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Lo stalliere corrugò la fronte, le guardò, si tolse di bocca la paglia. «Dev’esserci un errore, milady» disse. «Questi cavalli...»

«Sono nostri» lo interruppe Nynaeve, decisa; incrociò le braccia, in modo da mostrare l’anello a forma di serpente. «Li sellerai subito.»

Egwene trattenne il respiro. Era il piano disperato: Nynaeve si sarebbe fatta passare per Aes Sedai, se avessero avuto difficoltà con qualcuno che potesse ritenerla tale. Nessuna vera Aes Sedai e nessuna Ammessa si sarebbero lasciate ingannare, ovviamente, e forse neppure una novizia, ma un mozzo di stalla...

L’uomo guardò con sorpresa l’anello, poi Nynaeve. «Avevano parlato di due persone» disse infine, tutt’altro che impressionato. «Una delle Ammesse e una novizia. Non hanno detto niente di voi quattro.»

Egwene ebbe voglia di ridere. Liandrin non avrebbe mai pensato che sapessero prendersi il cavallo da sole.

Nynaeve parve delusa e indurì il tono di voce. «O porti fuori quei cavalli e li selli, o avrai bisogno del Talento di Guaritrice di Liandrin, ammesso che lei sia disposta.»

Lo stalliere ripeté il nome di Liandrin, ma diede un’occhiata alla faccia di Nynaeve e si occupò dei cavalli; borbottò, ma non a voce tanto alta da farsi udire. Min e Elayne tornarono con i loro cavalli proprio mentre l’uomo terminava di stringere il secondo sottopancia. Il cavallo di Min era un castrone grigio, alto di garrese; quello di Elayne, una giumenta baia dal collo arcuato.

Appena furono tutte in sella, Nynaeve si rivolse di nuovo allo stalliere. «Senza dubbio t’hanno detto di non parlarne a nessuno. L’ordine non è mutato, fossimo due o duecento. Se hai qualche dubbio, pensa alla reazione di Liandrin.»

Mentre uscivano, Elayne gettò allo stalliere una moneta e mormorò: ~ Per il tuo disturbo, brav’uomo. Hai lavorato bene. «Fuori della stalla incrociò lo sguardo di Egwene e sorrise.» Come dice mia madre, un bastone coperto di miele funziona sempre meglio d’un bastone normale.

«Speriamo di non averne bisogno, con le guardie» commentò Egwene. «Mi auguro che Liandrin abbia provveduto.»

Però, alla Porta di Tarlomen, che interrompeva le mura meridionali della Torre, non fu possibile capire se Liandrin avesse o meno parlato alle guardie. Queste ultime, con un’occhiata e un inchino frettoloso, indicarono di passare: servivano a tenere fuori la gente pericolosa e non avevano l’ordine di trattenere nessuno.

Mentre percorrevano lentamente le vie della città, si calarono il cappuccio per ripararsi dalla fresca brezza che soffiava dal fiume. Il rumore degli zoccoli sulle pietre del lastrico si perdeva nel mormorio della folla che riempiva le vie e nella musica che proveniva da alcuni edifici. Persone in abiti d’ogni nazione, da quelli scuri e cupi dei cairhienesi a quelli vivacemente colorati dei Girovaghi, aprivano un varco davanti alle quattro donne a cavallo, come acqua d’un fiume intorno a un masso sporgente, ma l’andatura rimaneva lenta.

Egwene non badò alle favolose torri con i loro ponti aerei, né agli edifici che parevano onde di frangenti o scogliere erose dal vento o fantastiche conchiglie, anziché costruzioni in pietra. Le Aes Sedai si recavano spesso in città e nella folla potevano trovarsi a faccia a faccia con una di loro, senza nemmeno accorgersene. Dopo un poco notò che le altre stavano attente quanto lei, ma si sentì davvero sollevata, quando furono in vista del boschetto Ogier.

Al di sopra dei tetti erano visibili i Grandi Alberi, la cui cima si allargava a un centinaio di braccia d’altezza. Querce e olmi, ericacee e abeti, parevano rimpiccioliti al confronto. Una sorta di muraglia circondava il boschetto ampio due miglia buone, ma era una semplice serie d’arcate in pietra, ciascuna alta dieci braccia e larga il doppio. Dall’altro lato della muraglia, carri, carretti e persone affollavano una via, mentre all’interno c’era terreno incolto. Il boschetto non aveva né l’aspetto curato d’un parco né quello del tutto casuale delle foreste: pareva invece l’ideale della natura, quasi fosse il bosco perfetto, il più bello possibile. Una parte delle foglie aveva già iniziato a cambiare colore e fra il verde anche le piccole chiazze d’arancione, di giallo, di rosso parevano a Egwene il modo preciso in cui doveva presentarsi il fogliame dell’autunno.

