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«Niente.» Se trovava il simbolo giusto, poteva usarlo per trovare Fain e il Corno, per salvare Mat, per impedire che Fain distruggesse Emond’s Field. Se trovava il simbolo, doveva toccare Saidin. Voleva salvare Mat e bloccare Fain, ma non voleva toccare Saidin. Aveva paura d’incanalare il Potere, ma ardeva dal desiderio di farlo, come un uomo affamato bramava il cibo. «Non ricordo niente.»

Verin sospirò. «I simboli in fondo indicano Pietre in altri luoghi. Se conosci il trucco, potresti condurci non a questa stessa Pietra in un altro mondo, ma a una delle altre là, o addirittura a una di esse qui, Era qualcosa di simile al Viaggio, credo; ma proprio come nessuno ricorda come Viaggiare, nessuno ricorda il trucco. Senza questa conoscenza, il tentativo potrebbe facilmente ucciderci tutti.» Indicò due linee sinuose parallele, tagliate da un bizzarro ghirigoro, scolpite nella parte bassa della colonna. «Quel simbolo indica una Pietra a Capo Toman. Una delle tre Pietre di cui conosco il simbolo, l’unica delle tre che abbia visitato. E quel che ho appreso... dopo aver rischiato d’essere intrappolata nelle nevi delle Montagne delle Nebbie e di congelare nella traversata della Piana di Almoth... ammonta esattamente a zero. Tu giochi a dadi, o a carte, Rand al’Thor?»

«Il giocatore è Mat. Perché?»

«Sì. Bene, dobbiamo lasciarlo fuori da questa storia, penso. Conosco anche questi altri simboli.»

Col dito segnò un rettangolo contenente otto sculture simili, un cerchio e una freccia, ma in quattro la freccia era contenuta nel cerchio, mentre nelle altre quattro la punta tagliava la circonferenza. Le frecce puntavano a sinistra, a destra, in alto e in basso e intorno a ogni cerchio c’era una riga diversa di quella che Rand era sicuro fosse scrittura, ma non in una lingua che conoscesse: le linee curve all’improvviso diventavano uncini frastagliati e poi fluivano di nuovo.

«Almeno» proseguì Verin «di essi so questo. Ciascuno indica un mondo e lo studio dei mondi a un certo punto portò alla costruzione delle Vie. Non tutti i mondi sono stati studiati, ma solo quelli di cui conosco il simbolo. A questo punto entra in ballo il gioco. Non so che aspetto abbia ciascuno di questi mondi. Si crede che esistano mondi dove un anno è solo un giorno del nostro, e altri dove un giorno è un anno dei nostri. Si immagina che ci siano mondi dove l’aria stessa ci ucciderebbe al primo respiro e mondi che hanno appena quel minimo di realtà sufficiente a tenerli insieme. Non voglio fare supposizioni su quel che accadrebbe se finissimo in uno di questi mondi. Devi scegliere. Come avrebbe detto mio padre, è tempo di tirare i dadi.»

Rand la fissò, scuotendo la testa. «Potrei uccidere tutti noi, qualunque scelta facessi.»

«Non sei disposto a correre questo rischio? Per il Corno di Valere? Per Mat?»

«Come mai sei così ansiosa di correrlo? Non so nemmeno se posso farlo. Non... non funziona tutte le volte che provo.» Sapeva che nessuno si era avvicinato, ma si guardò intorno ugualmente. Gli altri aspettavano, disposti a cerchio intorno alla Pietra, e li guardavano, ma non erano tanto vicino da origliare. «A volte Saidin è lì e basta. Lo percepisco, ma potrei essere sulla luna, tanto non riesco a toccarlo. E anche se funziona, cosa accadrebbe se vi portassi in un mondo dove non possiamo respirare? Che vantaggio ne verrebbe a Mat? O al Corno?»

«Tu sei il Drago Rinato» disse Verin, con calma. «Oh, puoi anche morire, ma non credo che il Disegno ti lascerà morire fin quando con te non avrà terminato. Inoltre, l’Ombra si trova nel Disegno, ora, e chi può dire come questo influenzi la tessitura? Puoi soltanto seguire il tuo destino.»

«Io sono Rand al’Thor» ringhiò Rand. «Non sono il Drago Rinato. E non sarò un falso Drago.»

«Tu sei quel che sei. Fai una scelta o stai fermo qui finché il tuo amico non muore?»

Rand si accorse di digrignare i denti e si costrinse a rilasciare le mascelle. I simboli potevano essere tutti uguali, per quel che significavano per lui. La scrittura poteva essere segni lasciati da zampe di gallina. Alla fine si decise per un simbolo, con una freccia che puntava a sinistra, perché quella era la direzione di Capo Toman, una freccia che tagliava il cerchio perché si era liberata, come lui stesso voleva liberarsi. Aveva voglia di ridere. Simili piccolezze su cui rischiare la vita di tutti loro.

