Un fulmine ramificato rombò nel cielo sereno e cadde tra gli alberi, a una certa distanza dal gruppo. Egwene sobbalzò, poi sorrise: Nynaeve era ancora libera; e con lei, Elayne. Se c’era qualcuno che poteva liberare lei e Min, quel qualcuno era Nynaeve. Mutò il sorriso in un’occhiata d’odio a Liandrin. Quale che fosse il motivo del tradimento dell’Aes Sedai, prima o poi sarebbe giunta la resa dei conti. L’occhiata non sortì effetto: Liandrin non distolse lo sguardo dalla portantina.
Gli otto uomini a torso nudo piegarono il ginocchio e posarono a terra la portantina; Suroth ne scese, si aggiustò con cura la sopravveste e si accostò a Liandrin, camminando con prudenza nelle morbide pantofole. Le due donne, della stessa statura, si guardarono negli occhi.
«Dovevi portarmene due» disse Suroth. «Invece ne ho soltanto una, mentre altre due sono fuggite in libertà; e una di loro è di gran lunga più potente di quanto mi è stato detto. Attirerà ogni nostra pattuglia nel giro di due leghe.»
«Te ne ho portate tre» replicò Liandrin, calma. «Se non sei capace di tenerle, forse il nostro padrone dovrebbe cercare fra di voi un altro in grado di servirlo. Ti spaventi a un muover di foglia. Se vengono delle pattuglie, distruggile.»
Il fulmine balenò di nuovo non molto lontano: dopo qualche istante, ci fu un rombo come di tuono, nel punto dov’era caduto; nell’aria si levò una nube di polvere. Né Liandrin né Suroth mostrarono d’accorgersene.
«Potrei ancora tornare a Falme con due nuove damane» disse Suroth. «Mi piange il cuore, al pensiero di lasciare che una... Aes Sedai» distorse le due parole come se fossero un’imprecazione «giri in libertà.»
Liandrin non mutò espressione, ma Egwene vide all’improvviso che un nimbo risplendeva intorno a lei.
«Attenta, Gran Dama» intervenne Renna. «Lei è pronta!»
I soldati si agitarono, allungarono la mano verso spade e lance; ma Suroth si limitò a congiungere le dita e a sorridere. «Non farai alcuna mossa contro di me, Liandrin» disse. «Il nostro padrone disapproverebbe, con la stessa certezza con cui io sono più necessaria di te e tu hai più paura di lui che di diventare damane.»
Liandrin sorrise, anche se due chiazze bianche sulle guance tradivano quanto fosse infuriata. «E tu, Suroth, hai più paura di lui che d’essere ridotta in cenere da me, qui sul posto.»
«Già. Tutt’e due abbiamo paura di lui. Tuttavia, col tempo anche le necessità del nostro padrone cambieranno. Alla fine tutte le marath’damane saranno messe al guinzaglio. Forse sarò proprio io, quella che metterà il collare intorno alla tua graziosa gola.»
«Come hai appena detto, Suroth, le necessità del nostro padrone cambieranno. Te lo ricorderò, il giorno in cui t’inginocchierai ai miei piedi.»
Un’alta ericacea, forse a un miglio di distanza, divenne una torcia ruggente.
«Questa storia comincia a stancarmi» disse Suroth. «Elbar, richiamali.»
L’uomo dal naso a becco prese un corno non più grosso del suo pugno e ne trasse un suono stridulo e penetrante.
«Devi trovare la donna di nome Nynaeve» disse Liandrin, brusca. «Elayne non ha importanza, ma sia quella donna, sia questa ragazza, devono essere sulla tua nave, quando salperai.»
«So bene quali sono gli ordini, marath’damane, anche se non so cosa darei per conoscerne i motivi.»
«Quello che t’hanno detto, bambina» replicò Liandrin, beffarda «è tutto ciò che ti è permesso di sapere. Ricorda che servi e ubbidisci. Bisogna che queste due siano portate dall’altra parte dell’oceano Aryth e tenute là.»
Suroth sbuffò. «Non resterò qui ad aspettare che trovino questa Nynaeve. Non sarò più utile al padrone, se Turak mi consegnerà ai Cercatori di Verità.» Liandrin aprì bocca, con rabbia, ma Suroth non le permise di parlare. «Quella donna non resterà libera a lungo. Nessuna delle due. Quando salperemo di nuovo, porteremo con noi, incatenata, ogni donna che abbia anche la minima capacità d’incanalare il Potere. Se vuoi restare a cercarla, fai pure. Presto arriveranno delle pattuglie per eliminare la marmaglia che ancora si nasconde nelle campagne. Alcune pattuglie hanno con sé delle damane e non baderanno a quale padrone servi. Se per caso sopravviverai all’incontro, guinzaglio e collare t’insegneranno un nuovo modo di vivere; e non credo che il nostro padrone si prenderà la briga di liberare un servitore tanto sciocco da lasciarsi catturare.»
