Nynaeve alzò le mani al cielo. «Forse tu puoi trovare un modo per convincerla» disse a Min.
Min, appoggiata alla porta, guardava a occhi socchiusi Elayne; scosse la testa. «Credo che debba venire anche lei. Come noi. Ora vedo con maggiore chiarezza il pericolo. Non tanto da capire qual è, ma riguarda la decisione di partire. Per questo è più chiaro: perché la partenza è più sicura.»
«Non c’è motivo perché venga anche lei» disse Nynaeve.
Min scosse di nuovo la testa. «È collegata a questi... a questi ragazzi tanto quanto te, o Egwene, o me stessa. Fa parte di questa storia, Nynaeve, quale che sia. Parte del Disegno, direbbe un’Aes Sedai.»
Elayne parve presa alla sprovvista e anche interessata. «Davvero? Quale parte, Min?»
«Non lo vedo con chiarezza» rispose Min, a occhi bassi. «A volte rimpiango d’avere il dono di leggere le persone. E poi, molti non sono soddisfatti di quel che leggo.»
«Se andiamo tutt’e quattro» disse Nynaeve «allora sarà meglio fare un piano.» Anche se prima aveva obiettato a spada tratta, presa la decisione andava sempre al sodo: che cosa dovevano portare con sé, quanto freddo avrebbe fatto a Capo Toman, come far uscire dalle stalle i cavalli senza essere fermate.
Intanto Egwene non poté fare a meno di domandarsi quale pericolo avesse visto Min e quale pericolo minacciasse Rand. Conosceva un solo pericolo, per lui, e le dava i brividi. “Tieni duro, Rand!" pensò. “Tieni duro, testa di legno. Non so come, ma t’aiuterò io."
39
Fuga dalla Torre Bianca
Egwene e Elayne chinarono brevemente la testa a ogni gruppo di donne che incontravano nella Torre. Era un bene che quel giorno ci fossero tante donne venute da fuori: troppe, perché ognuna avesse per scorta un’Aes Sedai o un’Ammessa. Da sole o in piccoli gruppi, vestite riccamente o poveramente, in abiti d’almeno cinque nazioni diverse, alcune ancora impolverate per il viaggio fino a Tar Valon, le donne badavano ai fatti propri e aspettavano il turno per rivolgere domande alle Aes Sedai o presentare petizioni. Alcune — nobildame o mogli di mercanti — avevano con sé servitù femminile. Perfino alcuni uomini erano giunti per presentare petizioni: se ne stavano in disparte, parevano insicuri e guardavano a disagio ogni altro.
All’avanguardia, Nynaeve teneva lo sguardo fisso davanti a sé e camminava, col mantello svolazzante, come se sapesse con esattezza dove andare e avesse pieno diritto d’andarci. Abbigliate ora con le vesti che si erano portate a Tar Valon, le quattro non avevano certo l’aspetto di residenti della Torre. Ciascuna aveva scelto l’abito migliore che fosse anche adatto a cavalcare e un mantello di lana riccamente ricamato, Se si tenevano lontano da chi le conosceva, si disse Egwene, potevano farcela.
«Sarebbe più adatta per un giro nel parco d’un lord, che non per il viaggio a cavallo fino a Capo Toman» aveva detto Nynaeve, in tono pungente, mentre Egwene l’aiutava ad abbottonare la veste di seta grigia con ricami a filo d’oro e perline disposte a fiore sul petto e sulle maniche. «Ma forse ci permetterà di andarcene inosservate.»
Ora Egwene si aggiustò il mantello e lisciò la veste di seta verde ricamata in oro; diede un’occhiata a Elayne, in veste azzurra con bande color crema, e si augurò che Nynaeve avesse ragione. Fino a quel momento tutti le avevano scambiate per postulanti, nobili o quanto meno ricche; ma a lei pareva proprio di risaltare troppo. Con sorpresa, capì il motivo: si sentiva a disagio, negli abiti eleganti, dopo avere indossato per alcuni mesi la semplice veste bianca delle novizie.
Un capannello di paesane in pesanti abiti di lana scura eseguì la riverenza, al loro passaggio. Egwene girò la testa per dare una rapida occhiata a Min, appena furono a una certa distanza. Min aveva tenuto le brache e l’ampia camicia, sotto una giubba e un mantello marrone da ragazzo, con un vecchio cappello a tesa larga calcato sui capelli tagliati corti. «Una di noi deve impersonare la cameriera» aveva detto, ridendo. «Donne vestite con la vostra eleganza ne hanno sempre almeno una. M’invidierete le brache, se ci toccherà scappare.» Portava quattro paia di bisacce da sella, piene di abiti caldi, perché sarebbe arrivato di sicuro l’inverno, prima del ritorno. C’erano anche pacchetti di viveri prelevati di nascosto dalle cucine, sufficienti finché non avessero potuto comprare provviste.
