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Quando Egwene morì, Rand trascorse da solo lunghe ore accanto alla sua tomba e le lacrime gli inzupparono la barba punteggiata di grigio. La nausea tornò e Rand deperì: perdette anulare e mignolo della destra, un dito della sinistra; le orecchie si ridussero a cicatrici e la gente borbottava che puzzava di marciume. Il suo umore nero peggiorò.

Tuttavia, quando giunsero le notizie funeste, nessuno si rifiutò di accettarlo al proprio fianco. Trolloc e Fade e creature neppure sognate erano uscite dalla Macchia e i nuovi padroni del mondo, con tutti i loro poteri, erano ricacciati indietro. Così Rand prese l’arco, che riusciva appena a usare a causa delle dita mancanti, e zoppicò con quelli che marciarono a settentrione fino al fiume Taren, uomini di ogni villaggio, fattoria, angolo dei Fiumi Gemelli, armati d’arco, d’ascia, di lancia da cinghiali e di Spade rimaste a prendere ruggine in soffitta. Rand aveva anche una spada, con un airone sulla lama, trovata alla morte di Tarn, anche se non sapeva usarla. Vennero anche donne, portando in spalla armi di fortuna, e marciarono al fianco degli uomini. Alcuni risero e dissero d’avere la bizzarra impressione d’avere già fatto una marcia del genere.

E al Taren il popolo dei Fiumi Gemelli incontrò gli invasori, schiere interminabili di Trolloc guidate da Fade da incubo sotto una bandiera d’un nero assoluto che pareva divorare la luce. Rand vide quella bandiera e pensò che la pazzia l’avesse preso di nuovo, perché gli parve che fosse proprio la cosa che era nato per combattere, per combattere quella bandiera. Scagliò contro di essa ogni freccia, con la precisione che l’abilità e il vuoto gli permettevano, senza mai preoccuparsi dei Trolloc che si aprivano con la forza la strada attraverso il fiume, né degli uomini e delle donne che morivano ai suoi lati. Fu uno di questi Trolloc a trapassarlo, prima d’inoltrarsi a lunghi balzi, ululando per la sete di sangue, nei Fiumi Gemelli. E mentre giaceva sulla riva del Taren, guardando il cielo che pareva scurirsi a mezzogiorno, col respiro sempre più lento, udì una voce proclamare: «Ho vinto di nuovo, Lews Therin».

Guizzo.

Tarn cercò di consolare Rand, quando Egwene si ammalò e morì, solo una settimana prima delle loro nozze. Anche Nynaeve cercò di consolarlo, ma anche lei era sconvolta perché, con tutta la sua abilità, non aveva la minima idea della malattia che aveva ucciso la ragazza. Rand era rimasto seduto davanti alla casa di Egwene, mentre lei moriva, e gli pareva che a Emond’s Field non potesse andare in nessun posto senza sentire ancora le sue grida. Capì di non poter rimanere al villaggio. Tarn gli diede una spada col marchio dell’airone; non spiegò come un pastore dei Fiumi Gemelli fosse in possesso di un’arma del genere, ma insegnò a Rand come usarla. Il giorno della partenza, Tarn diede a Rand una lettera che forse l’avrebbe aiutato a farsi arruolare nell’esercito di Illian; abbracciò il figlio e disse: «Non ho mai avuto, né desiderato, un altro figlio. Se puoi, ragazzo, torna con una moglie, come ho fatto io, ma torna in ogni caso».

A Baerlon però Rand fu derubato del denaro, della lettera di presentazione e a momenti anche della spada; in quella città conobbe una ragazza di nome Min, che disse su di lui cose pazzesche, al punto che Rand andò via da Baerlon per allontanarsi da lei. Alla fine giunse a Caemlyn e D, grazie all’abilità con la spada, entrò a far parte delle Guardie della Regina. A volte si ritrovò a guardare l’Erede, Elayne; e in queste occasioni ebbe la bizzarra impressione che le cose non dovessero andare a quel modo, che dovesse esserci qualcosa di più nella sua vita. Elayne nemmeno si accorse di lui, ovviamente: andò in moglie a un principe, ma non parve felice. Rand era un semplice soldato, un tempo pastore in un piccolo villaggio lungo i confini meridionali legato all’Andor solo dalle linee di frontiera tracciate sulle mappe. Inoltre, aveva la nomea d’uomo dal carattere violento.