«Se una delle due dovesse restare qui» replicò Liandrin, tesa «il nostro padrone se la vedrà con te, Suroth. Portale via tutt’e due o paga il prezzo.» Si diresse alla Porta delle Vie, stringendo le redini della giumenta. Nel giro di qualche minuto, i battenti si chiusero alle sue spalle.
I soldati che avevano inseguito Nynaeve ed Elayne tornarono al galoppo, accompagnati dalle due donne unite da guinzaglio, collare e bracciale, la damane e la sul’dam, che cavalcavano a fianco a fianco. Tre uomini portavano per le redini tre cavalli con un corpo di traverso sulla sella. Egwene sentì un’ondata di speranza, quando vide che i tre cadaveri avevano l’armatura: i soldati non avevano catturato né Nynaeve né Elayne. Min cercò d’alzarsi, ma l’uomo dal naso a becco le piantò tra le scapole il piede e la spinse a terra, dove lei rimase distesa, ansimando e dibattendosi.
«Chiedo il permesso di parlare, Gran Dama» disse l’uomo. Suroth mosse la mano in un gesto d’assenso e lui proseguì: «Questa contadina mi ha ferito, Gran Dama. Se la Gran Dama non sa cosa farsene di lei...» Suroth fece un altro gesto e si girò; l’uomo dal naso a becco allungò la mano verso l’elsa.
«No!» gridò Egwene. Udì l’imprecazione soffocata di Renna e di colpo sentì in tutto il corpo un prurito peggiore del precedente, ma proseguì: «Per favore! Gran Dama, ti prego! È amica mia!» Un dolore atroce si fece strada nel prurito. Ogni muscolo si annodò, preda di crampi; Egwene cadde con la faccia nella polvere, gemendo, ma riuscì ancora a vedere la lama ricurva uscire dal fodero, a vedere l’uomo sollevarla a due mani. «Ti prego! Oh, Min!»
Di colpo il dolore sparì, come se non ci fosse mai stato. Egwene vide comparire le pantofole azzurre di Suroth, ora sporche di terriccio, ma fissava solo Elbar: l’uomo, con la spada alta al di sopra della testa e tutto il peso del corpo sul piede che premeva la schiena di Min, si era bloccato.
«Questa contadina è tua amica?» disse Suroth.
Egwene si mosse per alzarsi, ma vide Suroth inarcare il sopracciglio e allora si limitò a sollevare la testa, restando distesa: doveva salvare Min, anche a costo di strisciare nella polvere. Aprì le labbra e si augurò che l’arrotare di denti passasse per un sorriso. «Sì, Gran Dama» rispose.
«E se la risparmio, se le permetto di farti visita di tanto in tanto, lavorerai con impegno e imparerai quel che ti sarà insegnato?»
«Sì, Gran Dama.» Avrebbe promesso qualsiasi cosa, pur d’impedire che quella spada spaccasse in due il cranio di Min.
«Metti la ragazza in groppa al suo cavallo, Elbar» ordinò Suroth. «Legala, se non si regge in sella. Se questa damane mi delude, forse ti lascerò la testa della ragazza.» Si mosse verso la portantina.
Renna tirò rudemente in piedi Egwene e la spinse verso Bela. Elbar non si mostrò più gentile di Renna, ma Egwene pensò che Min stesse bene: se non altro, si sottrasse al tentativo di legarla sulla sella e quasi senza aiuto montò in groppa al castrone.
Il bizzarro gruppo s’incamminò verso ponente, con Suroth in testa e Elbar un po’ arretrato rispetto alla portantina, ma pronto a rispondere immediatamente a qualsiasi chiamata. Renna e Egwene cavalcarono alla retroguardia, con Min e la coppia di sul’dam e damane, alle spalle dei soldati. La donna che aveva cercato di mettere il collare a Nynaeve accarezzava il guinzaglio arrotolato e pareva furibonda. Alberi radi ricoprivano il territorio ondulato e il fumo dell’ericacea in fiamme ben presto fu solo una macchia nel cielo alle loro spalle.