«Venite più vicino» ordinò Verin agli altri. «Sarà meglio stare tutti insieme.» Gli altri ubbidirono, quasi senza esitazioni. «È tempo d’iniziare» disse ancora Verin, mentre formavano un gruppo.

Tirò indietro il mantello e pose le mani sulla colonna, ma Rand si accorse che con la coda dell’occhio guardava lui. Si accorse che gli altri, per il nervosismo, tossicchiavano o si schiarivano la voce: Huno imprecò al meno svelto, Mat fece una battuta poco spiritosa, Loial deglutì rumorosamente. Cercò il vuoto.

Era facilissimo, ora. La fiamma consumò paura e passione e sparì quasi prima che lui pensasse di formarla. Lasciò solo il vuoto e lo splendore di Saidin, nauseante, allettante, rivoltante, seducente. Rand... si protese per toccarlo... e Saidin lo riempì, lo rese vivo. Rand non mosse muscolo, ma ebbe l’impressione di tremolare per la forza dell’Unico Potere che fluiva dentro di lui. Il simbolo si formò, una freccia che spezzava un cerchio, si librò appena al di là del vuoto, duro come il materiale in cui era scolpito. Rand lasciò che l’Unico Potere fluisse attraverso di lui verso il simbolo.

Il simbolo tremolò, guizzò.

«Qualcosa avviene» disse Verin. «Qualcosa...»

Il mondo guizzò.

Il catenaccio di ferro roteò sul pavimento della fattoria e Rand lasciò cadere la teiera bollente, mentre un’enorme figura con corna di capro si stagliava nel vano della porta, contro il buio della Notte d’Inverno.

«Scappa!» gridò Tarn. La spada lampeggiò e il Trolloc cadde, ma nel cadere si afferrò a Tarn, gettandolo a terra.

Altri Trolloc si affollarono nel vano, sagome in maglia d’acciaio, con viso umano distorto da musi, becchi, corna, mentre spade dalla bizzarra curvatura trafiggevano Tarn che si sforzava di rialzarsi e asce chiodate calavano, acciaio arrossato di sangue.

«Padre!» gridò Rand. Afferrò dalla cintura il coltello e si gettò sopra il tavolo per aiutare suo padre, e urlò di nuovo quando la prima spada gli trafisse il petto.

Il sangue gli ribollì in bocca e una voce gli sussurrò nella testa: «Ho vinto di nuovo, Lews Therin».

Guizzo.

Rand lottò per trattenere il simbolo, confusamente consapevole della voce di Verin: «... non è...»

Il Potere fluì.

Guizzo.

Rand era felice, dopo avere sposato Egwene, e cercò di non lasciare che i suoi umori lo prendessero, le volte in cui pensava che dovesse esserci qualcosa di più, qualcosa di diverso. Notizie del mondo esterno giungevano nei Fiumi Gemelli, con i venditori ambulanti e i mercanti venuti a comprare lana e tabacco: notizie di guerre e di falsi Draghi dappertutto. Ci fu un anno in cui non giunsero né ambulanti né mercanti, e quando l’anno dopo si ripresentarono, portarono notizia che gli eserciti di Artur Hawkwing erano tornati, o quanto meno i loro discendenti. Le vecchie nazioni erano a pezzi, si diceva, e i nuovi padroni del mondo, che in battaglia adoperavano Aes Sedai incatenate, avevano abbattuto la Torre Bianca e avevano reso sterile il terreno dove sorgeva Tar Valon. Non c’erano più Aes Sedai.

Tutto questo faceva poca differenza, nei Fiumi Gemelli. Bisognava sempre piantare le messi, tosare le pecore, curare gli agnelli. Tarn aveva nipotini e nipotine da tenere sulle ginocchia, prima d’essere deposto a riposare accanto a sua moglie, e nella vecchia fattoria era aumentato il numero di stanze. Egwene divenne Sapiente e molti pensarono che fosse anche migliore della Sapiente che l’aveva preceduta, Nynaeve al’Meara. Ed era un bene, perché le sue cure, miracolose in altre persone, riuscivano appena a mantenere in vita Rand, minacciato di continuo da attacchi di nausea. L’umore di Rand peggiorò, divenne più nero; e lui sbraitò che non era quello che gli spettava. Egwene cominciò a spaventarsi, quando lui era in preda al malumore, perché succedevano cose bizzarre, nei momenti peggiori — tempeste di fulmini che lei non aveva udito ascoltando nel vento, incendi nella foresta — ma lei amava Rand e si preoccupava per lui e lo manteneva in salute, anche se alcuni borbottavano che Rand al’Thor era pazzo e pericoloso.