Alcuni dicevano che era pazzo; in tempi normali, forse neppure l’abilità con la spada gli avrebbe permesso di restare nelle Guardie; ma quelli non erano tempi normali. Falsi Draghi spuntavano come gramigna. Preso uno, ne comparivano altri due, finché ogni nazione non fu lacerata dalle guerre. E spuntò la stella di Rand, perché lui aveva scoperto il segreto della propria follia, un segreto che sapeva di dover mantenere e che mantenne: era in grado d’incanalare il Potere. C’erano sempre, in un campo di battaglia, luoghi e momenti in cui un piccolo aiuto del Potere, inosservato nella confusione, volgeva a favore la fortuna. Poi Rand fu vittima di una malattia che lo consumava, ma non vi badò, come gli altri del resto, perché era giunta voce che gli eserciti di Artur Hawkwing erano tornati a reclamare quelle terre.

Rand era al comando di mille uomini, quando le Guardie della Regina attraversarono le Montagne delle Nebbie; e dei superstiti, durante la ritirata. Per tutto l’Andor combatté e continuò a ritirarsi, fra orde di profughi, finché non giunse a Caemlyn. Gran parte della popolazione era già fuggita dalla città, ma adesso Elayne era la Regina e giurò di non abbandonare Caemlyn. Non avrebbe mai guardato Rand, che aveva il viso rovinato dalle cicatrici e dalla malattia; ma lui non poteva abbandonare la Regina e con le ultime Guardie si preparò a difenderla, mentre la popolazione rimasta si dava alla fuga.

Il Potere giunse a Rand durante la battaglia per Caemlyn. Rand scagliò fuoco e fulmini contro gli invasori e aprì il terreno sotto i loro piedi; eppure provò di nuovo l’impressione d’essere nato per altre imprese. Per quanto facesse, i nemici erano troppo numerosi e avevano donne capaci d’incanalare il Potere. Alla fine, colpito da un fulmine, fu scagliato giù dalle mura del Palazzo, sanguinante e ustionato; mentre esalava l’ultimo respiro, udì una voce bisbigliare: «Ho vinto di nuovo, Lews Therin».

Guizzo.

Rand lottò per trattenere il vuoto che vibrava sotto i colpi di maglio dei mondi possibili, per trattenere un solo simbolo, mentre migliaia di simboli saettavano intorno.

«...sbagliato!» urlò Verin.

Il Potere era tutto.

Guizzo. Guizzo. Guizzo. Guizzo. Guizzo.

Fu un soldato. Fu un pastore. Fu un mendicante e fu un sovrano. Fu contadino, menestrello, marinaio, falegname. Nacque, visse e morì come Aiel. Morì pazzo, morì putrido, morì di malattia, d’incidente, di vecchiaia. Fu messo a morte davanti a una folla esultante. Si proclamò il Drago Rinato e sventolò nel cielo il proprio stendardo; si sottrasse al Potere e si nascose; visse e morì senza sapere di poterlo toccare. Tenne a bada per anni la pazzia e il male; cedette nel periodo di due inverni. A volte Moiraine venne a portarlo via dai Fiumi Gemelli, da solo o con i suoi amici sopravvissuti alla Notte d’Inverno; a volte non venne. A volte vennero altre Aes Sedai. A volte quelle dell’Ajah Rossa. Egwene lo sposò; Egwene, dal viso austero, con la stola da Amyrlin Seat, guidò le Aes Sedai che lo domarono; Egwene, con le lacrime agli occhi, gli piantò nel cuore un pugnale e nel morire lui la ringraziò. Amò altre donne, sposò altre donne. Elayne; Min; la bionda figlia d’un contadino incontrata lungo la strada per Caemlyn; donne che non aveva mai visto prima di vivere queste vite possibili. Cento vite. Mille. Tante da non riuscire a contarle. E al termine di ogni vita, mentre giaceva in punto di morte, mente esalava l’ultimo respiro, una voce gli bisbigliò all’orecchio: «Ho vinto di nuovo, Lews Therin». Guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo guizzo.