«Sei sicura che non posso portare un paio di bisacce?» domandò ora Egwene.
«M’impacciano soltanto» rispose Min, con un sorriso. «Non sono pesanti.» Pareva prenderlo come gioco o fingeva di pensarlo. «E la gente si stupirebbe che una dama elegante come te porti le bisacce. Puoi portare le tue, e anche le mie, se ti fa piacere, appena siamo...» Perdette il sorriso e bisbigliò ferocemente: «Aes Sedai!»
Egwene girò di scatto la testa. Un’Aes Sedai, con capelli lunghi, neri e lisci, e la pelle color avorio antico, percorreva il corridoio e veniva verso di loro, ascoltando una donna dai rozzi abiti di contadina e dal mantello rattoppato. L’Aes Sedai non aveva ancora visto Egwene e le altre, ma Egwene la riconobbe: Takima, dell’Ajah Marrone, che insegnava storia della Torre Bianca e delle Aes Sedai, e che avrebbe riconosciuto a cento passi di distanza una delle proprie allieve.
Senza cambiare passo, Nynaeve svoltò in un corridoio laterale; un’Ammessa, smilza e con un cipiglio costante, le oltrepassò di fretta, tirando per l’orecchio una novizia rossa in viso.
Egwene fu costretta a deglutire, prima di parlare. «Quelle erano Irella e Else. Ci avranno notate?» Non ebbe il coraggio di girarsi a controllare.
«No» disse Min, dopo un momento. «Hanno visto solo i nostri abiti.»
Egwene tirò un lungo sospiro di sollievo, imitata da Nynaeve.
«Il cuore rischia di scoppiarmi, prima che arriviamo alle stalle» mormorò Elayne. «Le avventure sono sempre così, Egwene? Il cuore in gola e lo stomaco sotto le ginocchia?»
«Mi sa di sì» rispose Egwene, Trovava difficile pensare che un tempo era stata ansiosa d’avere avventure, di vivere imprese pericolose ed eccitanti, come i personaggi delle storie. Ora pensava che la parte eccitante è quella che si ricorda quando ci si guarda indietro e che le storie tralasciavano una buona quantità d’aspetti spiacevoli. Lo disse a Elayne.
«Tuttavia» rispose con fermezza l’Erede «non ho mai avuto avventure davvero eccitanti e non è probabile che ne abbia, finché mia madre avrà voce in capitolo, ossia finché non salirò al trono.»
«Fate silenzio, voi due» disse Nynaeve: finalmente nel corridoio non si vedeva nessuno, né da una parte né dall’altra. Indicò una breve rampa di scale che portava al piano inferiore. «Dovrebbe essere questa» soggiunse. «Se non mi sono smarrita, con tutti i giri e le svolte che abbiamo fatto.»
Imboccò le scale come se fosse sicura; le altre la seguirono. La porticina in fondo alla rampa si apriva davvero sulla corte polverosa della Stalla Meridionale, dove erano tenuti i cavalli delle novizie, finché le padrone non ne avessero avuto di nuovo bisogno, cosa che in genere accadeva quando diventavano Ammesse o erano rispedite a casa. Alle loro spalle s’innalzava la massa luccicante della Torre stessa: il complesso della Torre Bianca comprendeva una zona assai ampia, cintata da mura più alte di quelle d’alcune città.
Nynaeve entrò a passo deciso nella stalla, come se ne fosse la padrona. La stalla aveva un buon odore di fieno e di cavalli; due lunghe file di box correvano nelle ombre tagliate da strisce di luce proveniente dagli sfiatatoi posti in alto. Per un caso fortunato, l’irsuta Bela e la giumenta grigia di Nynaeve occupavano due box accanto alla porta. Bela sporse il muso e nitrì piano a Egwene. Si vedeva un solo mozzo di stalla, un tipo dall’aria simpatica, con qualche filo grigio nella barba, che masticava una paglia.
«Vogliamo che ci selli i cavalli» gli disse Nynaeve, col suo tono più esigente. «Questi due. Min, trova il tuo cavallo e quello di Elayne.» Min lasciò cadere le bisacce e precedette Elayne nell’ombra più fitta.