Alcune persone camminavano sotto le arcate, ma nessuna guardò due volte le quattro donne che s’inoltravano fra gli alberi. La città sparì rapidamente alla vista e anche i rumori s’affievolirono e cessarono. Nel giro di dieci passi si aveva l’impressione di trovarsi a varie miglia dalla città più vicina.

«La parte settentrionale del boschetto» mormorò Nynaeve. Si guardò intorno. «Non c’è un punto più a settentrione di...» S’interruppe, perché due cavalli sbucarono da un folto di sambuco nero: una giumenta dal pelo scuro e lustro e un animale da soma con poco carico.

La giumenta s’inalberò e scalciò, perché Liandrin aveva tirato bruscamente le redini. Il viso dell’Aes Sedai era una maschera di furia. «Vi avevo detto di non parlarne a nessuno!» sbraitò. «A nessuno!»

Egwene notò sul cavallo da soma alcuni pali a cui era appesa una lanterna e la ritenne una scelta bizzarra.

«Sono amiche» cominciò Nynaeve e irrigidì la schiena.

Elayne intervenne: «Scusaci, Liandrin Sedai. Loro non hanno detto niente: siamo state noi a udire tutto. Non volevamo origliare cose che non ci riguardavano, ma abbiamo ascoltato. Anche noi vogliamo aiutare Rand al’Thor. E gli altri due, naturalmente.»

Liandrin scrutò Elayne e Min. La luce del tardo pomeriggio penetrava di sbieco fra i rami e nascondeva il viso sotto il cappuccio dei mantelli. «E va bene» disse infine l’Aes Sedai, scrutando sempre le altre due. «Avevo dato disposizioni perché ci si prendesse cura di voi due. Dal momento che siete qui, restate pure. In quattro o in due, il viaggio è uguale.»

«Ci si prendesse cura, Liandrin Sedai?» disse Elayne. «Non capisco.»

«Bambina, tutte sanno che tu e l’altra siete amiche di queste due. Credi che non vi avrebbero fatto domande, alla loro scomparsa? Credi che l’Ajah Nera si mostrerebbe gentile con te solo perché sei l’erede a un trono? Se restavi nella Torre Bianca, rischiavi di non vedere il nuovo giorno.» A queste parole, le quattro si zittirono. Liandrin girò il cavallo e ordinò: «Seguitemi!»

L’Aes Sedai le guidò nel folto del bosco, fino a un’alta recinzione di ferro battuto, sormontata da punte aguzze, che curvava un poco, come se racchiudesse un’area assai estesa, e spariva fra gli alberi. Ma c’era un cancello, chiuso da un grosso catenaccio. Liandrin lo aprì con una grossa chiave presa dalla tasca del mantello, indicò alle altre di passare, richiuse il catenaccio e si affrettò a precederle. Uno scoiattolo protestò al loro passaggio e da un punto imprecisato provenne il tamburellare d’un picchio.

«Dove andiamo?» domandò Nynaeve. Liandrin non rispose e Nynaeve guardò con rabbia le altre. «Perché ci addentriamo nel bosco? Dobbiamo attraversare un ponte, o imbarcarci su di una nave, se vogliamo lasciare Tar Valon; e non ci sono ponti né navi, nel...»

«C’è questa» la interruppe Liandrin. «La recinzione tiene lontano chi potrebbe nuocere a se stesso, ma oggi noi abbiamo una necessità.» Indicò un’alta e massiccia lastra di pietra, posta per dritto, con un lato scolpito a forma di foghe e di tralci fittamente intrecciati.

Egwene si sentì serrare la gola: all’improvviso capì perché Liandrin aveva portato le lanterne e non ne fu affatto entusiasta. Udì Nynaeve mormorare: «Una Porta delle Vie.»

«Le abbiamo già percorse una volta» disse, tanto a se stessa quanto a Nynaeve. «Possiamo rifarlo.» Se Rand e gli altri avevano bisogno del loro aiuto, dovevano aiutarli.

«È davvero...» cominciò Min, con voce strozzata, e non riuscì a terminare la frase.

«Una Porta delle Vie» alitò Elayne. «Credevo che non fosse più possibile percorrerle. Almeno, che non fosse consentito.»

Liandrin era già smontata e aveva tolto dal bassorilievo la foglia d’Avendesora: simili a due enormi battenti di tralci vivi, le due metà della Porta si aprirono e lasciarono scorgere una sorta di specchio opaco e argenteo che rifletté confusamente la loro immagine.