercò il vuoto; e il vuoto giunse. E al di fuori fluttuò il remoto pensiero che era solo il vuoto: mancava il bagliore di Saldar. Il vuoto era più desolato di come ricordava, più vasto, simile a fame pronta a consumarlo. Bramosia d’avere di più: in teoria doveva esserci di più.

A un tratto un Ogier avanzò fra i due gruppi. «Cosa significa questa storia? Mettete via le armi.» Pareva scandalizzato, la barbetta gli tremava. «Per voi...» e lanciò un’occhiataccia a Ingtar e a Hurin, a Rand e a Perrin, perfino a Mat «c’è una certa scusante, ma per voi tre, no.» Si girò verso le donne Aiel, che si erano fermate. «Avete dimenticato il Patto?»

Le donne si scoprirono testa e viso, così in fretta che parve quasi volessero fingere di non essersi mai velate. La ragazza era arrossita e le altre due parvero imbarazzate. Una di loro, quella con i capelli rossicci, disse: «Perdonaci, Fratello dell’Albero. Ricordiamo il Patto e non avremmo dovuto snudare l’acciaio, ma siamo nella terra degli Uccisori d’Alberi, dove ogni mano è contro di noi, e abbiamo visto uomini armati.» Aveva occhi grigi, notò Rand, come lui.

«Sei in uno stedding, Rhian» replicò l’Ogier, in tono gentile. «Tutti sono al sicuro, negli stedding, piccola sorella. Qui non si combatte e non si alza mano contro altri.» L’Aiel annuì, confusa, e l’Ogier guardò Ingtar e il suo gruppetto.

Ingtar ringuainò la spada; Rand lo imitò, ma non tanto rapidamente quanto Hurin, che pareva imbarazzato come la donna Aiel. Nel togliere la mano dall’elsa, abbandonò anche il vuoto e rabbrividì. Il vuoto gli lasciò un’eco lenta a svanire e un desiderio di qualcosa che riempisse lo spazio vacante.

L’Ogier si rivolse a Verin e s’inchinò. «Aes Sedai, sono Juin, figlio di Lacel figlio di Laud. Devo accompagnarti dagli Anziani. Vorranno sapere perché un’Aes Sedai viene tra di noi, in compagnia di uomini armati e d’un nostro giovane.» Loial ingobbì le spalle come se cercasse di sparire.

Verin diede alle Aiel un’occhiata di rimpianto, come se volesse parlare con loro; poi indicò a Juin di precederla e l’Ogier si allontanò senza una parola e senza un’occhiata a Loial.

Per alcuni istanti Rand e gli altri rimasero a fronteggiare a disagio le tre donne Aiel. Rand, almeno, era consapevole di sentirsi a disagio. Ingtar pareva fermo come una roccia e altrettanto privo d’espressione. Le Aiel si erano scoperte il viso, ma avevano ancora in mano le lance e guardavano i quattro come se cercassero di scrutare nel loro animo. Rand in particolare ricevette occhiate sempre più feroci. Udì la più giovane borbottare: «Ha una spada!» in un tono fra l’inorridito e l’oltraggiato. Poi le tre se ne andarono; si fermarono a ricuperare la ciotola di legno e girarono la testa a guardare Rand e gli altri; alla fine scomparvero tra gli alberi.

«Fanciulle della Lancia» brontolò Ingtar. «Non pensavo che si fermassero, dopo essersi velato il viso. Soprattutto per semplici parole.» Guardò Rand e i suoi due amici. «Dovreste vedere una carica di Scudi Rossi o di Soldati di Pietra. È più facile fermare una valanga.»

«Non avrebbero infranto il Patto» disse Erith, con un sorriso. «Sono venute per comprare legno cantato.» Nella voce mostrò una nota d’orgoglio. «Abbiamo due Cantori d’Alberi, a Stedding Tsofu. Sono rari, al giorno d’oggi. Ho sentito dire che Stedding Shangtai ha un Cantore d’Alberi, un giovane di notevole talento, ma noi ne abbiamo due.» Loial arrossì, ma Erith non parve accorgersene. «Se venite con me, vi mostrerò dove aspettare che gli Anziani abbiano terminato di parlare.»